Polvere plastica.26

Tanto in un modo o nell’altro al 15 del mese ci si arriva lo stesso. Su questo pare che contino l’agenzia e l’azienda. Il come non è importante, problemi privati dell’operaio.
Dopo la scena in filiale, il pomeriggio stesso, mi decido a chiedere direttamente a G., il maggiore dei due fratelli titolari, quello che sembra il più disponibile umanamente e con cui ho un rapporto migliore.
In un momento di calma mi avvicino a lui e comincio a raccontargli dell’esito della richiesta fatta all’agenzia, dell’inutile lettera con motivazioni, della difficoltà in cui mi trovo.
Rimane sorpreso, o almeno così appare.
– Quanto ti serve? – mi chiede, con aria titubante.
Provo a fare una lista delle spese che mi aspettano, per giustificarmi, e mangiandomi un po’ le parole mi faccio scappare una cifra, prima che si allontani.
– 200 euro, penso che possano bastare – mentendo, per non essere pretenzioso.
– Uhm, vediamo. Chiedo in ufficio, sento un pohino quanto c’è in cassa – mi dice smettendo di guardarmi negli occhi e allontanandosi frettolosamente – Ti fò sapere entro stasera e al massimo domattina.
Dopo di che più nulla. Nessuna notizia, nessuna risposta, come se niente fosse. Il giorno seguente tutto dimenticato, come se non ci fossimo mai parlati.
Rinuncio a chiedere qualsiasi altra cosa. Vado a cercarmi un transpallet per prendere un altro pancale di pezzi da forare e torno al lavoro.

Il transpallet (o traspalle, italianizzando) a mano è un particolare tipo di carrello con cui si possono spostare pesi fino a 2500 kg. Di norma è giallo, in varie tonalità, dal limone all’ocra, ma si trova anche arancione e rosso, colori accesi per renderlo sempre ben visibile.
Le due pale parallele lunghe circa 1,5m, nella posizione base stanno ad un’altezza di circa 1cm da terra, sostenute da un sistema di braccetti, pistoncini e piccole rotelle.
Ad una estremità le pale, larghe 15/20cm, si restringono fino a formare due punte arrotondate che servono ad inserirsi più agevolmente sotto i pancali, sotto i pianali delle “gondole” o di ogni altro oggetto voluminoso e pesante da spostare.
All’altra estremità esse si uniscono in una struttura di forma simile a una piramide, che contiene il meccanismo di carica e di snodo fondamentale per il funzionamento del mezzo.
Da qui parte il manubrio, di solito nero, un asta di metallo con in cima una specie di volante pentagonale. Collegata ad esso si può avere una leva, subito sotto l’impugnatura, vicino alle mani, o un pedale, vicino allo snodo.
Una volta inserite le pale sotto l’oggetto si spinge il manubrio verso il basso, ripetutamente, come una pompa manuale, e il sistema fa chiudere l’angolo tra i braccetti che reggono le rotelle. In tal modo le rotelle si avvicinano tra loro e le pale si alzano fino a toccare il piano inferiore dell’oggetto. Seguitando ad alzarsi sollevano il peso fino all’altezza voluta.
Si guida il transpallet, grazie allo snodo dell’asta del manubrio, tirando o spingendo, secondo le capacità, il peso, gli spazi disponibili, fino alla posizione richiesta.
A questo punto si tira la leva che, tramite un cavo d’acciaio, scarica i pistoncini e sblocca i braccetti, consentendo alle pale di tornare giù e al transpallet di essere estratto da sotto il peso.

Cerco di non pensare a chi e a come chiederò i soldi che mi servono. Mi preparo mentalmente a passare due settimane chiuso in casa, dopo il lavoro, e mi distraggo concentrandomi sugli aspetti tecnici degli strumenti meccanici che uso, sul loro funzionamento, e sulle azioni, altrettanto meccaniche, che faccio.
Nel frattempo sorrido nel guardare Abdul, Soltani e Rosa che usano i transpallet come dei monopattini, quando tornano in postazione dopo uno scarico. Attraversando velocemente il corridoio centrale del capannone paiono divertirsi.

Annunci

Polvere plastica.25

L’agenzia interinale si trova in centro, sui Lungarni, all’interno della Zona a Traffico Limitato. Ci posso arrivare solo in motorino, ma il tragitto non è proprio da buttar via: Piazza Poggi, Santa Croce e poi Gli Uffizi là di fronte, Ponte alle Grazie, Ponte Vecchio, Piazza Pitti, Via Maggio, Ponte di S.Trinita, Palazzo Corsini. Abbastanza per riconciliarsi, ogni volta, con questa città che per altri aspetti riesce spesso a farsi odiare.
Quando si riscuote lo stipendio ci si ricorda di essere dipendenti di agenzia interinale, di come può essere precario il proprio stile di vita, per quanto moderato. E, nonostante tutto, di come può considerarsi fortunato.
Dal 15 in poi di ogni mese ci si mette in coda davanti al banco: quelli che hanno un conto su cui accreditare la somma passano solo per prendere la busta-paga; quelli che non ce l’hanno ritirano anche un assegno, che poi devono andare a cambiare in una banca, non lontano da Piazza Duomo.
Lavoratori di ogni nazionalità, molti extracomunitari, di ogni età, di ogni estrazione sociale. Alcuni che probabilmente attraversano un periodo difficile e non trovano di meglio, cercando di mantenere quella dignità che intorno a loro vedono assottigliarsi.
Altri che, si capisce dai discorsi e dalle lamentele verso l’impiegata, pensano di essere, e magari sono, troppo qualificati per fare quello che fanno, chiedono maggior rispetto e considerazione, mentre firmano un contratto brevissimo, magari di un solo mese, e senza garanzie di continuità.
Altri ancora che festeggiano la firma di quello stesso tipo di contratto, che “garantisce” un altro mese di sopravvivenza.
Qualcuno arriva per la prima volta e viene subito invitato a sedersi a un tavolo, per compilare un modulo di iscrizione che spesso non capisce nemmeno, mentre tra i presenti, tra quelli che già lavorano, si sparge un aria di comprensione con contorno di sguardi d’intesa che vogliono dire varie cose:
– Eccone un altro! – Vieni, vieni! Eh, poi vedi! – Poverino, non sa cosa lo aspetta… – Ma questo proprio qui doveva venire? – e via dicendo.
Gli impiegati sono molto pazienti e disponibili, e non potrebbe essere altrimenti: ogni lavoratore iscritto è evidentemente una potenziale fonte di guadagno per l’agenzia.
Ma l’agenzia, intesa come azienda privata, quindi come società con fini di lucro, non pare esserlo altrettanto.
Alla fine di marzo, per la coincidenza di spese varie (bollette accumulate, assicurazione della macchina, affitto e altro) sono rimasto senza niente.
Ho pensato di poter chiedere un anticipo sullo stipendio e ho chiesto come fare. La prima risposta, estemporanea, dall’impiegata addetta alla ricezione è stata forse la più sincera:
– Che io sappia l’agenzia non dà acconti… Mmh… Ma ti faccio parlare col ragioniere… – il quale, con aria contrita e viso paonazzo, non si sa perché, esordisce dicendo:
– Dovresti scrivere una lettera e inviarla via fax…
– Dovrei? A chi?
– A noi, chiaro…
– A voi a Firenze o a voi a Milano, alla sede centrale? –
– A Milano, certo… Motivando la richiesta dell’acconto.
– Motivando?… Non ho più soldi!… Bene, grazie.
Scrivo la lettera, motivando. Tante spese, finiti i soldi. Mi basterebbero 300 euro, per arrivare al prossimo assegno.
Dopo qualche giorno mi chiamano:
– Dovresti farti fare un resoconto, dal datore di lavoro, delle ore lavorate fino ad oggi. Perché a Milano dicono “L’acconto, sì, ma su che basi?”
– Su che basi? Sulla base di un contratto firmato e rispettato, fino a prova contraria.
– Eh, sì, va bene… e comunque devo sentire la direttrice della filiale. Ma lo sai come sono queste cose.
– No, ma va bene lo stesso.
In fabbrica mi fanno la fotocopia del cartellino timbrato fino a quel giorno, la inviano loro stessi via fax all’agenzia di Firenze che la inoltra a Milano.
– Passa qualche giorno per la risposta, ti chiamiamo noi.
– Ancora qualche giorno, bene – intanto i soldi li ho finiti già da qualche giorno.
Dopo una settimana senza notizie, telefono:
– Ah… Sì, so che è stato accreditato tutto sul tuo conto.
– … Conto? Quale conto? Io non ho un conto!
– Ah… Scusa, allora fammi controllare… Devo verificare… Ti faccio chiamare stasera…
L’indomani mattina:
– Mi dispiace, nulla da fare. Non ti è stato concesso…
– Cosa?! Come no?!… Ma come cazzo ragionate! Ieri sì, oggi no?
Infuriato vado in agenzia. Il ragioniere, dopo avermi fatto aspettare 15 minuti, forse per paura che lo prendessi a schiaffi, si presenta sempre più paonazzo:
– Mi dispiace, mi sono sbagliato, avevo scambiato il tuo caso con un altro…
– Il mio caso…
– Eppure, con la direttrice si era detto… Pareva che… La lettera era scritta bene, motivando…
– Bene. Ma la motivazione del rifiuto?
– Eh, chi lo sa… Non si può sapere…
– Non si può sapere? Per 300 euro di merda? Che fra l’altro sono soldi già miei, che dovrai darmi comunque? E ora come ci arrivo fino al 15? Chiedo un prestito agli amici?… Motivando?…

Polvere plastica.24.Profili

Una macchina profilatrice è come un grande sistema digerente al contrario: da un composto informe e indifferenziato si produce un profilato ben definito da spessori, lunghezze, consistenza e colore.
Le macchine sono disposte “a pettine”, perpendicolarmente al lato lungo del capannone, formando dei “corridoi” fra una e l’altra sufficienti al passaggio di un operaio. 
Ci sono dieci profilatrici nel reparto, ma non tutte lavorano contemporaneamente, anche perché sono sempre al massimo due gli addetti che se ne occupano. A seconda delle necessità e delle richieste, però, si possono avere in funzione anche fino a otto macchine insieme, e non è raro che, per ragioni diverse, ci sia un solo operaio a seguirle.
La temperatura del reparto profili è la più alta di tutta la fabbrica, sia per il calore sviluppato dalle macchine, sia per la scarsità di affacci sull’esterno di questa parte di capannone e a quanto pare questo caldo influisce in modi diversi sulle persone.
In realtà una macchina profilatrice è una sequenza di “organi” diversi disposti uno di seguito all’altro secondo la logica della produzione.
All’inizio c’è una specie di grosso imbuto, da dove viene immesso il materiale plastico di partenza, un granulato secco normalmente grigio (raramente avorio o bianco) i cui grandi sacconi sono disposti nel piazzale. A seconda del tipo e della qualità prende vari nomi: “il laziale”, “il francese”, ecc.
Il composto dall’imbuto finisce in una specie di forno che lo porta alla temperatura di fusione, lo rimescola per eliminare il più possibile impurità e bolle d’aria, rendendolo omogeneo e fluido.
Il “maestro” di questa fase è Pino, un anziano signore pugliese che a vederlo, e a sentirlo parlare, penseresti che è di quelli che nonostante l’età si ostinano a continuare a venire al lavoro, e non si decidono a lasciare il posto a qualcuno più giovane.
Ma lavora qui “solo” da 34 anni, gli manca ancora un po’ per mollare, e poi  conosce le profilatrici, che sembrano avere la sua stessa età, meglio della sua famiglia. Potrebbe smontarle e rimontarle, anche con pochi e scarsi attrezzi, in poco tempo, ne sente i problemi e ne conosce i limiti, forse proprio perché, a parte un paio di macchine più nuove, le profilatrici sono della “sua” generazione.
Dopo il forno, di cui si può regolare la temperatura per controllarne la consistenza, il composto viene spinto nel profilo vero e proprio. Basi, cappelli, e fianchi si ricavano dallo stesso profilo, cambiano nome e posizione nel mobile in plastica solo in base alla lunghezza.
C’è un profilo unico anche per i divisori verticali interni e i ripiani orizzontali, mentre i retri e le stecche di collegamento dei retri stessi necessitano di profili diversi, per dimensioni e forme. Colui che non cambia mai, che mantiene sempre lo stesso atteggiamento nei confronti di qualunque situazione di lavoro è Antonio, toscano, ma di origini sarde, a giudicare dal cognome. Corporatura imponente, da rugbista, ha sempre lo stesso passo, lungo e lento, in ogni momento e non si scompone per nessuna ragione al mondo. Di lui si dice che, in un momento di questioni poco chiare sul piano degli stipendi, è stato l’unico ad alzare la voce nei confronti dell’azienda e ad ottenere quello che voleva.
A vederlo non si direbbe, tanta è la flemma che dimostra, unita a un tono di voce sempre pacato e ai modi schivi. Eppure è quello più efficiente, quello che fa, pare, più volentieri il turno di notte, dalle 22 alle 6, ma anche quello più disincantato e con meno aspettative, quello con meno rivendicazioni da urlare e recriminazioni da sibilare quando i titolari non sono nei paraggi.
Il più incostante invece è Davide, “il bambino” lo chiamano gli altri, un poco più che ventenne, dai modi da sbruffone e poco incline all’applicazione, colui al quale, quasi per pregiudizio, fondato, si addossano le colpe di tutte le  disfunzioni  e degli errori imputabili alla profilatura: rotture, misure sbagliate, eccessiva rigidità o flessibilità dei profilati e varie altre cose.
I pezzi profilati, che iniziano a raffreddarsi subito, passano attraverso un cosiddetto “traino”, un doppio cingolo con cui il pezzo viene “estratto” fuori dal profilo alla velocità giusta per non rompersi o sfibrarsi e nello stesso tempo viene mantenuto orizzontale e orientato verso il pianale successivo, dove l’aspetta la sega circolare che gli dà la misura.
Che poi è l’unica misura certa, anche se col raffreddamento, ogni pezzo tende a “ritirarsi” di circa un millimetro, mediamente, per ogni metro.
Ogni altra cosa mantiene un grado di incertezza e impossibilità di controllo che mette la riuscita della produzione nelle mani delle persone che di volta in volta si occupano di essa: i dirigenti che mirano alla quantità, l’operaio che mira alla minimizzazione degli sforzi, il tecnico che mira alla funzionalità delle macchine. In questo contesto ogni decisione e strategia vengono messe continuamente in discussione e ciò che ne risente di più non può che essere la qualità del prodotto, alla fine dei conti la cosa meno rilevante del processo produttivo.

Polvere plastica.23

L’asfalto del piazzale, con l’alternarsi di pioggia e sole si sfalda sempre di più. Diventa sempre più problematico attraversarlo con le gondole piene di spazzatura, da portare ai cassonetti. Le scatole piene di segatura di plastica, teli rotti, avanzi di cibo e rotoli di estensibile finiti, cascano da ogni parte per le vibrazioni e i sobbalzi. Per percorrere i trenta metri fino al cancello ci si mette così tanto che si rischia di sentirsi accusare di essere lenti e imbranati da qualche dirigente di passaggio.
Come per uno strano destino riservato a coloro che di volta in volta si occupano di questa mansione, capita regolarmente che si alzi un po’ di vento. Così la polvere e la segatura si spargono ovunque, lungo il tragitto e davanti ai cassonetti.
Questi si trovano quasi davanti all’ingresso di una ditta di materiali elettrici, lì accanto, dalla quale spesso viene fuori il titolare a lamentarsi dell’eccessiva quantità di rifiuti nostri, che impediscono ai loro di trovare posto. Ma soprattutto a lamentarsi del fatto che i nostri residui di polvere di plastica andrebbero smaltiti in modo diverso e più sicuro, che è rischioso starci in mezzo quando c’è vento e che i vigili urbani, se passassero, gli farebbero una multa che dovremmo invece pagare noi.
Il modo più sicuro per lo smaltimento è, comprensibilmente, più costoso e fastidioso per entrambe le ditte, perché anche loro a volte riempiono i cassonetti di materiali ingombranti e poco sani, costringendo noi a lasciare i nostri per terra, cosa che non si potrebbe fare. Così si va avanti con questo balletto di responsabilità e lamentele, e qualche litigio più acceso fra i titolari, senza mai uscirne, ma anzi con la sensazione di assistere a un consolidato gioco delle parti.
La maggior parte delle volte si va in due, per aiutarsi a vicenda, oppure con due gondole, per buttare via anche la spazzatura del reparto profilatura e ottimizzare i tempi. All’inizio del turno mattutino, con le gondole lasciate piene la sera prima o la sera, dopo le pulizie di fine turno.
Preoccupandosi anche di trovare un pezzo di legno o un rotolo di cartone abbastanza rigido per tenere su il coperchio del cassonetto, che altrimenti si deve tenere con una mano, mentre con l’altra si tenta di sollevare e di rovesciare le scatole. Le quali poi vanno riportate indietro vuote e riusate il più possibile, finché reggono, prima che si disfino del tutto.
Con entrambe le mani occupate in questa operazione è facile rimanere inerti all’assalto della segatura di plastica, sollevata da una folata di vento. L’unica è chiudere bene gli occhi e la bocca e aspettare che passi.
Al ritorno, dopo aver lasciato le gondole vuote perpendicolari ai muri del piazzale come in un parcheggio, non si vede l’ora di spolverarsi i capelli, le orecchie, i vestiti e le scarpe con l’aria compressa, sopportando volentieri il freddo getto pur di liberarsi da quel fastidio, prima di tornare al proprio posto.

Polvere plastica.22

Per far fronte alle necessità di spazio, che ultimamente comincia a scarseggiare, la ditta ha preso in affitto il capannone adiacente. Delle stesse dimensioni, separato dal nostro solo dalla parete longitudinale.
L’officina meccanica, con deposito di ricambi, che c’era prima, aveva chiuso i battenti diversi mesi fa, lasciando all’interno solo un alto strato di polvere, macchie d’olio sul pavimento e nell’aria l’odore tipico di lubrificante.
Come l’altro capannone, ha l’ingresso della prima parte orientato verso la strada, sul lato corto. Da qui si possono effettuare più agevolmente i carichi e gli scarichi, basta che i tir si accostino per bene al marciapiede.
I camion più piccoli possono entrare in retromarcia attraverso il cancello scorrevole e mettere il portellone posteriore a pochi centimetri dalla porta del capannone.
I due ingressi alla parte più grande sono speculari rispetto a quelli dove lavoriamo noi, si affacciano sullo spazio di pertinenza laterale, all’opposto rispetto al piazzale principale. Lì dietro per ora ci sono solo vecchi pancali, per lo più rotti.
Anche la lunga fila di finestroni si affaccia da quella parte, ovviamente, verso Nord-Est, al contrario di quelli che guardo tutti i giorni, rivolti a Sud-Ovest, che con l’avvicinarsi della primavera restano esposti per più tempo ai raggi del sole, cominciando a riscaldarsi e a scaldare piacevolmente l’aria all’interno fino al pomeriggio inoltrato.
Comincio già, però, a pensare a come potrà essere l’aria qui dentro, quando l’estate sarà al suo apice. Già Abdul e Soltani, che sono entrati qualche mese prima di me, prima dell’estate, mi hanno assicurato che la temperatura sarà alta, nonostante le correnti d’aria, specialmente vicino alle macchine, ma sarà ancora più alta nel reparto delle profilatrici, e potremo dire che, tutto sommato, stiamo bene così.
All’estremità opposta, che a seconda del punto di vista si può considerare il retro o l’ingresso principale, si trova una palazzina di due piani da adibire ad uffici, lasciata vuota dall’azienda precedente. Ho afferrato qualche discorso in cui si profila il trasferimento di alcune mansioni amministrative in questi locali.
Per facilitare il lavoro di tutti è stato deciso di praticare un’apertura nella parete divisoria. Una squadra di muratori ha cominciato a demolire una fetta di muro larga abbastanza da farci passare agevolmente due muletti scarichi o uno ben carico di fianchi da 1,70mm con un bel margine di spazio ai lati.
In altezza la nuova “porta” arriva fino alle travi orizzontali su cui poggia il tetto, il massimo possibile. Questo permette di passare con un’alta pila di “balle” di cartoni per l’imballaggio da ripiegare.
Guarda caso, in questi pochi giorni in cui condividiamo le ore di lavoro con i muratori, il vento che dagli spazi aperti della piana si insinua fra i capannoni, è più sostenuto del solito. Perciò oltre alle ore condividiamo anche la polvere da loro prodotta nella demolizione. L’aria, in alcuni momenti è davvero irrespirabile, peggio di quando certi autotrasportatori lasciano acceso il motore del camion davanti alla porta e il vento porta dentro i gas di scarico.
– Oh! Alloraaa!? O’spegniloo! – è l’urlo che parte all’unisono.
– Eeeh! Polmoni delicati! – è la risposta.
E certo, qui si sta lavorando, mica è da tutti. Ognuno ha i polmoni che si merita.