Il pittore e la fornace

Il corridoio della casa è già una galleria. Ed è solo l’inizio. La prima sostanziosa parte di un itinerario che si dirama nelle altre stanze. Un percorso di mattoni e ciminiere, di colori intensi e gesti ripetuti, con il calore che esce dalle tele. Un calore che si espande e invade il soggiorno, la camera da letto, lo studio e perfino la cucina. Un cammino che continua, più discretamente, nei cassetti e negli armadi, tra i bozzetti, le prove su carta, i piccoli blocchi di schizzi, a penna e a matita.
La figlia di Giovanni Arisi e suo marito sono una coppia di pensionati come tanti, ma con in più il destino di vivere in una casa che è una mostra permanente, che accompagna giorno per giorno la loro vita e ne definisce in ogni momento l’identità.
Giovanni Arisi non era un operaio come gli altri. Dopo aver viaggiato e imparato lingue, fatto il sarto e lavorato coi concimi chimici, entra alla Fornace Frazzi di Cremona. Ma non gli basta. Da autodidatta studia da pittore, perché il sudore, il calore, la schiena spezzata dalle carriolate di mattoni non possono essere tutto, nella vita.
La fornace è, per l’epoca, una delle poche sicurezze, forse l’unica, per il sostentamento di intere famiglie. Ma è ancora di più il luogo di incroci di vite sacrificate che chiedono aria e rispetto.
Un uomo che ha visto il mondo e le sue contraddizioni, che coltiva la sua passione civile al fianco di quella artistica, non può far altro che cogliere questa urgenza.
E’ così che diventa uno speciale tipo di “corrispondente” dai luoghi di lavoro. Con queste premesse inizia un racconto di fatiche condivise che cerca di fissare sulla tela come un reporter sulla pellicola.
Con la differenza che i tempi di esposizione della pittura sono così dilatati che oltre al “momento” colgono anche la storia e l’umanità, le aspirazioni estetiche e la tensione documentaristica dell’autore.
Il bisogno di comunicazione si esprime nella ricerca dell’esattezza, non tanto nella precisione del tratto o nella congruenza della prospettiva, problemi del tutto secondari, quanto piuttosto nell’essenza  dei gesti e degli spazi di quel “mondo a parte”.
Senza retorica alcuna e con la giusta dose di autocritica, Arisi prova e riprova, nelle pause nelle quali trangugia il suo pranzo, a precisare l’estensione di un braccio, l’inclinazione di una schiena, l’altezza di un punto di vista, alla ricerca della verità.
La verità della fornace si rivela in ogni gesto, ma anche in ogni scorcio dal quale la presenza umana è esclusa,  ed anche così se ne percepisce l’intensità della vita che vi scorre dentro.
La vita della fornace. Quella che la fornace dà. Il lavoro che sostiene le sorti di interi quartieri e garantisce la sopravvivenza in tempi insicuri.
Ma anche la vita che la fornace toglie. Quella consumata nel caldo e nell’arsura, in ogni stagione, nelle ore massacranti e ripetitive, nelle malattie cosiddette “professionali” e nelle conseguenti “distrazioni” alcoliche delle osterie.
Tutto questo mondo pulsa nell’opera che Giovanni Arisi ci ha lasciato. Una raccolta di fotogrammi fissati sulla tela, momenti scelti fra un’infinità di altri momenti, attimi vissuti di vita, di lavoro, di fatica e di calore. Un racconto in cui, fra le altre cose, si narra di come un operaio-pittore, nella realtà cremonese degli Anni Cinquanta, si sia trasformato in pittore-operaio.

 (Dei quadri e degli schizzi di Giovanni Arisi si tiene in questi giorni una mostra, a Cremona, nella Sala Alabardieri del Palazzo Comunale, dal 12 al 28 gennaio).

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Big fish. (Tim Burton, USA, 2003)

L’effetto che un film può fare su chi lo guarda dipende sempre da chi lo guarda. Da come si sente in quel momento o in quel periodo, dalla propria storia personale, dai vuoti, inconsci, che ognuno cerca inconsapevolmente di riempire, o che si riempiono in modo inaspettato.


Ad una domanda precisa sugli evidenti riferimenti alla psicoanalisi che nel film si trovano, Tim Burton ha detto chiaramente che girarlo è stato più utile, ed economicamente più favorevole, di una terapia.


Credo che ciò si possa estendere, con le cautele del caso, anche agli spettatori, di questo film come di molto cinema cosiddetto “visionario”.


Trovarsi di fronte ai fantasiosi vaneggiamenti di un uomo che sembra, agli occhi del figlio, non aver mai avuto contatti saldi con la realtà, che ha sempre dato della propria vita un’immaginifica versione, con la quale affascinare gli ascoltatori e costringerli ad un vorticoso susseguirsi di fantasia e realtà in cui la sua forte personalità lo traveste da pifferaio magico, porta chi guarda a identificarsi, confrontando il proprio rapporto con i genitori e con l’immagine che di loro ognuno si crea ( o con l’immagine che essi vogliono creare, che forse è la stessa cosa).


In particolare questo padre che si comporta come un predestinato a cui tutto è consentito, in virtù del fatto che la sua fine è già scritta, ricorda molto quei padri che raccontano “balle” sulla loro vera capacità di essere guida ed esempio per i propri figli, per nascondere le proprie debolezze e miserie, ma non per questo sono da biasimare, perché si sforzano di dare di loro stessi un’immagine di cui i figli possano essere fieri, a costo di perdere di vista ciò che veramente i figli si aspettano.


Per tornare all’inizio del discorso, questo film, naturalmente, farà su ognuno l’effetto che farà, ma rimane attraente l’idea che il cinema faccia bene, in senso terapeutico, a coloro che con la realtà hanno un rapporto complicato, sia coloro che la perseguono a tutti i costi in un modo che è talmente incanalato nella razionalità che strada facendo si tramuta nel suo opposto irrazionale, sia coloro che la rifuggono nascondendosi dietro la sua presunta incomprensibilità e dando così sfogo alle proprie fantasie, che vengono spinte fino a farle sembrare forzatamente innaturali e false.


Ma per restare al film, alla fine lo sforzo del padre di farsi accettare così com’è dal figlio, a costo di perderlo, accende nel figlio la scintilla della fantasia che aveva covato in lui da sempre, facendogli raccontare forse la parte più poetica e più commovente di tutta la vita del padre, la sua fantastica dipartita, come neanche lui stesso avrebbe saputo fare.


La parte che in fondo appare più verosimile, viste le premesse, perché scaturita finalmente dalla sincerità dei sentimenti e dei legami riequilibrati.


Anche perché non si può mai essere certi che tutto quello che è stato raccontato non sia la verità…



 


Un bel libro

E’ stato un regalo, nel senso più ampio del termine, un regalo di Natale, ma anche un regalo per la mente e per il cuore, uno di quei doni che ti danno molto di più di quanto si aspetti la stessa persona che te lo fa. Di quelli che capitano inspiegabilmente a proposito e non avrebbero potuto essere più azzeccati e tempestivi.
E poi è un dono il libro in quanto tale, perchè regala, letteralmente, la possibilità di entrare nella testa di una persona che normalmente saremmo, sbagliando, in difficoltà a definire pensante, con una propria autonomia intellettiva ed emozionale che ci offre, di nuovo, una visione del mondo particolarmente seducente, a tratti terribile, probabilmente destabilizzante, certamente divertente.
Per farla breve si tratta del romanzo LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE, di Mark Haddon, inglese, autore e illustratore di libri per ragazzi.
E’ la storia, raccontata in prima persona, è questo il punto, di un ragazzo autistico di quindici anni, con vari problemi, ma con grandi capacità, che inizia una vera e propria indagine degna di Sherlok Holmes, suo idolo, partendo dall’ uccisione di un cane, trovato trafitto da un forcone nel giardino della vicina, fino a giungere alla scoperta della verità sulla morte della madre.
Lo sconcerto di trovarsi nella testa di un ragazzo autistico si trasforma lentamente in una condivisione di un punto di vista che scardina, secondo me, alcuni ingranaggi perversi nei rapporti interpersonali, scostando quel velo di ipocrisia che copre molte delle nostre insofferenze verso gli altri, diversi o uguali che siano.
Comunque, a prescindere dalle valutazioni personali, rimane l’attrazione per una storia a suo modo avvincente come un giallo e commovente per i risvolti umani, tanto che adesso smetto di scrivere e vado subito a finirlo…