Tuffi

                                sullo scoglio grande 
                                c’è quel punto
                                su cui si poggiano giusti 
                                i piedi
                                per salirci e stare 
                                in bilico
                                le gocce d’acqua scorrono 
                                in giù
                                sulla pelle increspata 
                                di sale e brividi
                                mentre si aspetta il proprio turno
                                o si spera
                                di non cadere
                                la roccia appuntita ferisce
                                più l’orgoglio che altro
                                e le ferite bruciano meno 
                                dopo il tuffo
                                a dieci anni è conquista
                                e sfida
                                a venti vanità e noia
                                poi solo nostalgia
                                di mare

"… arrivarci con il fiatone dopo aver superato il tratto di alghe nere che ti sfiorano alla minima incertezza, segnava senza alcun dubbio il tuo leggittimo ingresso tra i "grandi" della spiaggia. Ricordo perfettamente il fiato sospeso per non pensare a cosa si nascondeva tra i tentacoli di quel prato nero e nello stesso tempo la curiosità di saperlo per essere consapevole di averlo vinto. Lo "scoglio a due pezzi" era apparentemente un punto d’arrivo. Quando finalmente c’eri sopra e alzavi gli occhi, capivi che oltre c’era l’orizzonte limpido e infinito, senza più una meta che ti indicasse la strada, e non potevi più tirarti indietro, ma solo sorridere prendere fiato e continuare…" (Manu)

Polvere plastica.17

Al mio ritorno dopo i giorni di malattia dovuti alla tendinite, avevo trovato delle novità.
All’imballaggio insieme a Pino c’era stata Liza, una delle due sorelle albanesi, che col suo modo di fare irruente e ostinato, aveva scombussolato i soliti ritmi di lavoro. Fino ad allora si andava sulla media di 5 pancali imballati per ogni turno di 8 ore, circa 100/120 scatole. Gli imballatori dovevano occuparsi di tutto: “montare” la linea, rimpiazzare i pancali vuoti andando a prendersi quelli pieni in giro per il capannone, preparare le parti premontate, portare i pancali finiti  vicino alla porta o in qualunque altro spazio dove si stabiliva di metterli, pulire gli spazi di lavoro a fine turno.
Quando rientrai al lavoro le facce erano molto meno serene del solito. Abdul e Soltani avevano capito quello che stava per accadere e raccomandavano agli altri stare calmi e tenere i soliti ritmi, ma Liza non aveva voluto saperne: lei è così, si comporta come un po’ come un cinese, nel senso che è come se lavorasse a cottimo (più ne fai e più guadagni) e un po’ come se fosse la proprietaria dell’azienda, con tanto di scatti d’ira se tutto non procede come lei vorrebbe.
Fatto sta che era riuscita a tenere una media di 8 pancali per turno, uno ogni ora, 160 scatole.
La reazione della dirigenza non si era fatta attendere:
– Ah, ma allora ce la fate ad aumentare la produzione!… Ma allora qui si batte la fiacca!… Ma allora qui ci si vuole prendere in giro!…
– Sì, però questi ritmi non si possono tenere in modo continuativo, e comunque non in due…
– Poche chiacchiere! D’ora in poi si vuole 8 pancali a turno!…
I primi tempi con Pino era stato un litigio continuo, un continuo scaricare addosso all’altro tensioni e responsabilità per presunte inefficienze. Dalla mia postazione alle foratrici facevo fatica anche a girarmi dalla loro parte, per non vederli lavorare col muso lungo o, peggio, urlandosi contro qualcosa di sgradevole.
Abdul  l’aveva detto: ora sono cazzi per tutti! Pino, almeno, col suo modo di lamentarsi tipicamente napoletano riusciva a strappare qualche sorriso, ma l’aria s’era fatta pesante.
Per riuscire a tenere quel ritmo era evidente che servisse un appoggio. Niente di più facile che costringere l’addetto di turno alle foratrici a dare una mano, interrompendo il proprio lavoro per rimpiazzare, aiutare, spostare, pulire e tornare a forare.
Neanche così poteva reggere. Infatti nel giro di poche settimane c’erano stati nuovi arrivi, dall’agenzia interinale.
Alessio, figlio di Andrea, che si vedeva lontano un miglio che sarebbe scappato via presto, ed Eva, una signora albanese, che già appena arrivata si era distinta per essersi presentata come una che sa fare tutto e non sbaglia mai, beata lei.
Ma tutta questa “corsa” alla produzione non poteva non avere ripercussioni sulla qualità.
Maurizio aveva modificato l’assetto della foratrice lineare, e me ne aveva messo al corrente, con la raccomandazione che i fianchi lunghi così forati si potevano usare per un solo tipo di mobile, quello coi ripiani interi. Io me lo ero ricordato, tanto che avevo appositamente contrassegnato i pancali così fatti, ma a scordarlo era stato lui stesso.
Risultato: due interi bilici, circa 15 pancali, più o meno 300 scatole, tornati indietro dalla Grecia, a spese del titolare, con dentro i pezzi sbagliati.
Conseguenza: Liza, Pino ed io, per quasi tre giorni, ad aprire le scatole, sostituire i pezzi, richiudere e imballare di nuovo. Maurizio sempre meno nelle grazie dei titolari. Quello che si aspettava perché Martino, l’altro caporeparto, prendesse finalmente il sopravvento sulla gestione della produzione.

Polvere plastica.16

Per un fenomeno che non mi è ancora del tutto chiaro, aver a che fare con questo genere di oggetti in plastica significa anche fare i conti, in un certo senso, con l’elettricità.
Ho chiesto spiegazioni a Renzo, il capomeccanico manutentore. Mi ha risposto che lui è da vent’anni che prende la scossa ed è abituato, ormai. Pare che dipenda dalle caratteristiche intrinseche del materiale di cui ci si serve. Questa plastica, che si surriscalda per fondersi e entrare nei profili, e subito ricomincia a rafreddarsi mentre dai profili esce, si carica di energia elettrostatica.
Questa si accumula, mentre i pezzi, facendoli scorrere gli uni sugli altri, si accatastano sui pancali, che diventano vere e proprie pile, che attirano su di sè la segatura di plastica derivata dal taglio delle seghe annesse alle profilatrici.
Passando per le seghe che rifilano i pezzi, e a causa dello sfregamento di esse sulla plastica, l’energia elettrostatica aumenta ancora, attirando anche la polvere che costantemente viaggia attraverso i capannoni.
Poi i pancali vengono fasciati con cellophane estensibile e portati alla zona della foratura, dove sto io di solito, e se non servono subito si accatastano vicini, a prendere altra polvere. Durante questa operazione, ma anche coi pancali di pezzi già forati, non è raro passarci sbadatamente con il viso troppo vicino ed essere assaliti da uno sbuffo di segatura di plastica che si intrufola ovunque e ricopre la faccia, che funge da calamita.
Quando vado a prenderne uno col transpallet la reazione è come quella che si prova a passare vicino a sei televisori accesi e con gli schermi un po’ impolverati: tutti i peli si rizzano, i capelli iniziano a muoversi provocando un forte formicolìo alla testa e scatenando quel tipico frizzìo. Ma non è tutto.
Nella foratura le punte d’acciaio, sfregando e girando vorticosamente, aggiungono carica, e soffiare via trucioli e polvere con l’aria compressa non vale a ridurre l’effetto, perché  anche i pezzi forati e ordinati sono carichi abbastanza da farmi prendere la scossa se provo a passarci sopra la mano.
Anche la macchina si carica, per conto suo e in tutte le sue parti metalliche, nei giorni in cui è maggiore l’elettricità dell’aria e in generale quando l’aria è più calda. Per questo quando sia avvicina la bella stagione l’effetto aumenta e sono costretto a mettere pezzi di cartone vicino ai pulsanti, dove di solito appoggio le mani. 
Gli spazi tra le punte, il pianale, il pezzo e tutto il resto sono esigui, così diventa una vera arte quella di scansare ogni parte che potrebbe dare la scossa. Chiaramente non sempre ci si riesce e certi giorni è un continuo imprecare e maledire.
Renzo sostiene che certi effetti sono amplificati se sulle mani si hanno tagli o graffi. Io non ho sperimentato ancora la differenza, visto che tagli e graffi sulle mani, per un motivo o per l’altro, ce li ho sempre. Di sicuro ho sperimentato che tra le mie mani e un pancale pieno di pezzi forati, in certe condizioni, ci possono anche essere scintille, se avvicino le dita in modo graduale, quasi titubante, fino a sfiorare la plastica con le dita perpendicolari e separate le une dalle altre.
Una volta avvenuta la scarica, il pezzo diventa innocuo.
Il trucco è, sempre secondo Renzo, ma in questo caso è vero, toccare i pancali prima con una parte del corpo più grande, un braccio, una gamba o la mano intera, per aumentare la massa corporea di contatto e neutralizzare così l’effetto scossa.
A questo punto mi piacerebbe tanto dire che il lavoro in questi frangenti si fa elettrizzante, ma in tutta onestà sono ben altri gli aggettivi che mi passano per la testa.
Ora non so bene se tutte le spiegazioni che mi sono dato di questi fenomeni siano esatte, ma anche queste riflessioni pseudo-scientifiche servono a guardare al lavoro in un modo che consenta di tenere occupata la mente e fare in modo che arrivi più in fretta l’ora di staccare.

La ricetta

                            con un piede in una staffa
                            e l’altro ben piantato 
                            verso il cielo
                            toccarsi l’angolo più opposto 
                            e sconosciuto
                            di una pena ricurva su se stessa
                            lasciar andare poi le braccia 
                            in rotazione
                            come a farne grandi molle 
                            usarle per slanciarsi 
                            sopra al bosco, fitto
                            dell’assenza
                            con un dito nella presa
                            di coscienza
                            e lo sguardo rivolto al lampadario
                            sfiorarsi la tristezza 
                            quotidiana
                            e rimanere in ascolto di ricordi
                            che stanno per aggiungersi
                            buone saranno le possibilità
                            di un sorriso
                            è quasi matematica, non si scappa

(… l’ultima settimana è stata di febbre alta e forte tosse, ma niente di insuperabile, specie grazie al pensiero che domani si va a Dublino, per 4 giorni, e non si poteva rischiare di annullare la partenza…)

Polvere plastica.15

Ho smesso di fumare. Quello che risparmio di sigarette, però, lo spendo in autostrada e gomme da masticare. Ho trovato una specie di strano ritmo con cui inizio la giornata. Esco di casa masticando e imbocco l’autostrada in modo automatico. Il casello di Firenze Sud è dietro casa e questo è determinante. Mi concedo qualche minuto di più a letto, qualche biscotto in più nel caffè, anche se arrivo a timbrare quasi sempre all’ultimo momento. Le ore in cui prendo l’autostrada per andare al lavoro sono di solito le meno trafficate. Da casello a casello sono poco meno di trenta chilometri e bastano una ventina di minuti, considerando svincoli, rallentamenti per i lavori della terza corsia e tir accodati in lunghe file. Fra pedaggi, benzina e gomme si arriva più o meno a un pacchetto di sigarette al giorno.
Raramente, quando il tempo pare consentirlo, prendo ancora il motorino e dopo questi pochi mesi di viaggi in macchina è sempre un’esperienza variegata.
Ho imparato che il malefico olezzo che invade la piana proviene dal Fosso Macinante, un canale artificiale che scorre parallelo all’Arno e si immette nel Bisenzio, sul quale fino a pochi anni fa si trovavano diversi mulini e ora accoglie scarichi di vario tipo. Serve anche come “decompressione” per eventuali piene. E’ lì da secoli e anche se con vari rifacimenti (e petizioni, fiaccolate, comitati e lenzuola alle finestre) continua ad infestare la zona.
Verso l’ora di pranzo, però, con le porte del capannone sempre aperte per l’andirivieni di muletti e carrelli, si fanno strada i profumi di cucina della signora che abita di fronte. La mattina presto, con qualsiasi temperatura, apre le finestre e fa prendere aria alle coperte e alle lenzuola. Poi, dopo le solite faccende, comincia cucinare e soffritti e arrosti irrompono tra gli sbuffi di plastica e polvere della fabbrica.
Da poco tempo una piccola comunità di cinesi ha preso in affitto un capannone con appartamento annesso lì vicino e la sera, quando anche i cinesi si decidono a smettere di lavorare, arrivano nel capannone odori di fritture, salsa di soia e zuppe varie.
Non è facile pensare ai pezzi da forare, quando la fame si avvicina e la colazione è digerita da un pezzo, perciò quasi da subito ho preso l’abitudine di portarmi dietro da casa qualcosa da mangiare. Una banana o una mela, un pezzo di dolce o un panino, dei crackers o dei biscotti.
Ma senza esagerare, per non appesantirsi e rischiare di abbioccarsi davanti alle macchine, anche se quasi sempre quando ho il turno di mattina, di solito tra le 10 e le 11,  le palpebre iniziano ad appesantirsi. Non è raro che mi capiti qualche secondo di sbandamento, dopo i quali ho la sensazione di svegliarmi da un sonno lungo. Per diversi minuti lotto per riuscire a tenere gli occhi aperti, guardandomi intorno per controllare che chi mi lavora accanto non si accorga di nulla.
Poi passa e l’ora di staccare si avvicina più velocemente. Col fatto che ora bisogna pulire ad ogni fine turno, ci si ferma anche mezz’ora prima, secondo lo sporco, e questo serve da esercizio defatigante, se si sta all’imballaggio, o di rilassamento, per chi sta tutto il tempo a forare lo stesso pezzo.