Polvere plastica.21.Il robot

Da un mucchio di scatoloni accatastati, di tanto in tanto emerge, in tutta la sua aliena presenza, “il robot”.
Una macchina utensile a controllo numerico che in effetti non è poi così strana, e neanche tanto nuova, ma appare certamente fuori posto, nel contesto del capannone.
Viene usata di rado, per la maggior parte del tempo sta lì, ferma, senza fare neanche tanta bella mostra di sé, perché di solito viene circondata da pancali imballati, scatole di accessori, carrelli e muletti elettrici in carica. Per di più pare che non abbia mai realmente funzionato bene, dall’inizio.
Quasi ogni due settimane viene qualcuno, un tecnico specializzato o un programmatore, per provare a farla ripartire o predisporla per una qualche funzione.
E’ soprannominata “robot”, perché in confronto alle altre macchine, agli occhi di chi lavora qui, appare come una cosa che può fare cose incredibili, ma ha solo bisogno di qualcuno che la programmi a dovere.
Il suo vero problema, però, dal punto di vista della produzione, è che non si adatta molto ai ritmi e ai sistemi di lavoro adottati in questa ditta.
Non credo proprio che sia stata acquistata per fare solo quella cosa lì. Probabilmente, nelle intenzioni dei titolari, doveva essere una svolta tecnologica, un investimento per ridurre, come al solito, la presenza di personale e le spese di gestione. Di fatto non è così.
Senza contare il fatto che un tecnico viene spesso a programmarla, quando funziona, e un altro viene, molto spesso, a ripararla, c’è da dire che anche in condizioni normali non è esattamente un aiuto alla produzione.

La macchina utensile a controllo numerico è bianca. Si presenta come una cabina cubica, d’acciaio, alta circa due metri e mezzo, aperta su tre lati con grandi lastre di plexiglas rimovibili, che permettono di lavorare da varie direzioni. A circa un terzo dell’altezza, dal basso, si trova un grande pianale, ricoperto da una lastra di teflon, che riporta una maglia regolare e ravvicinata di scanalature. Queste servono ad ospitare i fermi, nelle posizioni più adatte per bloccare il pezzo da lavorare. Sul lato destro, all’altezza del pianale, si trova la consolle di gestione. Un monitor a led verdi, una tastiera di programmazione e i pulsanti di attivazione delle varie funzioni. La programmazione avviene in linguaggio DOS, immettendo le coordinate cartesiane dei movimenti, sempre su due assi, che si vogliono far compiere all’utensile. Sul lato posteriore, rispetto a chi lavora, si trova tutto il sistema di barre, bracci e testata che permette all’utensile di muoversi in tutte le direzioni utili per raggiungere i vari punti del pezzo da lavorare. Sotto, sul bordo del pianale, i diversi utensili, che la macchina cambia automaticamente, a seconda delle istruzioni di lavorazione.

Il robot, potenzialmente, farebbe anche molte cose incredibili, a sentire gli altri operai o i titolari, che non ammetterebbero mai di aver speso male i loro soldi. In realtà, a quanto ne so, serve solo a forare un certo tipo di basi e cappelli, la misura più piccola, che non si può fare con le altre foratrici, se non stravolgendone le impostazioni.
Ma la “magagna” più evidente (sempre dal punto di vista della produzione, perché da quello della macchina non è certo un difetto) è che l’utensile, in questo caso la punta foratrice, è sempre e solo uno per volta.
Le vecchie foratrici hanno un “ponte” a cui si fissano tutte le punte necessarie, che agiscono così contemporaneamente. Tutti i fori in un solo movimento, in pochi secondi.
Il “robot” usa una sola punta per volta, facendo così i fori necessari in sequenza, uno dopo l’altro, in più di un minuto. Tempo che per altro, per non far andare su tutte le furie i titolari, e per non far annoiare a morte l’operaio addetto, deve essere riempito con qualche altra mansione, tipo preparare le bustine con le viti, montare le guide per le tapparelle e così via.
Non bastasse, a tutto questo si accompagna un rumore assordante, simile alla sirena prolungata di una nave, con tanto di partenza bassa, innalzamento graduale del tono, tenuta, per tutta la durata della lavorazione, ridiscesa del tono fino allo stop, quando i bracci tornano nella posizione di partenza.
Si cambia il pezzo, o i pezzi, quando se ne possono fare due insieme, oppure si girano, se devono essere forati da entrambi i lati, si schiaccia il pulsante di Start e la sirena riattacca.
Se mi giro da un’altra parte, verso la mia foratrice o verso i quadrati di vetro dei finestroni, ricoperti di fogli traslucidi che impediscono di vedere il cielo, posso immaginare di essere affacciato su un porto o di essere su una di quelle navi che se ne stanno andando.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...