I semi della notte*

la notte ha sempre ragione lei, la notte,
chiama forte che mi gira la testa
e mi fa male, che mi viene di rimettere
da quanto vocia forte questa notte e
mi viene di vociare forte a me
e sempre trascina avanti un sacco
ripieno di urli chiusi, dentro il sacco, dico,
e quando meno ti fa voglia lo spalanca,
a dismisura lo spalanca e ride forte
e gli urli non si sentono di uscire,
non si sentono per niente,
ma la testa scoppia di urlare a dismisura
e la notte, lei, la testa ti carezza e un po’ ti passa
e dal sacco escono fuori semi di parole
che pianta nello stomaco, sì, proprio,
non in testa, che la testa batte forte,
nella pancia pianta semi di parole liberate,
dal sacco escono zitte zitte zitte, si ripetono
in mezzo a loro senza regolarsi
a chi viene prima e dopo e dopo ancora.
ora, la notte ha sempre ragione lei,
perché come la racconti ce l’ha sempre,
inutile che cerchi a sistemarla, lei
che tanto ti ha fregato le parole, quelle tue,
le ha fregate e messe via nel sacco nero
e le porta a liberarle in casa d’altri,
a seminarle zitte zitte in casa d’altri, 
urlando in testa altrui se le trascina
e a te ti lascia i semi nella pancia,
di quelle d’altri, nello stomaco li pianta
e là ci stanno bene e un poco crescono
se ci bevi sopra almeno un bicchier d’acqua,
almeno al giorno dopo stanno bene,
perciò la notte ha sempre ragione lei,
perché è una strana contadina, lei, la notte,
che ruba le parole in bocca e in testa
e chiuse dentro un sacco le trascina,
fino a una finestra e nella pancia
e se non cresce niente è colpa tua,
che non ti bevi nemmeno un bicchier d’acqua

* I semi (per coltivare una "Grammatica della notte") arrivano da qui, ma soprattutto, per un fatto affettivo, da qui. Ho provato a rivoltare un po’ le zolle e forse sono andato fuori tema, ma ci sta che questa notte fosse già passata da altri più bravi coltivatori di parole e forse quando è arrivata da me aveva il sacco quasi vuoto. Grazie, comunque.

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Polvere plastica.7

Dicembre ha portato dei cambiamenti. Fabio, un ragazzo di Prato che era arrivato prima di me dall’agenzia ha deciso di mettersi in malattia per gli ultimi 15 giorni di contratto e non si è più visto. Già da un po’ dava segni di insofferenza e non vedeva l’ora di andarsene. Ultimamente non aveva compiti fissi, ma stava dietro a Maurizio, che lo faceva trottare in ogni direzione, usando toni amichevoli e complici, ma senza dargli respiro.
Anche Leonardo, anche lui di Prato, con il quale andavo a pranzo insieme nel centro commerciale vicino alla fabbrica durante le prime settimane, pare abbia trovato qualcosa di meglio ed è andato via da un giorno all’altro. Lui, invece, dopo mesi di foratura, era passato sotto le grinfie del principale, che gli aveva concesso di mantenere la "giornata", 4 ore di mattina e 4 di pomeriggio con pausa-pranzo,  ma usandolo come factotum di magazzino a spostare pancali  pieni e caricare camion. 
Una ditta "consorella", appartenente agli stessi proprietari, attraversa un periodo di non grande attività e perciò alcuni suoi operai e il loro caporeparto, Martino, si sono aggiunti a noi. Il capannone è molto più frequentato del solito, e Maurizio fatica a trovare qualcosa da fare a tutti. La cosa paradossale sono le lamentele dei titolari che non capiscono come mai ci possano essere due persone a lavorare sulla stessa macchina o qualcuno che pulisce "invece" di lavorare.
I rapporti tra i due capireparto naturalmente non sono idilliaci, si dice anzi che Martino voglia fare le scarpe a Maurizio, tentando di dimostrare che quest’ultimo, al quale in verità non frega più di tanto, non sa gestire gli operai e non li tiene abbastanza sotto torchio. Niente di nuovo, in buona sostanza, cose che accadono un po’ dappertutto. Di certo il clima è più teso, più circospetto, più attento, ma anche più ansiogeno.
Questi rimescolamenti pre-natalizi hanno causato, indirettamente, delle inefficienze, reali o presunte, per le quali la dirigenza ha diramato circolari e precisazioni per richiamare all’ordine il personale: sugli orari di lavoro, sulle assenze, sui minuti di ritardo, sulla pulizia dei bagni, sul consumo di energia elettrica, sulle pause, sui bicchierini del caffè, sulle cicche di sigarette, sul controllo dei pezzi lavorati e su una quantità di altre cose su cui si sentiva proprio il bisogno di essere ripresi.
Stranamente nessuna circolare è stata indirizzata a chi si occupa delle macchine profilatrici, proprio quelle che ultimamente hanno avuto i maggiori problemi: mescole di materiali plastici scadenti che danno profilature disomogenee, e quindi profilati con rigidità, o elasticità, non uniforme nello stesso pezzo; per non parlare delle striature di colore diverso dal grigio dominante, che vanno dal beige chiaro quasi avorio all’azzurro carta da zucchero all’antracite, striature che potrebbero sembrare volute; e poi bolle d’aria, che compromettono la continuità del materiale durante il raffreddamento e causano forature irregolari disseminate qua e là sulla superficie; e infine veri e propri squarci e accartocciamenti nei pannelli, causati forse dall’adesione di una plastica non perfettamente compatta, ai profili di metallo non perfettamente scorrevoli, effetti che a volte prendono l’aspetto di veri capolavori di arte contemporanea, da fare invidia alle plastiche  bruciate e ai cretti di Burri.
Ma l’inefficienza delle profilatrici è forse da attribuire al fatto che ben otto macchine sono affidate al controllo di un solo operaio per volta. Sarà forse per questo che nessun dirigente si sogna di richiamare chi occupa quel posto. Sarebbe davvero paradossale, al limite del surreale, anche se a pensarci bene, vista la situazione, non da escludere del tutto.
D’altro canto credo di aver capito che la qualità media dei prodotti di questa azienda, visto che li maneggio, non è eccelsa, e quindi ne deduco che la fascia di clienti a cui si rivolge non ne pretende la perfezione, di conseguenza la qualità del personale, vera o presunta, e il suo livello di trattamento non possono che adeguarsi. Eh, già, la legge del mercato.

Cosa c’era

c’era come un angolo di vita
dietro la tenda immobile
un oscuro frugare con le mani
senza prima guardare dietro a sè

e c’era un gesto come vento
distogliere le dita dai capelli
dalle ciocche di ricordi 
che colano sugli occhi aperti

e c’era sotto un tavolo di sogni
come una calma indispensabile
a vedere oltre il tappeto
l’ultimo mattone della casa

e c’era la pioggia
come un fondo di pittura pronto
alle spennellate serie di domande
di un’anima giovane ancora

e c’era una testa penzolante
come uno scandaglio sotto il mare
cercare sotto il letto sfatto
quel destino desiderato e svelto

ora c’è un cuore come un pesce 
scritto col dito sul vetro appannato 
attraverso i segni si vede
la vita di fuori