Polvere plastica.15

Ho smesso di fumare. Quello che risparmio di sigarette, però, lo spendo in autostrada e gomme da masticare. Ho trovato una specie di strano ritmo con cui inizio la giornata. Esco di casa masticando e imbocco l’autostrada in modo automatico. Il casello di Firenze Sud è dietro casa e questo è determinante. Mi concedo qualche minuto di più a letto, qualche biscotto in più nel caffè, anche se arrivo a timbrare quasi sempre all’ultimo momento. Le ore in cui prendo l’autostrada per andare al lavoro sono di solito le meno trafficate. Da casello a casello sono poco meno di trenta chilometri e bastano una ventina di minuti, considerando svincoli, rallentamenti per i lavori della terza corsia e tir accodati in lunghe file. Fra pedaggi, benzina e gomme si arriva più o meno a un pacchetto di sigarette al giorno.
Raramente, quando il tempo pare consentirlo, prendo ancora il motorino e dopo questi pochi mesi di viaggi in macchina è sempre un’esperienza variegata.
Ho imparato che il malefico olezzo che invade la piana proviene dal Fosso Macinante, un canale artificiale che scorre parallelo all’Arno e si immette nel Bisenzio, sul quale fino a pochi anni fa si trovavano diversi mulini e ora accoglie scarichi di vario tipo. Serve anche come “decompressione” per eventuali piene. E’ lì da secoli e anche se con vari rifacimenti (e petizioni, fiaccolate, comitati e lenzuola alle finestre) continua ad infestare la zona.
Verso l’ora di pranzo, però, con le porte del capannone sempre aperte per l’andirivieni di muletti e carrelli, si fanno strada i profumi di cucina della signora che abita di fronte. La mattina presto, con qualsiasi temperatura, apre le finestre e fa prendere aria alle coperte e alle lenzuola. Poi, dopo le solite faccende, comincia cucinare e soffritti e arrosti irrompono tra gli sbuffi di plastica e polvere della fabbrica.
Da poco tempo una piccola comunità di cinesi ha preso in affitto un capannone con appartamento annesso lì vicino e la sera, quando anche i cinesi si decidono a smettere di lavorare, arrivano nel capannone odori di fritture, salsa di soia e zuppe varie.
Non è facile pensare ai pezzi da forare, quando la fame si avvicina e la colazione è digerita da un pezzo, perciò quasi da subito ho preso l’abitudine di portarmi dietro da casa qualcosa da mangiare. Una banana o una mela, un pezzo di dolce o un panino, dei crackers o dei biscotti.
Ma senza esagerare, per non appesantirsi e rischiare di abbioccarsi davanti alle macchine, anche se quasi sempre quando ho il turno di mattina, di solito tra le 10 e le 11,  le palpebre iniziano ad appesantirsi. Non è raro che mi capiti qualche secondo di sbandamento, dopo i quali ho la sensazione di svegliarmi da un sonno lungo. Per diversi minuti lotto per riuscire a tenere gli occhi aperti, guardandomi intorno per controllare che chi mi lavora accanto non si accorga di nulla.
Poi passa e l’ora di staccare si avvicina più velocemente. Col fatto che ora bisogna pulire ad ogni fine turno, ci si ferma anche mezz’ora prima, secondo lo sporco, e questo serve da esercizio defatigante, se si sta all’imballaggio, o di rilassamento, per chi sta tutto il tempo a forare lo stesso pezzo.

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