Polvere plastica.17

Al mio ritorno dopo i giorni di malattia dovuti alla tendinite, avevo trovato delle novità.
All’imballaggio insieme a Pino c’era stata Liza, una delle due sorelle albanesi, che col suo modo di fare irruente e ostinato, aveva scombussolato i soliti ritmi di lavoro. Fino ad allora si andava sulla media di 5 pancali imballati per ogni turno di 8 ore, circa 100/120 scatole. Gli imballatori dovevano occuparsi di tutto: “montare” la linea, rimpiazzare i pancali vuoti andando a prendersi quelli pieni in giro per il capannone, preparare le parti premontate, portare i pancali finiti  vicino alla porta o in qualunque altro spazio dove si stabiliva di metterli, pulire gli spazi di lavoro a fine turno.
Quando rientrai al lavoro le facce erano molto meno serene del solito. Abdul e Soltani avevano capito quello che stava per accadere e raccomandavano agli altri stare calmi e tenere i soliti ritmi, ma Liza non aveva voluto saperne: lei è così, si comporta come un po’ come un cinese, nel senso che è come se lavorasse a cottimo (più ne fai e più guadagni) e un po’ come se fosse la proprietaria dell’azienda, con tanto di scatti d’ira se tutto non procede come lei vorrebbe.
Fatto sta che era riuscita a tenere una media di 8 pancali per turno, uno ogni ora, 160 scatole.
La reazione della dirigenza non si era fatta attendere:
– Ah, ma allora ce la fate ad aumentare la produzione!… Ma allora qui si batte la fiacca!… Ma allora qui ci si vuole prendere in giro!…
– Sì, però questi ritmi non si possono tenere in modo continuativo, e comunque non in due…
– Poche chiacchiere! D’ora in poi si vuole 8 pancali a turno!…
I primi tempi con Pino era stato un litigio continuo, un continuo scaricare addosso all’altro tensioni e responsabilità per presunte inefficienze. Dalla mia postazione alle foratrici facevo fatica anche a girarmi dalla loro parte, per non vederli lavorare col muso lungo o, peggio, urlandosi contro qualcosa di sgradevole.
Abdul  l’aveva detto: ora sono cazzi per tutti! Pino, almeno, col suo modo di lamentarsi tipicamente napoletano riusciva a strappare qualche sorriso, ma l’aria s’era fatta pesante.
Per riuscire a tenere quel ritmo era evidente che servisse un appoggio. Niente di più facile che costringere l’addetto di turno alle foratrici a dare una mano, interrompendo il proprio lavoro per rimpiazzare, aiutare, spostare, pulire e tornare a forare.
Neanche così poteva reggere. Infatti nel giro di poche settimane c’erano stati nuovi arrivi, dall’agenzia interinale.
Alessio, figlio di Andrea, che si vedeva lontano un miglio che sarebbe scappato via presto, ed Eva, una signora albanese, che già appena arrivata si era distinta per essersi presentata come una che sa fare tutto e non sbaglia mai, beata lei.
Ma tutta questa “corsa” alla produzione non poteva non avere ripercussioni sulla qualità.
Maurizio aveva modificato l’assetto della foratrice lineare, e me ne aveva messo al corrente, con la raccomandazione che i fianchi lunghi così forati si potevano usare per un solo tipo di mobile, quello coi ripiani interi. Io me lo ero ricordato, tanto che avevo appositamente contrassegnato i pancali così fatti, ma a scordarlo era stato lui stesso.
Risultato: due interi bilici, circa 15 pancali, più o meno 300 scatole, tornati indietro dalla Grecia, a spese del titolare, con dentro i pezzi sbagliati.
Conseguenza: Liza, Pino ed io, per quasi tre giorni, ad aprire le scatole, sostituire i pezzi, richiudere e imballare di nuovo. Maurizio sempre meno nelle grazie dei titolari. Quello che si aspettava perché Martino, l’altro caporeparto, prendesse finalmente il sopravvento sulla gestione della produzione.

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