Polvere plastica.24.Profili

Una macchina profilatrice è come un grande sistema digerente al contrario: da un composto informe e indifferenziato si produce un profilato ben definito da spessori, lunghezze, consistenza e colore.
Le macchine sono disposte “a pettine”, perpendicolarmente al lato lungo del capannone, formando dei “corridoi” fra una e l’altra sufficienti al passaggio di un operaio. 
Ci sono dieci profilatrici nel reparto, ma non tutte lavorano contemporaneamente, anche perché sono sempre al massimo due gli addetti che se ne occupano. A seconda delle necessità e delle richieste, però, si possono avere in funzione anche fino a otto macchine insieme, e non è raro che, per ragioni diverse, ci sia un solo operaio a seguirle.
La temperatura del reparto profili è la più alta di tutta la fabbrica, sia per il calore sviluppato dalle macchine, sia per la scarsità di affacci sull’esterno di questa parte di capannone e a quanto pare questo caldo influisce in modi diversi sulle persone.
In realtà una macchina profilatrice è una sequenza di “organi” diversi disposti uno di seguito all’altro secondo la logica della produzione.
All’inizio c’è una specie di grosso imbuto, da dove viene immesso il materiale plastico di partenza, un granulato secco normalmente grigio (raramente avorio o bianco) i cui grandi sacconi sono disposti nel piazzale. A seconda del tipo e della qualità prende vari nomi: “il laziale”, “il francese”, ecc.
Il composto dall’imbuto finisce in una specie di forno che lo porta alla temperatura di fusione, lo rimescola per eliminare il più possibile impurità e bolle d’aria, rendendolo omogeneo e fluido.
Il “maestro” di questa fase è Pino, un anziano signore pugliese che a vederlo, e a sentirlo parlare, penseresti che è di quelli che nonostante l’età si ostinano a continuare a venire al lavoro, e non si decidono a lasciare il posto a qualcuno più giovane.
Ma lavora qui “solo” da 34 anni, gli manca ancora un po’ per mollare, e poi  conosce le profilatrici, che sembrano avere la sua stessa età, meglio della sua famiglia. Potrebbe smontarle e rimontarle, anche con pochi e scarsi attrezzi, in poco tempo, ne sente i problemi e ne conosce i limiti, forse proprio perché, a parte un paio di macchine più nuove, le profilatrici sono della “sua” generazione.
Dopo il forno, di cui si può regolare la temperatura per controllarne la consistenza, il composto viene spinto nel profilo vero e proprio. Basi, cappelli, e fianchi si ricavano dallo stesso profilo, cambiano nome e posizione nel mobile in plastica solo in base alla lunghezza.
C’è un profilo unico anche per i divisori verticali interni e i ripiani orizzontali, mentre i retri e le stecche di collegamento dei retri stessi necessitano di profili diversi, per dimensioni e forme. Colui che non cambia mai, che mantiene sempre lo stesso atteggiamento nei confronti di qualunque situazione di lavoro è Antonio, toscano, ma di origini sarde, a giudicare dal cognome. Corporatura imponente, da rugbista, ha sempre lo stesso passo, lungo e lento, in ogni momento e non si scompone per nessuna ragione al mondo. Di lui si dice che, in un momento di questioni poco chiare sul piano degli stipendi, è stato l’unico ad alzare la voce nei confronti dell’azienda e ad ottenere quello che voleva.
A vederlo non si direbbe, tanta è la flemma che dimostra, unita a un tono di voce sempre pacato e ai modi schivi. Eppure è quello più efficiente, quello che fa, pare, più volentieri il turno di notte, dalle 22 alle 6, ma anche quello più disincantato e con meno aspettative, quello con meno rivendicazioni da urlare e recriminazioni da sibilare quando i titolari non sono nei paraggi.
Il più incostante invece è Davide, “il bambino” lo chiamano gli altri, un poco più che ventenne, dai modi da sbruffone e poco incline all’applicazione, colui al quale, quasi per pregiudizio, fondato, si addossano le colpe di tutte le  disfunzioni  e degli errori imputabili alla profilatura: rotture, misure sbagliate, eccessiva rigidità o flessibilità dei profilati e varie altre cose.
I pezzi profilati, che iniziano a raffreddarsi subito, passano attraverso un cosiddetto “traino”, un doppio cingolo con cui il pezzo viene “estratto” fuori dal profilo alla velocità giusta per non rompersi o sfibrarsi e nello stesso tempo viene mantenuto orizzontale e orientato verso il pianale successivo, dove l’aspetta la sega circolare che gli dà la misura.
Che poi è l’unica misura certa, anche se col raffreddamento, ogni pezzo tende a “ritirarsi” di circa un millimetro, mediamente, per ogni metro.
Ogni altra cosa mantiene un grado di incertezza e impossibilità di controllo che mette la riuscita della produzione nelle mani delle persone che di volta in volta si occupano di essa: i dirigenti che mirano alla quantità, l’operaio che mira alla minimizzazione degli sforzi, il tecnico che mira alla funzionalità delle macchine. In questo contesto ogni decisione e strategia vengono messe continuamente in discussione e ciò che ne risente di più non può che essere la qualità del prodotto, alla fine dei conti la cosa meno rilevante del processo produttivo.

Calore

                           scende di sbieco una goccia
                           mentre veloce mi muovo
                           troppo veloce 
                           accumulando calore di sfida
                           nelle vene e negli occhi diritti
                           fermami se puoi 
                           o rinuncia
                           all’orgoglio del posto a sedere
                           aspetta il tuo turno, arrivo anche a te
                           una virgola sola mi basta
                           di tempo e di senso
                           per correre meno e guardarti negli occhi
                           scambiare al contatto calore 
                           per echi di notti più fresche

                           scende una goccia più dritta
                           malgrado la corsa continui
                           per effetto non solo
                           di gravità

A sorsi

                              sussurri di notte tiepida
                              che aspetta lumi di pace
                              questo si sente alla fine
                              di un goffo origliare alla sera

                              si perde per strada in un’eco
                              una timida voglia di sole
                              accompagna le dita all’orecchio
                              per sciogliere un vecchio dolore

                              un sorso ancora e di nuovo
                              e la notte famelica smette
                              di tessere trame d’asfalto
                              coperte da morbida seta

                              le vite incrociate si disfano
                              le dita intrecciate si placano
                              qualcuno ritratta sentenze
                              e la notte riapre gli scuri

                              se ora avesse più testa
                              dovrebbe occultare le cose
                              le timide arie di senso
                              che tenta di rappresentare

                              ma l’anima sfugge da sola
                              da ogni spiraglio e riflesso
                              da ogni bicchiere di vita
                              che timido e tiepido beve