Polvere plastica.10.Angelo!

 


Gheorghe si passa sempre una mano tra i capelli grigi con uno sguardo preoccupato quando gli si chiede qualcosa, qualsiasi cosa. Lo fa per prendersi una pausa di riflessione, pur brevissima, per capire se la domanda, e la sua eventuale risposta, non abbiano qualche effetto negativo sulla sua vita.
E’ un’ossessione, la sua. Quella di chi vive col terrore di aver sbagliato qualcosa e di essere rimproverato, come se da questo dipendesse il suo lavoro, la sua permanenza in questa città, la sua sopravvivenza. La stessa che puntualmente lo porta a sbagliare qualcosa. E ad essere rimproverato.
Ma la sua paura vera è quella di non ricevere i soldi il giorno stabilito, di avere una busta-paga errata, di non essere trattato come gli altri e di continuo chiede notizie e spiegazioni sulle ore, sul foglio-presenze, sull’assegno e sulle regole dell’agenzia interinale – Ma a te rinnova contratto dopo feste?… Quando dice si rinnova contratto? – Un’ossessione.
Arriva al lavoro in autobus, non si sa bene da dove, ma la fabbrica deve essere un posto complicato da raggiungere per lui, perché, sia al turno delle 6,00 che a quello delle 14,00, è sempre in ritardo di qualche minuto. Saluta, se vuole, con un cenno del capo e un ammiccamento da sopra i mezzi occhiali, che porta appoggiati sul naso o appesi al collo con un laccetto di cuoio ridotto al minimo. Attraversa il capannone con fare confuso e a lunghi passi si affretta verso l’orologio della timbratrice. Ogni volta è un abbassare le spalle per lo sconforto e un masticare imprecazioni. A quel punto, dato che l’azienda decurta dalla paga i primi trenta minuti, anche se si timbra il cartellino con un solo minuto di ritardo, decide che gli conviene star fermo fino alla  mezz’ora, a guardare gli altri lavorare.
Gli occhi neri, piccoli e diffidenti, sovrastati da grandi sopracciglia folte e grigie, sondano le reazioni degli altri, mentre ripone con calma le sue cose nell’armadietto di plastica – Tu saputo si rinnovi contratto?
Dicono che mandi tutto il suo stipendio alla famiglia in Romania, senza tenere nulla per sé. E’ certo un’esagerazione, ma qualche dubbio viene dopo che per tre mesi ti ha chiesto – Ancora cèlai altra pèrme? – e non si è ancora deciso a comprarsele, le sigarette, o quando non gli si può stare accanto per il cattivo odore che viene dai suoi vestiti, indossati per troppi giorni.
Lavora qui da un anno e mezzo ormai, più di tutti gli altri interinali, e sa fare (perché lo sa fare, accidenti!) tutto quel c’è da fare in questo capannone: forare, mettere in ordine, guidare il muletto, sostituire le punte alle foratrici, cambiare la linea per l’imballaggio, imballare.
Dovrebbe essere il più esperto, per i nuovi, quello che insegna agli ultimi arrivati, eppure è quello che riceve più “attenzioni” dai titolari, che vorrebbero sbarazzarsene – Maurizio, o ‘llevamelo da’ hoglioni, hello lì! – perché pare che a causa sua molti mobili venduti siano tornati indietro, con pezzi mancanti o ripetuti o sbagliati.
Eppoi continua a fare errori inspiegabili, come perdere un’ora a ri-allineare manualmente tutte le punte della foratrice, invece di spostare il ponte che le regge in un solo secondo, con il pulsante che sta dietro ai motori.
E’ per questo motivo, forse, che Maurizio, il caporeparto, un metro e sessanta di nervi e raucedine, gli sta addosso in maniera estenuante e lo tiene sempre sotto pressione, chiamandolo, chissà perché, – Angelo! – e riprendendolo in continuazione – Angelo! Te l’ho detto io di spostare l’allineamento delle punte? Rispondi, te l’ho detto io? Eh?– e poi, senza dargli il tempo di rispondere – Vien via, Angelo, o quante vorte te l’ho detto che un si fa? Che ci vole un monte di tempo pe’ rrimettile apposto? – e ancora – Ma scusa, eh, Angelo, ma un ti bastava alzare il ponte, diobono? – e infine – Angelo, tu ‘mmi sembri scemo quando tu ‘ffai hosì!
Gheorghe si passa una mano tra i capelli grigi mentre tenta, per quanto glielo permetta la sua paura, di riordinare quel po’ di italiano raccattato nella confusione dei suoi pensieri per accennare una qualche difesa, ma come ogni volta le parole gli si strozzano in gola e non fa in tempo – Sìsi… Va bene, Maurizio…Ma io ho fatti questi…Cosa che tu voi… Scusa, ascolti… Pérche no?… – e abbassa le braccia, fissa il vuoto davanti a sé per qualche secondo, con uno sguardo a metà tra l’atterrito per le possibili conseguenze e il bilioso per l’ennesima reazione soffocata, quindi si gira e torna a fare il suo.
Poi, quando Maurizio si è allontanato, e lui ha rimuginato un po’, si avvicina con aria stizzita a qualcuno degli altri operai, lamentandosi che alla sua età nessuno dovrebbe trattarlo così – Lui no posso parlare me come bambino – e chiedendo l’ennesima sigaretta – Sapere qualcosa per contratti dopo feste?
Tra gli altri operai non gode di molte simpatie e lui in effetti non fa molto per guadagnarsele – O Angelo, maremma, almeno un pacchetto ogni tanto, però… O Angelo, santamadonna! O’ basta co’ sti hontratti, se tu’llo vò sapere tu’llo hiedi a i’principale!
A volte nasconde tra i pancali, in mezzo a quelli buoni, i pezzi che sbaglia, cercando in modo infantile di far ricadere la colpa su qualcun altro – Io no ho messo, Maurizio, ho fatto scarto di qui, messi tutti di là… – invece di metterli, tranquillamente, tra i pezzi scartati, da mandare alla macina.
Certo, di errori ne facciamo tutti, lì dentro e chissà di quanti non ci accorgiamo nemmeno, ma Gheorghe è divenuto il capro espiatorio di ogni magagna e ogni sua minima mancanza, anche la più insignificante, diventa motivo di accanimento da parte di Maurizio, tanto che l’urlo – Angelo! – con tutte le possibili sfumature, è diventato il motivo dominante delle nostre giornate.

Fino al giorno del rientro in fabbrica. Quando, dopo un’ora di lavoro, realizzo di non aver sentito ancora il solito richiamo: mi guardo intorno e capisco perché, già da prima di Natale, mi hanno messo fisso all’imballaggio, e anche che certe ossessioni, prima o poi, si avverano.

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8 pensieri su “Polvere plastica.10.Angelo!

  1. Più terrorizzante della paura è il timore che sia la paura a condizionare e dirigere le nostre scelte, il passo, il comunicare.
    Bello il tuo racconto, già letto sul Sacripante. Complimenti, caro Massimo.
    Ti abbraccio, in attesa di camminate per i vicoli.
    T

  2. Mi è tenero rileggerlo, quest’Angelo, qui ed ora.
    Mi è compagnia, stasera, quella voce imperiosa che chiama un uomo che non sta più (perché altrove c’è; c’è a chiedere che sarà di lui, altrove). Mi è compagnia stasera, che voglio bloggare fino a svenire, finché mi vinca la notte. E intanto cado nel tuo abbraccio e ascolto “Angelo!”
    zaritmac

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