Le parole non sono mie

                            le parole non sono mie
                            e non volevo derubarle
                            mio è l’ordito e l’impuntura
                            di fuochi fatui d’antica memoria
                            e il tempo a macchia d’olio
                            sulla carta

                            le parole non sono mie
                            e non volevo approfittarne
                            mio è l’accosto e il condimento
                            un impazzire ritroso di cavalli
                            dietro agli anni lasciati
                            alle spalle

                            le parole non sono mie
                            ma non mi pento di averle usate
                            mio è l’amore per ricucirle
                            col fiato rovente del tempo
                            sulla vela dei sogni
                            a brandelli

                            le mie parole quelle più dense
                            non sono mie neanche un momento
                            mio è il pensiero che le guarisce
                            il desiderio che si rivestano
                            di un sorriso e di un ornamento
                            per il cuore

                            le parole non sono mie
                            mio è il silenzio che le protegge

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Polvere plastica.21.Il robot

Da un mucchio di scatoloni accatastati, di tanto in tanto emerge, in tutta la sua aliena presenza, “il robot”.
Una macchina utensile a controllo numerico che in effetti non è poi così strana, e neanche tanto nuova, ma appare certamente fuori posto, nel contesto del capannone.
Viene usata di rado, per la maggior parte del tempo sta lì, ferma, senza fare neanche tanta bella mostra di sé, perché di solito viene circondata da pancali imballati, scatole di accessori, carrelli e muletti elettrici in carica. Per di più pare che non abbia mai realmente funzionato bene, dall’inizio.
Quasi ogni due settimane viene qualcuno, un tecnico specializzato o un programmatore, per provare a farla ripartire o predisporla per una qualche funzione.
E’ soprannominata “robot”, perché in confronto alle altre macchine, agli occhi di chi lavora qui, appare come una cosa che può fare cose incredibili, ma ha solo bisogno di qualcuno che la programmi a dovere.
Il suo vero problema, però, dal punto di vista della produzione, è che non si adatta molto ai ritmi e ai sistemi di lavoro adottati in questa ditta.
Non credo proprio che sia stata acquistata per fare solo quella cosa lì. Probabilmente, nelle intenzioni dei titolari, doveva essere una svolta tecnologica, un investimento per ridurre, come al solito, la presenza di personale e le spese di gestione. Di fatto non è così.
Senza contare il fatto che un tecnico viene spesso a programmarla, quando funziona, e un altro viene, molto spesso, a ripararla, c’è da dire che anche in condizioni normali non è esattamente un aiuto alla produzione.

La macchina utensile a controllo numerico è bianca. Si presenta come una cabina cubica, d’acciaio, alta circa due metri e mezzo, aperta su tre lati con grandi lastre di plexiglas rimovibili, che permettono di lavorare da varie direzioni. A circa un terzo dell’altezza, dal basso, si trova un grande pianale, ricoperto da una lastra di teflon, che riporta una maglia regolare e ravvicinata di scanalature. Queste servono ad ospitare i fermi, nelle posizioni più adatte per bloccare il pezzo da lavorare. Sul lato destro, all’altezza del pianale, si trova la consolle di gestione. Un monitor a led verdi, una tastiera di programmazione e i pulsanti di attivazione delle varie funzioni. La programmazione avviene in linguaggio DOS, immettendo le coordinate cartesiane dei movimenti, sempre su due assi, che si vogliono far compiere all’utensile. Sul lato posteriore, rispetto a chi lavora, si trova tutto il sistema di barre, bracci e testata che permette all’utensile di muoversi in tutte le direzioni utili per raggiungere i vari punti del pezzo da lavorare. Sotto, sul bordo del pianale, i diversi utensili, che la macchina cambia automaticamente, a seconda delle istruzioni di lavorazione.

Il robot, potenzialmente, farebbe anche molte cose incredibili, a sentire gli altri operai o i titolari, che non ammetterebbero mai di aver speso male i loro soldi. In realtà, a quanto ne so, serve solo a forare un certo tipo di basi e cappelli, la misura più piccola, che non si può fare con le altre foratrici, se non stravolgendone le impostazioni.
Ma la “magagna” più evidente (sempre dal punto di vista della produzione, perché da quello della macchina non è certo un difetto) è che l’utensile, in questo caso la punta foratrice, è sempre e solo uno per volta.
Le vecchie foratrici hanno un “ponte” a cui si fissano tutte le punte necessarie, che agiscono così contemporaneamente. Tutti i fori in un solo movimento, in pochi secondi.
Il “robot” usa una sola punta per volta, facendo così i fori necessari in sequenza, uno dopo l’altro, in più di un minuto. Tempo che per altro, per non far andare su tutte le furie i titolari, e per non far annoiare a morte l’operaio addetto, deve essere riempito con qualche altra mansione, tipo preparare le bustine con le viti, montare le guide per le tapparelle e così via.
Non bastasse, a tutto questo si accompagna un rumore assordante, simile alla sirena prolungata di una nave, con tanto di partenza bassa, innalzamento graduale del tono, tenuta, per tutta la durata della lavorazione, ridiscesa del tono fino allo stop, quando i bracci tornano nella posizione di partenza.
Si cambia il pezzo, o i pezzi, quando se ne possono fare due insieme, oppure si girano, se devono essere forati da entrambi i lati, si schiaccia il pulsante di Start e la sirena riattacca.
Se mi giro da un’altra parte, verso la mia foratrice o verso i quadrati di vetro dei finestroni, ricoperti di fogli traslucidi che impediscono di vedere il cielo, posso immaginare di essere affacciato su un porto o di essere su una di quelle navi che se ne stanno andando.

Polvere plastica.20

Le giornate hanno ripreso ad allungarsi visibilmente. Prima si entrava al lavoro la mattina presto che era ancora buio, e iniziava a schiarirsi dopo quasi due ore. A volte sembrava di essere rimasti chiusi lì dalla sera prima. La luce del giorno cominciava ad entrare dai finestroni e dalle porte quando si era già nel pieno delle attività. Era una strana sensazione, quella di essere sul posto di lavoro due o tre ore prima dei titolari. Per certi versi gratificante. Sembrava di godere di fiducia e rispetto. Certo, prima Maurizio, poi Martino, erano sempre presenti, o quasi, ma si aveva l’impressione di potersi prendere le proprie responsabilità, senza “custodi” troppo zelanti.
Quelle due ore di “buio”, con solo le luci artificiali del capannone, sembravano una specie di “fascia protetta”, una zona franca in cui ognuno era lì a fare il proprio dovere, senza stress e senza chiacchiere inutili.
Anche l’arrivo in fabbrica al mattino, in motorino o in macchina, aveva un sapore particolare. Uscire di casa ancora col buio, le luci della città ancora accese, e quelle delle case e dei negozi ancora spente, le strade poco frequentate, l’autostrada semi-deserta, dava l’impressione di appartenere ad una categoria in un certo senso privilegiata, ad una fascia di popolazione a cui, nonostante i disagi d’altro genere, anzi forse a parziale pagamento di quelli, sono concesse visuali particolari, agevolazioni nella fruizione della città, “spazi” di decompressione dalla frenesia quotidiana. Paradossalmente, con l’arrivo dell’alba, entrava nel capannone la sensazione di freddo intenso che fino a quel momento pareva dimenticata. Più di una volta, entrando alle 6, mi sono tolto il giaccone, per rimettermelo poi alle 8.
D’altro canto, in certi frangenti, quando né Maurizio, né Martino, né nessun altro, si presentavano a dare indicazioni, si viveva anche la sensazione opposta, quella cioè di essere abbandonati a noi stessi, in attesa che la luce del giorno portasse anche notizie e disposizioni sul da farsi.
Ora che gradualmente l’alba è arrivata ad essere quasi contemporanea all’ingresso degli operai al lavoro, le cose appaiono già da subito per quello che sono.
Lo scambio di saluti tra i turnisti del mattino che entrano e quelli della notte che se ne vanno ne è un segno. Le facce sono stanche, gli sguardi irritati e sfuggenti, il tono delle voci è alterato dalla notte insonne o dalla sveglia inopportuna. Chiacchiere concitate, lamentele di ogni tipo, al posto di poche parole di saluto dette quasi sottovoce, nevrosi diurna al posto di pacatezza notturna.
Si entra al lavoro con la sensazione di arrivare a “festa iniziata”, dove le cose sono cominciate da un pezzo e si fa fatica ad ambientarsi.
Martino scorrazza già da un po’ col muletto, bestemmiando in piemontese, per i pancali legati male, per i pezzi che cadono nel tragitto, distribuendo ovunque ordini e rimproveri, cosa che non lo salva da “distrazioni” grossolane, come buttar giù il muro del casottino dove sta il quadro elettrico principale, accanto al grande compressore, facendo bruscamente marcia indietro col muletto carico.
Certo, le giornate si allungano, la temperatura si alza, la luce del giorno in generale fa bene allo spirito e all’umore, ma non sempre è così, e non dovunque.

Cassetti

                              guardo in fondo ad un cassetto
                              e spero di trovarci un’aria
                              un alito di vento calmo
                              tra le carte 

                              in un altro cerco un riso
                              che pensavo fosse perso
                              un chicco di altra pace
                              sullo sfondo

                              nei cassetti della vita
                              ho lasciato maglie comode
                              che credevo grate dure 
                              contro il sole

                              vecchi fogli scuri di passato
                              orli sfatti d’inchiostro sbiadito
                              parlano ancora una lingua mia
                              che non ho dimenticato