Gole

Cominciò un pomeriggio d’agosto. La compagnia di amici che frequentava il Lido di Naxos di mattina, aveva deciso di iniziare nuove attività per riempire quei giorni di vacanza che si allungavano noiosi verso settembre senza scossoni da ricordare.
Da quella volta si ripetè ogni anno e per almeno tre volte all’anno. Imparammo subito che era meglio andarci di mattina, alle Gole. C’era meno folla, e alla risalita si poteva sempre scegliere se restare a pranzo lì o tornare, ognuno a casa sua. E poi il sole caldo del mezzogiorno diventava piacevole dopo il bagno gelato.
Eravamo una trentina, quell’estate, forse di più. Due fratelli di Bergamo, juniores di pallacanestro, tre ragazze giapponesi, studentesse d’italiano a Firenze, quattro amiche fiorentine, due fratelli romani, un egiziano con la fidanzata danese, conosciuti in spiaggia, altri conoscenti e amici da Palermo e Catania. E poi noi, del posto.
Appuntamento alle dieci al Bar S. Pancrazio, non tanto per il bar, ma perché c’era abbastanza posto per le macchine. Non si poteva certo partire senza aver fatto colazione. E poi, prima che fossero arrivati tutti e tutti fossero pronti ci sarebbe voluta un’ora, almeno. Granita al caffè con panna e brioscia calda d’ordinanza, tranne che per le giapponesi: per loro cappuccino caldo bollente.
Sulla Ritmo azzurra di mio padre non c’era la radio, ma qualcuno pensava sempre alla musica. La Uaz 4×4 scoperta di Francesco era scomodissima, ma ci si stava in otto, quelli dietro gli uni di fronte agli altri, come soldati, ed era più divertente. Uno dei romani aveva una gamba ingessata, ma non volle rinunciare a venir su in moto.
Non era mai stata una meta molto considerata, ma erano i primi tempi con la patente e con un mezzo per sfruttarla e quindici chilometri erano già un viaggio.
Un viaggio, sì, attraverso quei pochi paesini dell’interno, lungo la parte bassa della valle d’Alcantara. Un viaggio da riempire di risate e canzoni urlate, coi finestrini aperti e il vento caldo che entrava con violenza, come per aumentare il contrasto col freddo che avremmo sentito dopo.
Al cancello un parcheggiatore indirizzava le auto e i pullman di turisti per evitare ingorghi all’uscita, ma già sapevamo che ci serviva solo per non lasciare i mezzi sulla strada. Non volevamo pagare il biglietto per l’ascensore che porta giù, al livello del fiume. Meglio la scalinata pubblica, al di fuori dell’area recintata e gestita da privati.
Arrivare in fondo era un altro viaggio. Poche centinaia di gradini di cemento e gente trafelata e scotta dal sole che cercava di risalire. Ma l’arrivo, laggiù sulla spiaggetta affollata davanti all’ingresso delle Gole, era il momento più emozionante. Lo stupore, ogni volta, per quello spettacolo di pietra levigata, misto all’agitazione per il dover mettere anche solo i piedi in quell’acqua gelida. Il cuore già correva forte mentre ancora si stava scegliendo un posto, una zona libera da asciugamani e stuoie, dove sistemarci e spogliarci.
Il primo impatto era stato traumatico. Bisognava tenersi addosso le scarpette da ginnastica, per non scivolare più avanti. Bastarono pochi secondi perché i piedi cominciassero a indolenzirsi per il troppo freddo. A pagamento venivano forniti grandi stivaloni di gomma verde con le bretelle. Completamente inutili, perché dopo pochi metri si riempivano d’acqua.
La prima sorpresa era stata, lungo il primo tratto, una specie di doccia naturale sotto cui poi ci divertivamo a passare e ripassare. L’acqua, calda di sole, scendeva direttamente nella gola da qualche canaletta d’irrigazione che scorreva decine di metri più su.
Subito dopo il livello dell’acqua iniziava a salire. Prima alle caviglie, poi agli stinchi, alle ginocchia e poi subito alla pancia. A quel punto la meglio era tuffarsi e smettere di soffrire. La gente intorno inorridiva a vederci addirittura nuotare e tremava ancora di più.
Ma il meglio venne dopo. Ormai assuefatti al freddo risalivamo le gole quasi scavalcando i turisti intruppati nei punti difficili: gente immobilizzata dalla paura di cadere in acqua, bambini tremanti coi vestiti bagnati, macchine fotografiche salvate a stento, telecamere gocciolanti.
Si andava su lesti, arrampicandosi sulle rocce lisce e striate per arrivare alla prima cascatella, davanti alla quale la gola si allarga in un laghetto. Qualche minuto di riposo, perché la fatica era stata notevole ed eravamo pronti per il viaggio di ritorno.
Direttamente in acqua, coi piedi in avanti, lasciandosi portare dalla corrente, usando saltelli e piccoli gorghi come un toboga naturale, passando tra le gambe intirizzite di coloro che arrancavano in senso opposto. Uno spettacolino per quelli che ridevano increduli, e uno spasso per noi.
Ma… Sto facendo confusione… Ora che ci penso, non fu quella volta lì.
Eravamo in pochi, un po’ di tempo prima. Ti lasciai guidare il mio motorino, mentre io, seduto dietro, ti tenevo i fianchi e ti cantavo all’orecchio una canzone di De Gregori. L’ascoltasti tutta.
Alle Gole non fu granché, non avevo portato le scarpette, non avevo avuto il coraggio di oltrepassare un punto critico, lasciandomi frenare dal freddo e dalla paura di cadere. Rimasi a metà del tragitto, ad aspettarti. Nel viaggio di ritorno mi passasti vicino, sorridendo divertita.
La sensazione di fresco sulla pelle sarebbe rimasta fino a casa, malgrado il sole forte. In motorino, abbracciandomi da dietro, mi dicesti che la cosa più bella di quel viaggio era stata la canzone. Un grazie mi si fermò nella gola e lì rimase.

Annunci

la Martinella

Io e G. siamo usciti da Spazio Uno, in Via del Sole, un circolo con sala cinema e bar annessi,  dove si organizzano rassegne cinematografiche di ogni tipo. Stasera abbiamo visto… non mi ricordo, forse qualcosa di Tarkowskji o di Bunuel.
Ci siamo fermati un momento al bar, ma abbiamo deciso di non prendere nulla.
Fuori sembra faccia un po’ fresco, ma dev’essere lo sbalzo di temperatura rispetto alla sala. G. si sfrega le spalle con le mani e sembra inquieta. Anch’io lo sono, in verità, raramente siamo usciti da soli, io e lei, forse mai.
Giù dal marciapiede troppo stretto, in mezzo alla strada come gli altri, tanto passano poche macchine, mentre cerchiamo di decidere cosa fare, se andare, un gelato o a casa subito… Beh, allora…

Adesso: 1:04.

Cos’è stato?… Un tuono?… Ma se il cielo è pulito! Possibile che si metta a piovere?… Ma quale tuono, qui c’è qualcosa che non va…
Ci voltiamo  tutti in direzione del botto. Guardando in alto da Via del Sole si vede la parte superiore della chiesa di Orsanmichele. E’ da li che viene… No, da dietro.
Trenta secondi dopo "il tuono", una nube bianca si alza da quella parte. E’ fumo… No, è gas… Macchè, è polvere. Andiamo?
Quasi come automi, senza averlo deciso, ci incamminiamo per Via del Sole, poi Via della Spada, e da alcune traverse già affluiscono altre persone, e la tensione comincia a farsi evidente. G. mi tiene per mano e comincia a stringere la presa.
Quindi via Strozzi, la gente per strada si fa numerosa e già si sentono in lontananza le prime sirene.
G. comincia a tremare. Non so se voglio andare avanti… Ormai ci siamo, su, tranquilla.
In Piazza della Repubblica ci sono già centinaia di persone che avanzano nella stessa direzione, alcune corrono, mentre arrivano le ambulanze. Meno di cinque minuti.
Attraversiamo la piazza verso Via Calimala, per terra detriti, vetri rotti, calcinacci. Ma da dove arrivano, se tutto appare sano e a posto? Andiamo via… Aspetta, fammi capire…
Un’agente vicino all’auto della Polizia ferma davanti all’Upim, a chi le chiede spiegazioni risponde che è una fuga di gas. Dicono sempre così, quando ancora non sanno.
Proseguiamo ancora un po’ in Por S.Maria. Facciamo appena in tempo a dare uno sguardo veloce su Via Lambertesca, ma senza potervi accedere, perché la Polizia chiude davanti a noi l’accesso alla zona con la fettuccia bianca e rossa e piantona gli angoli. Via de’ Georgofili è off limits.
Qualcuno dice di aver visto una donna coi vestiti strappati fuggire in preda al panico, un immigrato che si dice iracheno giura che l’odore che sente non è di gas, e che lui lo sa bene.
Poi è un caos, di voci, di sirene, di ipotesi catastrofiche e rassicurazioni di circostanza.
Ed è abbastanza per stanotte. La versione della fuga di gas reggerà ancora per poco, ma si saprà domani, con la colazione. Andiamo via, sì, adesso sì.

La Martinella, la campana della torre di Palazzo Vecchio, che per secoli era rimasta muta, suona ogni anno, la notte tra il 26 e il 27 maggio, all’1:04.
Per ricordare.

L’inseguimento



– Scendiii! – urlava dalla strada, mentre la voce le si faceva sempre più roca.


– Arrivooo! – rispondevo dalla finestra, ma volevo dire: Arrivo, cazzo!


Mi aveva svegliato dieci minuti prima e pretendeva che fossi già pronto, sempre la solita fretta irritante.


Non si placava mai, doveva sempre correre, correre, correre, come se qualche misterioso inseguitore non le desse mai pace.


Arrivato in strada mi aggrediva con la sua parlantina veloce e continua come un telegiornale.


– Vuoi una caramella per la gola? – le chiedevo per farla incazzare, ma a quel punto si bloccava, mi guardava interrogativa e dopo aver capito che la prendevo in giro si girava dall’altra parte a mugugnare tra sé, poi sfoderava un sorriso acido e mi diceva: – Sali! – E il giro cominciava.
Neanche la domenica dava segni di cedimento, solo da un piccolo rigonfiamento sotto gli occhi si poteva notare che anche lei si stancava.
La macchina di servizio era la sua seconda casa, anche se a volte mi veniva da pensare che la considerasse la prima.
– Hai fatto colazione? – mi chiedeva convinta.
– Sì, certo! Ho anche dato l’aspirapolvere, steso il bucato, lucidato il forno, portato fuori il cane e visto che c’ero ho fatto anche i biscotti, quelli al thè verde che ti piacciono tanto, e tutto nei cinque minuti in cui sei stata con la mano attaccata al clacson! – rispondevo tutto d’un fiato.
– Uhm! Svegliato male?-
– Ma vaff…! – “anculo” lo dicevo tra me.
La giornata iniziava con la sosta-cappuccino. Bar Amigos. Gli stessi tre clienti delle sette e mezza, da due anni. Gli stessi movimenti, i miei, i suoi, del barista, della cassiera che si rifiutava di farci pagare e del figlio che usciva dal bagno dei clienti con la cartella e il grembiule già addosso e andava a sedersi al primo tavolo in attesa dello scuola-bus.
Sigaretta, veloce. Appoggiati alla macchina, con le fondine delle pistole aperte. Così, perchè non si sa mai.
Direzione circonvallazione. Semafori a raffica come i pali dei lampioni. Si facevano più scoperte e conoscenze nei minuti di sosta davanti al rosso, che in ore di ronda. Scene di quotidiana straniazione ad ogni finestrino.
A volte ci guardavamo e non potevo fare a meno di pensare che lei vedesse in me le stesse cose che vedevamo intorno a noi. Ma poi si girava e ricominciava a correre.
Nei pressi della stazione iniziava ad agitarsi: da quelle parti, sei anni prima, suo padre, guardia giurata in pensione, era stato colpito da un rapinatore, una corsa sfrenata fino all’ospedale non era stata sufficiente…
Ogni volta mi chiedeva di scendere a dare un’occhiata al piazzale e alla galleria in testa ai binari. Due parole con gli agenti della Ferroviaria e poi di corsa, di nuovo in macchina. Verso la Panoramica…
Ci volevano dieci minuti, durante i quali prendeva un’aria come di attesa: in silenzio, si girava spesso a guardarmi, come se aspettasse da me un qualunque cenno o una parola. Attesa vana.
La strada costeggiava una serie di ville che negli ultimi mesi erano state svaligiate, i proprietari avevano rafforzato “le difese” con sistemi sempre più raffinati.
– Certo, se lo possono permettere! – commentava a voce alta. E aggiungeva: – Però da quando ci passiamo noi non succede più nulla… – e lo diceva con un tono ambiguo e io non capivo se si riferisse alle ville o a qualcos’altro.
Accellerava per allontanarsi da quella mancanza di azione. Senza darmi il tempo di riflettere. E rispondere.
Pausa-pranzo: si alternavano i panini imbottiti all’ingresso del mercato centrale e la pizza a taglio da Sergione, in piazza Vittoria.
Sporadicamente un primo in trattoria, una a scelta mia. Naturalmente si ingozzava in cinque minuti e mi costringeva a lasciare sempre qualcosa nel piatto. Caffè al banco ed era già fuori a fumare, appoggiata alla macchina.
– Beh? Non devi dirmi nulla? –
– Di che parli? –
– Di mia nonna! Andiamo! – diceva sbuffando.
Il resto del pomeriggio si stiracchiava noioso e assonnato, tra i viali della zona nuova a Sud e lo stadio del baseball, dove sembrava si radunassero i peggiori, a giudicare dalle facce. Anche lì, niente azione, niente sorprese, niente di niente.
Fino a quella volta, tre mesi fa.
– Ok. Fine turno. Ti riporto a casa – e lo disse con una inflessione diversa dal solito. Era calma, quasi serena, irriconoscibile.
– Basta! Non c’è la faccio più! Sono due anni che corro! – ma non aveva l’aria stanca, anzi…
L’impulso a farle la domanda fatidica non riuscii più a trattenerlo.
– Perchè? – le chiesi quasi tremando per l’immane sforzo di controllare la voce – Da cosa fuggi? -.
Mi guardò con il sorriso di chi intende il contrario e quasi con filo di compassione, come si usa con chi si ostina a non capire, rispose:
– Da te! -.


 






























L’invenzione

C’era sempre stata una sottile linea rossa tra i due lembi di carne che si ostinava a chiamare labbra. Non aveva smesso di contrarre la bocca da quando era nata, ma non ci riusciva del tutto. Per ridere si limitava a sollevare gli zigomi strizzando gli occhi. Non aveva le rughe ai lati degli occhi perchè non rideva mai.
Il giorno che la vidi cambiare volto fu uno shock. Il cagnolino nero era spuntato all’improvviso da dietro uno scatolone vuoto, buttato a caso di fianco a un cassonetto.
Passeggiavamo freddolosamente sul cavalcavia, di ritorno da un pic-nic nel parco-carrozze della stazione ferroviaria, finito male per la pioggia, tra binari morti e vagoni in attesa di rianimazione.
Scendendo dalla parte opposta mi aveva parlato di figli, di desideri e di calore umano.
Avevamo scelto quel posto perchè, diceva, era il più sub-urbano della città, una zona franca dove la voglia di libertà e i percorsi obbligati si mescolano. Una soglia, trasandata e rugginosa, tra la frenesia cittadina e il desiderio di altrove. Un vuoto urbano pieno del transito di innumerevoli vite in viaggio.
I panini non erano mai stati importanti, ma li aveva preparati con cura, come se volesse fare bella figura, sapendo che non ce n’era bisogno.
Volevo solo starla a sentire mentre mi parlava della nuova vita che stava per iniziare, altrove, delle valigie fatte e disfatte, del freddo che era diventato insopportabile e di quelle labbra serrate all’infinito.
Aveva appena iniziato a piovere, l’odore della pioggia sul quel miscuglio di erba, polvere e ruggine si era fatto pungente e quasi piacevole.
Scendendo dal cavalcavia mi aveva parlato di desideri, di figli, di calore umano, ma tremava di freddo.
Il cucciolo si era quasi fatto schiacciare pur di attirare l’attenzione e fu lì che accadde.
– E quello? Da dove l’hai tirato fuori?- le chiesi indicando il sorprendente sorriso che si era aperto sul suo volto improvvisamente rilassato.
E lei, asciugandosi con calma una lacrima, rispose:
– Me lo sono inventato -.

L’articolo








I due cuscini azzurri sulla poltrona di pelle rossa portavano ancora l’impronta di chi vi aveva appoggiato la schiena per alcune ore, ma nella stanza non c’era traccia di alcunché potesse far pensare ad una presenza recente. Dal giorno del delitto, dopo i rilievi della scientifica, più nessuno era entrato nella stanza.
Sulla scrivania un bicchiere di vetro giallastro di pessima fattura odorava vagamente di succo di frutta, probabilmente pesca. Sulla tastiera del computer portatile erano evidenti gli aloni scuri segno di una certa usura. Il telecomando vicino al mouse faceva pensare che la vittima tenesse accesa la televisione, pur non vedendola essendo alle sue spalle, regolandone di tanto in tanto il volume o cambiando canale.
Questo suggeriva che la donna poteva aver sentito la notizia del rilascio del marito dal telegiornale, mentre lavorava alla stesura dell’articolo. Perché altrimenti ne avrebbe cambiato il contenuto, lasciando incompleta la versione precedente?
Gli inquirenti avevano chiuso il caso inserendolo tra i delitti irrisolti, ma quando ebbi l’incarico di riaprire le indagini mi feci cogliere dall’ansia: cos’altro volevano scoprire? Non ne avevano abbastanza di ricerche andate a vuoto?
Mi decisi a ripartire dalla stanza d’albergo dove l’avevano trovata senza vita. Accanto alla sedia, per terra, c’era ancora la cornice di legno chiaro con la foto della coppia dell’anno: si erano sposati tre mesi prima in segreto, ma la notizia aveva fatto il giro del paese in brevissimo tempo. Il famoso line backer dei Giants e la bella reporter della ESPN. In pochi avrebbero scommesso sulla tenuta di quel matrimonio. I sospetti di doping su di lui e l’intraprendenza investigativa di lei presto o tardi avrebbero scatenato conflitti irrisolvibili. In ogni caso tutto ciò non era bastato a stabilire né un movente né una dinamica certa per l’omicidio.
Le tende della finestra più lontana dalla scrivania erano strappate, ma non c’erano segni di colluttazione, come non si era trovata alcuna traccia di farmaci o veleni. La notizia della scarcerazione del marito, dopo due settimane di fermo con l’accusa, peraltro mai provata, di uso e spaccio di sostanze anabolizzanti, era passata sul notiziario del pomeriggio, circa due ore prima dell’ora presunta in cui la polizia aveva fissato la morte della giornalista.
Due ore: cosa aveva fatto l’uomo prima di svanire nel nulla?
Secondo le testimonianze del personale dell’albergo non era tornato a trovare la moglie, che nel frattempo scriveva il suo articolo al computer in cui parlava delle losche amicizie del marito che stavano portando alla rovina la carriera di lui e il loro rapporto.
Feci un respiro profondo e accesi il portatile: il file con l’articolo interrotto c’era ancora! Non erano riusciti a decrittare il codice d’accesso o non avevano semplicemente guardato a fondo nella memoria dell’hard disk. Tirai un sospiro di sollievo, avevo ancora un po’ di tempo!
Copiai facilmente su un dischetto il pezzo che avevo iniziato a scrivere quel pomeriggio, mentre aspettavo che lei tornasse. Il marito seduto pesantemente sulla poltrona rossa mi guardava mentre giocherellava con un’enorme mazzetta di pezzi da mille, ne sarebbero serviti molti per corrompere l’impiegato della reception. Non gli chiesi neppure che cosa fosse il liquido nella boccetta che mi diede prima di uscire dalla stanza. Sapevo che la mia carriera nella polizia stava per finire e anche come occultatore di prove in fondo non ero un granché.
Uscendo dall’albergo mi diressi verso il bar dall’altro lato della strada e da solo brindai alla mia nuova carriera di reporter e al mio primo articolo di nera. Raccontai la storia in modo da farla sembrare un’indagine impossibile, ma l’importante era il tono, più da poliziotto che da cronista, come piace oggi. Com’era il titolo? Ah, sì! “Morte di una giornalista sportiva”. Geniale, no?!