Aghi di pino

gli aghi di pino odorano di pioggia
anche quando il sole li ha asciugati
e portano con loro questo fato
nel volteggio che dal ramo porta in basso

sono come certi umani un po’ cresciuti
che la felicità non ha allineato
lacrime e tremori non si asciugano
solo se si è pronti a quel volteggio

come fili verdi e gialli di un tappeto
con le gocce evaporate su altre gocce
gli aghi di pino si cuciono con l’aria
e nell’intanto intrecciano destini

e così gli aghi di pino sopravvivono
odorando di pioggia  fino  all’ultimo
con gli occhi di natura sparsi intorno
e i  fremiti di terra ad ogni passo

Polvere plastica.11

Il primo odore forte che si incontra lasciando la città e andando verso la fabbrica è quello nauseante che si spande per tutta la piana quando c’è un po’ di vento, cioè quasi sempre.
Sembra provenire da qualche mangimificio, di cui però non conosco l’esistenza, ma potrebbero anche essere gli effluvii di qualche scarico industriale a cielo aperto. Sicuramente non nocivo, vista la zona ipercontrollata in cui ci troviamo, ma ugualmente fastidioso.
A seconda di come gira il vento, si comincia a sentire già dall’inizio della Via Pratese e ti accompagna fino al cancello della fabbrica, ad almeno 5 km di distanza, a volte anche fin dentro il capannone.
Dal cancello si accede ad un piazzale interno, un po’ dissestato, d’asfalto vecchio e grossolano, costeggiato su un lato da enormi sacchi impermeabili, pieni di composti granulari con cui si preparano le mescole plastiche. Da questi non proviene alcun odore, se non quello della plastica intrecciata dei sacchi, che si nota di più se ci batte sopra il sole.
Il muro di fronte, in fondo, è completamente nascosto da decine di pancali di legno, impilati più o meno ordinatamente, a seconda della qualità, della grandezza e della rispondenza alle normative europee, che regolano anche cose. Qui gli odori (e i colori) del legno variano molto: i pancali nuovi, chiari, appena fatti, che sanno ancora di segatura; quelli usati e riusati molte volte, più scuri, che sanno più di polvere che di altro; quelli rimasti troppo tempo all’umido, macchiati e marci in alcuni punti, che sanno di muffa e vegetali in decomposizione. Questi ultimi destinati a non essere mai usati, troppo in basso e troppo indietro nelle pile rispetto alle reali esigenze della ditta.
A questo punto, di solito, si sono già dimenticati gli odori della strada, gli scarichi delle auto e dei camion, gli alberi e le piante lungo i lati della carreggiata nei tratti lontani dalle case e dalle fabbriche, il caffè e i dolci del bar dove a volte capita di sostare, prima del proprio turno.
Per timbrare il cartellino bisogna attraversare la zona delle seghe e passare vicino alle profilatrici. Se si stanno segando pezzi profilati da poco, ancora "caldi", la segatura di plastica che ne deriva odora di sapone in polvere, che si mischia con l’odore di grasso e di officina che arriva dall’angolo dei meccanici, dove si trovano attrezzi, morse e quant’altro serve alla manutenzione dei macchinari, ma questo non prima di aver sentito odore di polvere bagnata passando accanto al grande compressore, che a intervalli di pochi minuti scarica l’aria e l’acqua in eccesso giù, in basso, sull’asfalto vicino all’entrata.
Da qui in poi è un miscuglio, una miscela di altri odori meno "presenti", ma che si riconoscono dopo un po’, perchè si sa da dove provengono: il cellophane estensibile per impacchettare i pancali finiti, il nastro adesivo, il cartone per proteggere i pezzi dal contatto diretto col pancale, il prodotto lucidante con cui si strofinano, a mano, le serrandine per quei mobili che le prevedono, specie se destinati all’estero.
E poi l’odore del caffè, pessimo, e della macchina che lo distribuisce, nella stanza dove gli operai aspettano di iniziare il proprio lavoro o si scambiano poche parole prima di andare via, odore che mi porto appresso nel bicchierino di plastica mentre vado verso il capannone dove di solito svolgo le mie mansioni, dalla parte opposta del piazzale.
Entro sorseggiando il primo di almeno 4 caffè che prenderò di sicuro durante il turno. Da questa parte gli odori sono più da magazzino, con i pancali di mobili imballati, i pezzi da imballare, le scatole di cartone ancora aperte e impilate, il fumo acre di plastica bruciata che fuoriesce dalle macchine imballatrici, ogni volta che il nastro semirigido che serra le scatole viene fissato a caldo.
Certi giorni, quando le finestre e le porte sono aperte, basta un leggero vento per portare nel capannone l’odore dei bagni, sgradevole quanto basta a farmi odiare questo posto, a farmi venir voglia di mandare, lì per lì, tutto e tutti a quel paese, per poi indurmi a ragionare sulla capacità dell’uomo di adeguarsi e accettare certi disagi pur di portare a termine un impegno con dignità.