Polvere plastica.14.Il cinese.3

Quando non è urgente “il cinese” lo fa qualcuno di noi. Per un bel po’ lo ha fatto Andrea, il figlio di Martino il caporeparto, giovanissimo, ma già esperto, preciso ed esigente fino all’antipatia quando qualcuno vicino a lui sbaglia, a suo giudizio. Lui e suo padre vengono da Torino e ci ritornano ogni due settimane. Dormono in un piccolo appartamento sopra le profilatrici, vicino agli uffici, messo a disposizione dall’azienda.
Andrea ha lasciato la scuola per seguire suo padre fin qui, ma parlandoci in certi momenti lascia affiorare la voglia di tornarci. Pare, anzi, aver già deciso dentro di sé e aspetta solo il periodo migliore per fare il passo.
C’è un altro Andrea a fare il cinese, a volte. In realtà, quando ancora la produzione non era così intensa, questa era la sua attività principale. La svolgeva nel capannone delle profilatrici, di fianco alle seghe circolari, in mezzo ai pancali pieni di pezzi appena tagliati.
– Che famiglia! – è la sua frase ricorrente, ripetuta fino alla nausea passando vicino agli altri operai, riferita principalmente alla proprietà, i due fratelli titolari di altre due ditte oltre a questa, ma anche a tutto l’ambiente – Una gabbia di matti! –
Quando è arrivata la “svolta” cinese, la macchina foratrice che utilizzava solo lui è stata trasportata nel nostro capannone, insieme alle altre. Ora stiamo tutti un po’ più stretti, ma è un po’ più agevole scambiare qualche parola e, più spesso, condividere qualche sbuffo di noia o di disappunto.

La quinta foratrice ha due motori e le stesse dimensioni della seconda. Si usa solo per forare basi e cappelli da montare con le guide, per cui non c’è bisogno di cambiare o spostare le punte. I pezzi si forano dopo aver inserito gli angolari di plastica stampata alle estremità, in modo da ottenere fori allineati con una sola passata. Due fermi in legno sul pianale assicurano che il pezzo non si muova durante la foratura.

Altri operai fanno i cinesi, a turno, secondo le esigenze e la disponibilità.
C’è Wilfredo, detto Willy, un peruviano che vive da queste parti ormai da molti anni con la famiglia. Simpatico e polemico, di quelli che non sanno stare zitti nei momenti cruciali e che per questo hanno pagato di persona.
Anche Pino, il napoletano con cui ho lavorato all’imballaggio, a volte fa il cinese, mentre continua a elencare i mestieri alternativi che farebbe volentieri al posto di questo. Deve pensare alla famiglia, alla bambina piccola, l’agenzia interinale non lo garantisce abbastanza. L’ultima idea è il panettiere.
Poi c’è Francesco, che di solito sta in magazzino e si occupa del carico e dello scarico dei camion.
Anch’io faccio il cinese quando occorre e spesso, mentre rischio di farmi male con la foratrice, perché le punte stanno troppo vicine alle mani, ragiono sui tempi e i modi di questa particolare operazione, calcolo e ordino, conto e riconto, sistemo e mi guardo intorno, e il tempo passa meglio.
Riesco a finire un pezzo mediamente in tre minuti, ma Rosa accanto a me è capace di chiudere una scatola in meno di due minuti. In ogni scatola ci stanno due dei pezzi che faccio. Vuol dire che nello stesso tempo in cui io ne faccio due, lei ne imballa sei. E i dirigenti ancora non si capacitano del fatto che non si riesca a starle dietro e che quindi, con un semplice sforzo di logica, per poter stare in pari i “cinesi” dovrebbero essere tre. Almeno.

  

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