MCU

Lui arriva sempre verso le otto meno dieci. Percorre il capannone con passo deciso, ma non di fretta, sa che lo aspetto. Senza fermarsi mi scruta con uno sguardo, controlla che tutto sia a posto, pronta per la giornata. Sembra sapere già cosa deve fare lui e cosa devo fare io, così si accerta che non gli abbia preparato sorprese.
Sparisce dietro la porta dell’ufficio, e poi, immagino, quella dello spogliatoio. So per certo, perché lo dice davanti a me, che sopporta a malapena e in silenzio le battute sempre uguali che i colleghi si scambiano. Di rado interviene, mai volentieri.
Riappare alle otto in punto, vestito di blu, con il bicchierino del caffè ancora in mano. Se mi trova che ho già iniziato senza di lui, organizza il lavoro seguente.
Sennò passa alle procedure d’avvio: sbloccare emergenza, dare corrente, attendere display, accendere quadro, posizionare pallet, navetta, mandrino e pinza, azzerare assi.
Dopo qualche minuto si avvicina il principale, si salutano, scambiano qualche battuta su qualcosa che chiamano calcio o su qualcuno incontrato la sera prima. Non sembrano avere molti argomenti.
Passa la maggior parte del tempo vicino a me, nel nostro angolo. Scarica e ricarica i pallet finiti, prende appunti, disegna. Conta continuamente, di tutto: i pezzi, i minuti, i giorni. Calcola i tempi, programma le produzioni. Lui dice che odia la routine, ma è un abitudinario. Gli altri operai lo hanno soprannominato Metodo. E non gli dispiace.
I nostri momenti migliori sono quando c’è da fare una cosa nuova. Lui diventa teso: forse ha paura di sbagliare, forse è eccitato dalla novità, forse entrambe le cose. Ho capito che si diverte di più, anche se rischia di fare più danni: montare l’attrezzatura, bloccare il campione, decidere gli utensili, trovare le origini, scrivere il programma, controllare le tolleranze. Impostazione generale e aggiustamenti successivi. E poi via alla lavorazione.
Dopo due anni ancora mi osserva, mi studia, spesso mi insulta e impreca se faccio qualcosa che non ha previsto. Ma mi sento più rispettata. Ha imparato a trattarmi con attenzione, perché ora mi conosce e sa che se sbaglio non è per colpa mia.
Da quando lavoriamo insieme solo una volta hanno chiamato un tecnico esterno. Sono qui da quindici anni e i suoi predecessori erano abbonati all’assistenza.
Soprattutto mi ascolta. Non ho più bisogno di fare cose eclatanti per farmi notare, per fargli capire che cosa mi succede. A orecchio capisce le mie esigenze e distingue le cose giuste da quelle sbagliate. Regolarmente mi gira intorno per tenermi pulita.
Spesso durante la giornata si allontana. Anche se non lo vedo so che mi sente. Mi riconosce anche in mezzo al rumore delle altre macchine.
Ma io lo preferisco quando mi sta accanto, quando le sue dita viaggiano sicure sulla mia tastiera e i suoi occhi scorrono veloci i dati sullo schermo. È il momento in cui siamo più in sintonia e io eseguo i miei compiti quasi simultaneamente con le sue istruzioni. Da qualche giorno ha iniziato a chiamarmi MCU: macchina a controllo umanumerico. E non mi dispiace.


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Tuta blu.2

Ho fatto un calcolo veloce: la macchina occupa uno spazio più grande di casa mia, un bilocale con angolo cottura e bagno. Andare dal magazzino pallet al magazzino utensili è come andare dal soggiorno alla camera da letto passando da fuori.
Disposta a L, con le postazioni di lavoro e il controllo numerico sull’angolo interno: lunghi tragitti a vuoto per capire cosa fare se c’è un intoppo. Al primo approccio fa impressione, anche a chi conosce già il suo sistema, figuriamoci a chi ne è del tutto ignaro, come me. Avrei dovuto imparare almeno le operazioni fondamentali dopo 5 o 6 volte, ma dopo un mese c’è sempre qualcosa che mi sfugge.
Ha un armadio quattro stagioni per quadro elettrico e il motore dell’impianto di raffreddamento grande come un baule. Utilizza 130 utensili, che una pinza mobile prende e riporta a posto da sola. Come avere in cucina uno scaffale di coltelli grande come una parete. Due navette spostano i pallet dalle stazioni-operatore alla stazione di lavoro scorrendo su binari: un doppio carrello che carica e scarica le portate pronte e quelle da fare, i pezzi grezzi e quelli finiti.
Il cuore della macchina, dove sta il mandrino, durante la lavorazione è chiusa e inondata di liquido refrigerante, miscela di acqua e olio emulsionato, per non bruciare o fondere pezzi e utensili, liquido che mantiene costantemente le mani unte, per cui ogni cosa scivola via se non sei pratico.
È stato come entrare per la prima volta in una casa nuova che si immaginava più accogliente e facile da vivere. Che si rivela ostica, complicata per dispetto, che lascia tranelli ad ogni svista. Piena di blocchi e allarmi, duri da decifrare per chi non sta nella sua logica.
Una macchina che ogni giorno si ferma per un motivo diverso, come una casa che ad ogni riparazione rivela un nuovo guasto. E quando si decide a funzionare bene costringe a manutenzioni continue, perché un nuovo inghippo è in agguato. Una casa che ti pesa mantenere sana, perché non senti come casa tua. Ancora.

Tuta blu

Primo giorno. Contratto di tre mesi, quasi per formalità, poi a tempo indeterminato. La ditta è vicino casa. 10 minuti in macchina. Officina meccanica di precisione, macchine a controllo  numerico, torni e frese. Ambiente tranquillo, niente stress da produzione, orari normali, in tutto 6 persone a lavorare, compresi i due fratelli titolari. Si entra alle 8, pausa pranzo, si esce alle 5.
Non so fare niente, ma il capo lo conosco da tempo. Era cliente dei locali dove lavoravo. Appena arrivato mi consegna il vestiario. Tuta, maglietta, felpa, pantaloni, scarpe antinfortunistica.
Non so fare niente, ancora, comincio da zero. Per ora si tratta di caricare i pezzi grezzi di alluminio su una macchina che impiega circa due ore per lavorarli. Scaricare i pezzi lavorati, pulirli e ricominciare. Mentre la macchina lavora c’è tempo per cercare di capirne la programmazione, tempo per guardarsi in giro, per fare conoscenza.
Sono stato interinale, senza certezze e senza  sbocchi. Oggi, dopo solo un giorno, sono a tutti gli effetti una “tuta blu”, con qualche sia pur minima prospettiva, nonostante tutto. Un’altra vita.

(foto: Massimo Ghini in tuta blu nel film su Guido Rossa)