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Era abbastanza evidente che il ritmo delle ultime settimane non poteva reggere per molto. Ma soprattutto non c’era poi tutto questo bisogno di correre, ragionando a medio termine. Era solo una sfuriata di breve periodo per far fronte a commesse accumulate, niente di duraturo. Ma tutto sommato questa è un’azienda a cui il lavoro non manca, nonostante la situazione economica generale, anche di questa zona, non sia rosea.

La “gondola” è un carrello, ma è più simile ad un letto di ospedale. Di metallo tinto di verde, con le due testate più alte del normale, ma senza  le sponde laterali. Il pianale, costituito da un foglio di compensato multistrato fissato sulla struttura di metallo, invece, è molto più in basso, rispetto all’altezza della rete del letto. Sotto al pianale, in corrispondenza del suo asse trasversale, si trovano due ruote fisse di circa 20 cm di diametro, ravvicinate tra loro. Sull’asse longitudinale, il più lontano possibile tra loro, si trovano due ruote più piccole, circa 15 cm di diametro, girevoli, che non toccano mai terra contemporaneamente. Questo sistema permette al carrello di girare facilmente su se stesso e di superare  piccoli ostacoli e determina, durante l’uso, il tipico movimento oscillatorio che fa sì che alcuni la chiamino anche “dondola”.

Un segno del cambiamento nella gestione del lavoro è l’aumento dell’uso delle gondole.
Il capannone si riempie ciclicamente di gondole piene e vuote, perché Martino preferisce far caricare queste, in segheria e nel reparto profilatura, anche se su una gondola ci sta un numero inferiore di pezzi, rispetto al pancale. Infatti il pancale, pur avendo un pianale più piccolo, si può riempire in altezza, fermando i pezzi con angolari, cellophane e nastro adesivo. La gondola, invece, non si può caricare oltre il bordo della testata. Questo, secondo lui, velocizza il ritmo, perché gli addetti mandano fuori un carico di pezzi da forare in meno tempo e chi fora, sempre secondo lui, ha sempre la scorta pronta e non deve aspettare il carico seguente.
La questione è controversa. Le gondole sono comode, ma, oltre a contenere meno pezzi, occupano anche molto più spazio. Inoltre sono più difficoltose da trasportare col muletto, attraverso il piazzale, perché l’asfalto vecchio, sgranato e pieno di buche fa ballare i pezzi, che non avendo protezioni laterali rischiano di essere seminati ovunque. Così il muletto deve essere guidato molto piano e con attenzione.
In certi momenti le gondole ostruiscono tutti i passaggi ed è un continuo spostarle avanti e indietro per fare posto ad altro. Allora si è deciso che ogni gondola vuota deve essere portata fuori dall’operaio stesso che l’ha svuotata (se riesce a passare!). Martino ha l’abitudine di riempire ogni spazio libero che trova, a prescindere dal tipo di pezzi che porta, e non è raro dover cercare, per esempio, le stesse basi da 70,6 cm in due o tre punti diversi del capannone.
E’ vero, però, per forza di cose, che l’aspetto e la sistemazione del capannone cambia di continuo, visto che ogni spazio, man mano che viene liberato da un certo tipo di pezzi forati e imballati, viene occupato da pezzi di altro tipo che non trovano posto altrove e così via. Ma a volte si esagera.
In generale non c’è verso di mantenere una regola organizzativa, senza vederla subito contraddetta, a cominciare da coloro, dirigenti e capireparto, che l’hanno imposta. Sempre, naturalmente, per il miglior funzionamento della fabbrica e il maggior profitto dei proprietari. Per la cui soddisfazione altalenante pare di lavorare in piedi su una di quelle gondole che dovrebbero invece aiutarci a stabilizzare la produzione.

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Polvere plastica.18

Da quando Martino è diventato l’unico caporeparto Maurizio ha perso progressivamente le sue prerogative di organizzatore e controllore del lavoro. I suoi rapporti con Martino sono sempre tesi e a vederli da fuori sembrano due ragazzini che si fanno i dispetti a vicenda. Non perdono occasione per lamentarsi l’uno dell’altro in presenza dei titolari. Mentre in loro assenza, quando non litigano, non si rivolgono la parola.
Maurizio si lamenta, con noi operai, della presunta rozzezza dei modi di Martino, della sua presunta inesperienza a dirigere quelle specifiche mansioni che si svolgono nel nostro capannone, della sua presunta stronzaggine nei rapporti con gli operai e della sua presunta smania di apparire efficiente.
Martino rimprovera a Maurizio l’indolenza, la poca voglia di lavorare, il suo “imboscarsi”, le perdite di tempo a cincischiare con gli attrezzi e con il muletto o l’allungare all’inverosimile il tempo necessario a montare un mobile da mandare a una fiera.
Di sicuro Martino è abituato all’organizzazione dell’altra ditta in cui lavora, ma soprattutto è abituato a “tirar via”, a guardare alla quantità, a far uscire, a fine giornata, il maggior numero di pezzi finiti.
Maurizio, fino ad ora, era abituato a fare un po’ di testa sua. Con un modo oscillante fra l’ossequioso e lo sfacciato era sempre riuscito a cavarsela, contando comunque sul fatto che i titolari, a prescindere da tutto, ne apprezzavano la capacità tecnica e quella di non risparmiarsi, al momento opportuno.
Ha sempre avuto un rapporto ambiguo con gli operai, con i quali condivide le sue lamentele su “questa ditta di merda, gli idioti che la dirigono, i materiali scadenti, la mancanza di sicurezza e attrezzature adeguate… ”. Così come con i titolari, con cui è sempre pronto a rimangiarsi tutto e distribuire a destra e a sinistra responsabilità sue.
Da questo punto di vista Martino sembra più coerente: i suoi modi sono rozzi e sbrigativi sempre e con chiunque. E a qualsiasi ora. Infatti scende dal suo alloggio, sopra alle profilatrici, la mattina alle 6 e resta in giro fino alla sera alle 10. Si dà un gran da fare, e a quanto pare c’è un motivo: si dice che prenda una percentuale sulla produzione e questo spiega molte cose.
In questo clima l’aumento di produzione si è accompagnato all’affollamento di operai nel capannone, alle confusioni di competenze, al “chi dirige cosa”, al rincorrersi di colpe e accuse per una scatola rotta o un attrezzo fuori posto, mentre io con fatica cerco di non prendere le parti di nessuno e di dare retta a tutti, con l’unica preoccupazione di arrivare a fine turno senza dover dire troppe volte di sì.

Il pittore e la fornace

Il corridoio della casa è già una galleria. Ed è solo l’inizio. La prima sostanziosa parte di un itinerario che si dirama nelle altre stanze. Un percorso di mattoni e ciminiere, di colori intensi e gesti ripetuti, con il calore che esce dalle tele. Un calore che si espande e invade il soggiorno, la camera da letto, lo studio e perfino la cucina. Un cammino che continua, più discretamente, nei cassetti e negli armadi, tra i bozzetti, le prove su carta, i piccoli blocchi di schizzi, a penna e a matita.
La figlia di Giovanni Arisi e suo marito sono una coppia di pensionati come tanti, ma con in più il destino di vivere in una casa che è una mostra permanente, che accompagna giorno per giorno la loro vita e ne definisce in ogni momento l’identità.
Giovanni Arisi non era un operaio come gli altri. Dopo aver viaggiato e imparato lingue, fatto il sarto e lavorato coi concimi chimici, entra alla Fornace Frazzi di Cremona. Ma non gli basta. Da autodidatta studia da pittore, perché il sudore, il calore, la schiena spezzata dalle carriolate di mattoni non possono essere tutto, nella vita.
La fornace è, per l’epoca, una delle poche sicurezze, forse l’unica, per il sostentamento di intere famiglie. Ma è ancora di più il luogo di incroci di vite sacrificate che chiedono aria e rispetto.
Un uomo che ha visto il mondo e le sue contraddizioni, che coltiva la sua passione civile al fianco di quella artistica, non può far altro che cogliere questa urgenza.
E’ così che diventa uno speciale tipo di “corrispondente” dai luoghi di lavoro. Con queste premesse inizia un racconto di fatiche condivise che cerca di fissare sulla tela come un reporter sulla pellicola.
Con la differenza che i tempi di esposizione della pittura sono così dilatati che oltre al “momento” colgono anche la storia e l’umanità, le aspirazioni estetiche e la tensione documentaristica dell’autore.
Il bisogno di comunicazione si esprime nella ricerca dell’esattezza, non tanto nella precisione del tratto o nella congruenza della prospettiva, problemi del tutto secondari, quanto piuttosto nell’essenza  dei gesti e degli spazi di quel “mondo a parte”.
Senza retorica alcuna e con la giusta dose di autocritica, Arisi prova e riprova, nelle pause nelle quali trangugia il suo pranzo, a precisare l’estensione di un braccio, l’inclinazione di una schiena, l’altezza di un punto di vista, alla ricerca della verità.
La verità della fornace si rivela in ogni gesto, ma anche in ogni scorcio dal quale la presenza umana è esclusa,  ed anche così se ne percepisce l’intensità della vita che vi scorre dentro.
La vita della fornace. Quella che la fornace dà. Il lavoro che sostiene le sorti di interi quartieri e garantisce la sopravvivenza in tempi insicuri.
Ma anche la vita che la fornace toglie. Quella consumata nel caldo e nell’arsura, in ogni stagione, nelle ore massacranti e ripetitive, nelle malattie cosiddette “professionali” e nelle conseguenti “distrazioni” alcoliche delle osterie.
Tutto questo mondo pulsa nell’opera che Giovanni Arisi ci ha lasciato. Una raccolta di fotogrammi fissati sulla tela, momenti scelti fra un’infinità di altri momenti, attimi vissuti di vita, di lavoro, di fatica e di calore. Un racconto in cui, fra le altre cose, si narra di come un operaio-pittore, nella realtà cremonese degli Anni Cinquanta, si sia trasformato in pittore-operaio.

 (Dei quadri e degli schizzi di Giovanni Arisi si tiene in questi giorni una mostra, a Cremona, nella Sala Alabardieri del Palazzo Comunale, dal 12 al 28 gennaio).

Succede

Succede che alcuni incontri che si fanno nella blogosfera sono più importanti di altri. Succede che grazie a questi incontri altre cose succedano al di fuori di essa. Succede che si fanno altri incontri, e con l’affettuosa spinta di questi, si incontrino persone e parole che senza questo aiuto non si sarebbero mai incontrati. E’ successo così che parole mie si sono incontrate con la musica di Fabio Turchetti, cantautore cremonese, che con il supporto del chitarrista Aldo Pini, ha voluto farmi questo regalo.

A memoria

E’ ancora una bozza, dice lui, una prima stesura, fatta in amicizia e senza troppi fronzoli, ma l’emozione della prima volta, per me, non ha bisogno di affinamenti per esprimersi. Ancora una volta non so far altro che finire un mio post con un Grazie!