Polvere plastica.20

Le giornate hanno ripreso ad allungarsi visibilmente. Prima si entrava al lavoro la mattina presto che era ancora buio, e iniziava a schiarirsi dopo quasi due ore. A volte sembrava di essere rimasti chiusi lì dalla sera prima. La luce del giorno cominciava ad entrare dai finestroni e dalle porte quando si era già nel pieno delle attività. Era una strana sensazione, quella di essere sul posto di lavoro due o tre ore prima dei titolari. Per certi versi gratificante. Sembrava di godere di fiducia e rispetto. Certo, prima Maurizio, poi Martino, erano sempre presenti, o quasi, ma si aveva l’impressione di potersi prendere le proprie responsabilità, senza “custodi” troppo zelanti.
Quelle due ore di “buio”, con solo le luci artificiali del capannone, sembravano una specie di “fascia protetta”, una zona franca in cui ognuno era lì a fare il proprio dovere, senza stress e senza chiacchiere inutili.
Anche l’arrivo in fabbrica al mattino, in motorino o in macchina, aveva un sapore particolare. Uscire di casa ancora col buio, le luci della città ancora accese, e quelle delle case e dei negozi ancora spente, le strade poco frequentate, l’autostrada semi-deserta, dava l’impressione di appartenere ad una categoria in un certo senso privilegiata, ad una fascia di popolazione a cui, nonostante i disagi d’altro genere, anzi forse a parziale pagamento di quelli, sono concesse visuali particolari, agevolazioni nella fruizione della città, “spazi” di decompressione dalla frenesia quotidiana. Paradossalmente, con l’arrivo dell’alba, entrava nel capannone la sensazione di freddo intenso che fino a quel momento pareva dimenticata. Più di una volta, entrando alle 6, mi sono tolto il giaccone, per rimettermelo poi alle 8.
D’altro canto, in certi frangenti, quando né Maurizio, né Martino, né nessun altro, si presentavano a dare indicazioni, si viveva anche la sensazione opposta, quella cioè di essere abbandonati a noi stessi, in attesa che la luce del giorno portasse anche notizie e disposizioni sul da farsi.
Ora che gradualmente l’alba è arrivata ad essere quasi contemporanea all’ingresso degli operai al lavoro, le cose appaiono già da subito per quello che sono.
Lo scambio di saluti tra i turnisti del mattino che entrano e quelli della notte che se ne vanno ne è un segno. Le facce sono stanche, gli sguardi irritati e sfuggenti, il tono delle voci è alterato dalla notte insonne o dalla sveglia inopportuna. Chiacchiere concitate, lamentele di ogni tipo, al posto di poche parole di saluto dette quasi sottovoce, nevrosi diurna al posto di pacatezza notturna.
Si entra al lavoro con la sensazione di arrivare a “festa iniziata”, dove le cose sono cominciate da un pezzo e si fa fatica ad ambientarsi.
Martino scorrazza già da un po’ col muletto, bestemmiando in piemontese, per i pancali legati male, per i pezzi che cadono nel tragitto, distribuendo ovunque ordini e rimproveri, cosa che non lo salva da “distrazioni” grossolane, come buttar giù il muro del casottino dove sta il quadro elettrico principale, accanto al grande compressore, facendo bruscamente marcia indietro col muletto carico.
Certo, le giornate si allungano, la temperatura si alza, la luce del giorno in generale fa bene allo spirito e all’umore, ma non sempre è così, e non dovunque.

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