Polvere plastica.23

L’asfalto del piazzale, con l’alternarsi di pioggia e sole si sfalda sempre di più. Diventa sempre più problematico attraversarlo con le gondole piene di spazzatura, da portare ai cassonetti. Le scatole piene di segatura di plastica, teli rotti, avanzi di cibo e rotoli di estensibile finiti, cascano da ogni parte per le vibrazioni e i sobbalzi. Per percorrere i trenta metri fino al cancello ci si mette così tanto che si rischia di sentirsi accusare di essere lenti e imbranati da qualche dirigente di passaggio.
Come per uno strano destino riservato a coloro che di volta in volta si occupano di questa mansione, capita regolarmente che si alzi un po’ di vento. Così la polvere e la segatura si spargono ovunque, lungo il tragitto e davanti ai cassonetti.
Questi si trovano quasi davanti all’ingresso di una ditta di materiali elettrici, lì accanto, dalla quale spesso viene fuori il titolare a lamentarsi dell’eccessiva quantità di rifiuti nostri, che impediscono ai loro di trovare posto. Ma soprattutto a lamentarsi del fatto che i nostri residui di polvere di plastica andrebbero smaltiti in modo diverso e più sicuro, che è rischioso starci in mezzo quando c’è vento e che i vigili urbani, se passassero, gli farebbero una multa che dovremmo invece pagare noi.
Il modo più sicuro per lo smaltimento è, comprensibilmente, più costoso e fastidioso per entrambe le ditte, perché anche loro a volte riempiono i cassonetti di materiali ingombranti e poco sani, costringendo noi a lasciare i nostri per terra, cosa che non si potrebbe fare. Così si va avanti con questo balletto di responsabilità e lamentele, e qualche litigio più acceso fra i titolari, senza mai uscirne, ma anzi con la sensazione di assistere a un consolidato gioco delle parti.
La maggior parte delle volte si va in due, per aiutarsi a vicenda, oppure con due gondole, per buttare via anche la spazzatura del reparto profilatura e ottimizzare i tempi. All’inizio del turno mattutino, con le gondole lasciate piene la sera prima o la sera, dopo le pulizie di fine turno.
Preoccupandosi anche di trovare un pezzo di legno o un rotolo di cartone abbastanza rigido per tenere su il coperchio del cassonetto, che altrimenti si deve tenere con una mano, mentre con l’altra si tenta di sollevare e di rovesciare le scatole. Le quali poi vanno riportate indietro vuote e riusate il più possibile, finché reggono, prima che si disfino del tutto.
Con entrambe le mani occupate in questa operazione è facile rimanere inerti all’assalto della segatura di plastica, sollevata da una folata di vento. L’unica è chiudere bene gli occhi e la bocca e aspettare che passi.
Al ritorno, dopo aver lasciato le gondole vuote perpendicolari ai muri del piazzale come in un parcheggio, non si vede l’ora di spolverarsi i capelli, le orecchie, i vestiti e le scarpe con l’aria compressa, sopportando volentieri il freddo getto pur di liberarsi da quel fastidio, prima di tornare al proprio posto.