Pietre dell’anima

lasciami andare ti lascio andare e ti lasci andare così ti lascio a vagare quieta fra i rovi e le siepi senza un graffio né un torto né un sorriso in ogni possibile andare ti lascio a vagare fra sentieri esausti di passi ignari e colonne strette a conforto superstiti sul bordo del profondo a corona dello specchio regale e solo fra scale stringate e tortuose di mattoni intrecciati e pilastri bianchissimi di noia a guardarmi intorno riprendo ad andare riprendo mi stacco da te dal sentiero più breve e da me ti allontani per poco e ritorni e le pietre mi parlano dei tuoi passi lievi lasciano intendere storie passate di qua rincorse da storie future da dire ancora vite di dei e di uomini soli come dei e nello specchio una speranza e un desiderio d’infinito raccontano scene trascorse sul ciglio del sentiero che curva digradando alla pineta sfiorando le sale senza cielo e finestre aperte nel cielo dentro i cunicoli più scuri i segni nascosti del passaggio del tempo e degli uomini i passaggi palesi e i segni di potere tra le stanze assolate e bianche di luce quasi divina nell’aria tersa e odore d’acque oramai lontane e disegni di sapienza e capriccio umano così umano mi lascio seguire dal vento che accompagna l’immobile incedere del tempo infinitesimale passo di una vita divisa tra potere ritroso e intimità raggiunta così sospinta al limite dal vento che ti incoraggia e ti accarezza morbido come le mura di siepi le mura di rovi di fortune passate e ti porta alla soglia del centro un attimo prima del centro un’isola per me solo mi lasci senza un graffio né un sorriso aggrappata alle pietre riarse ti lasci andare e ti lascio e non soffri quando il distacco da te è un soffio di vento fresco tra le dita e poi ritorni sì ogni volta a guardarti ritorno come una volta la prima volta che ti ho portata qui anima mia

nella testa e nelle orecchie: “Close cover” di Wim Mertens
negli occhi e nel cuore:
Villa Adriana, Tivoli

Ancora su Villa Adriana

Tra i (pochi) posti al mondo che ho visitato è certamente quello che più mi ha segnato, forse perchè la sua visita è figlia di uno dei periodi decisivi della mia crescita come persona, nel bene e nel male.
I due mesi passati dentro la Facoltà di Architettura occupata, nel 1990, sono stati importantissimi: per le persone conosciute, per le esperienze fatte, per le "lezioni di vita" ricevute.
Paradossalmente, nell’isolamento dall’esterno, nel blocco delle attività istituzionali, si è creato un corto circuito tra i partecipanti, e tra questi e la società, che ha stimolato altri tipi "contatti", che ha fatto sì che i modelli di socializzazione "normale" che si rifiutavano, si riproponessero in piccolo all’interno delle attività "alternative": nelle assemblee, nelle commissioni, nei laboratori, nelle relazioni interpersonali…
Stavamo riproducendo ciò che nelle intenzioni si rifiutava come obsoleto, inadatto a esprimere la complessità della società, sia quella esterna che quella interna all’Università.
E in questo non c’è nulla di negativo: credendo di sperimentare nuovi approcci alla condivisione e alla conoscenza del mondo circostante, imparavamo, secondo me, ad accettarlo e ad affrontarlo per quello che è, senza subirlo, ma sviluppando i mezzi, intellettuali e umani, per giudicarlo, per poi scegliere da che parte andare.
Fra questi esperimenti c’erano i laboratori, nulla di nuovo in realtà, ma da noi visti come vitali per ridare un senso all’insegnamento e all’apprendimento dell’Architettura, come di altre discipline.
Uno di questi laboratori, dall’idea di alcuni di noi, con l’appoggio di un docente di Arredamento, era su Villa Adriana.
Dopo una certa preparazione, insolita perchè fatta più di letteratura che di saggistica storica, si trattava di passare dieci giorni "dentro" la villa.
Dormivamo in un convento-albergo a pochi chilometri, entravamo tutte le mattine all’apertura e ci restavamo fino al tramonto, fino al punto che alla fine è stata la villa a entrarci "dentro".
Ognuno faceva ciò che più lo interessava: foto, video, misurazioni, schizzi, relazioni, commenti, poesie…
Il mio esame di Arredamento, fatto in coppia con un altro studente, è consistito in un video di 45 minuti, la cui sceneggiatura è stata liberamente elaborata a partire dalle mie poesie, intrise degli echi delle "Memorie di Adriano" (M. Yourcenar) e delle teorie fotografiche e scenografiche morsicate qua e là, e dalle letture e dai voli pindarici del mio compagno di gruppo, il tutto condito da una relazione che tentava di spiegarne il senso…
Che dire di più? Un’esperienza unica e irripetibile (forse), un viaggio infinito dentro un unico luogo, uno di quelli che io chiamo itinerari immobili, dove a viaggiare non è il corpo, o dove il corpo ha spazi di movimento limitati, e la mente, o se vuoi l’anima, percorre in un unico lasso di tempo la storia e la leggenda, il passato e il futuro, l’universale e il particolare, noi stessi e gli altri…
E quando torna non può più essere come era prima…

Villa Adriana

Nel 1990 mi sono autocoinvolto nella occupazione della Facoltà di Architettura di Firenze, la famigerata Pantera mi aveva attratto con i suoi guizzi felini e le sue moine da gatta, costringendomi quasi a passare i due mesi forse più importanti della mia vita da studente, se non addirittura decisivi per la persona che sono diventato dopo (nel bene e nel male).
Tra le molteplici attività che le varie "commissioni" si erano incaricate di elaborare c’era anche quella di definire nuovi metodi di approccio ai seminari didattici, sugli argomenti più disparati e con la collaborazione di alcuni docenti simpatizzanti (e quindi simpatici).
Uno di questi seminari, tra i pochi partiti effettivamente dopo la fine dell’occupazione, c’era quello sulla Villa Adriana di Tivoli, promosso da alcuni di noi insieme a un docente di Arredamento che non prendeva il nome del suo corso alla lettera.
L’idea era quella di andare sul posto e viverci, letteralmente, dentro per dieci giorni, dalla mattina alla sera, non prima di essersi riempiti la testa di testi letterari e non sull’argomento, per tirare fuori da ognuno il proprio personale approccio al sito e per elaborare dei lavori presentabili all’esame.
Il pezzo forte della preparazione, manco a dirlo, Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar.
In quei dieci giorni di ubriacatura totale da rilievi metrici, rilievi empirici (passi, palmi, braccia), fotografie da ogni possibile punto di vista, riprese video, schizzi a penna, colazioni a sacco, pallavolo per riprendersi, discorsi interminabili sul perchè di un angolo, di un materiale o di un nome e sul perchè del seminario stesso, la villa mi è come entrata dentro e da dentro mi suggeriva cose che non avrei osato pensare in condizioni didattiche normali.
Ovviamente la suggestione del posto in sè ha avuto la sua parte, ma unita ai freschi studi di tecnica fotografica, agli effetti della luce e dei materiali sul corpo e sulla mente, al confronto col passato, alla libertà di espressione concessa, ma soprattutto all’eco del libro della Yourcenar nel cervello, hanno prodotto fra le altre cose anche gli otto "componimenti"(?) che seguono riguardanti alcune parti della villa.
Con tutte le incongruenze e le ingenuità del caso rimangono passaggi importanti, segni forti per me di un’esperienza irripetibile e decisiva.

Villa Adriana. Pecile

contro un muro di luce

la mia scena

dalle volte immaginate

si stacca imponente

un velo pietrificato

lama di pietra

a squarciare il teatro

attore immobile

eterno personaggio

fisso regolatore

di anime inquiete

un teatro della storia

fatta di pietre alberi e acqua

teatro della luce

eterna spettatrice

del suo stesso dramma

direttrice instancabile

per le umane commedie

un teatro che inscena se stesso

attore e spettatore

per la mia scena vuota


Villa Adriana. Grandi terme

senza più il proprio cielo
lo spazio si confonde
in un disordine quieto

il tempo di un’immersione
nel fluido ideale
della storia dell’uomo
ed ecco che la natura
riprende il suo trono

tentativo di purificazione
gesto di sacra verità
segno d’incontro
tra luce e ombra

il tempo dà ragione al tempo
acqua e cielo si ritrovano
come nel più lontano degli oceani


Villa Adriana. Pretorio

colonne d’ombra
celano il mistero della luce

schermo splendente corazza
per i segreti oscuri del potere

potente pietra tra le pietre
pilastro di precaria esistenza

attraverso scansioni di vuoto
la magia dell’ordine naturale

è così che la terra
impone il suo incedere
tra le sperdute esistenze umane

immobili passi
nello scorrere incessante
itinerari immobili
nel continuo fluire

grazie al buio la luce prende corpo
il mistero disvela il mistero
ciò che il tempo costruisce
si costruisce col tempo


Villa Adriana. Biblioteca greca

una finestra aperta nel cielo

tra tutte le possibili forme

la sola che racconta la storia

di uno spazio passato

spazio di luce antica

cielo racchiuso

a visione umana

i libri sono muri

sapienza stratificata

a sostegno di volte immaginarie

spirito e terra

si fondono

in luoghi di sapere

esserci o guardare

è come studiare se stessi


Villa Adriana. Hospitalia

quando il calore del corpo
si perde nel colore dello spazio
torrido come il sole del deserto
bianco come metallo incandescente

la pietra riarsa impone la sua legge
un segno che unisce
la storia dell’uomo
all’immobilità del cielo

il cenacolo degli dei
intorno alla solitudine dell’anima

la pace dello spirito
cercata nelle stelle
trova risposta nel tempo
trascorso sulla terra

la legge degli uomini
compromette solo gli uomini
"com-promettersi è un modo per conoscersi"

 


Villa Adriana. Sala dei pilastri dorici

un angolo di memoria
nel divenire continuo
della luce del giorno

un giorno lungo
quanto il viaggio dell’uomo

un angolo di cielo
sorretto dai ricordi

l’impero dei sogni
non ha più confine
pur racchiuso
in un rettangolo di storia

la schiavitù del rimpianto
conduce per un cunicolo buio
verso luce nuova

desiderio di purezza
e coscienza della non-eternità


Villa Adriana. Piazza d’oro

il deserto dell’anima
dove la luce del sogno
canta sibilando

un suono angosciante che guida
verso una solare leggerezza

quanto è pesante il sole?
il vuoto del mondo
e la pienezza della luce
tanto pesante
quanto impalpabile
indifferentemente
materia ed energia

la luce ora è più viva
tra le mani un soffio di vento
a confortare una solitudine antica

sullo sfondo un’isola
città e confine
isolamento e soglia
prolungamento e vita


Villa Adriana. Peschiera

due ali di pietra
delimitano il volo del tempo

nello specchio del re
un mondo parallelo
di quotidiana umanità

 

il coro degli eventi
intorno all’immagine della resa
di fronte al corso della vita

un canto di commiato
da un mondo senza echi

un orizzonte rassegnato
che danza su un riflesso di speranza