Polvere plastica.6

Il vento della piana si è fatto gelido e insistente. La mattina presto, per il turno delle 6, una nebbia fitta ricopre le fabbriche e le concessionarie d’auto, numerose nella zona come le rotatorie ad ogni incrocio. A quell’ora il traffico è quasi inesistente, solo qualche Tir, poche macchine e praticamente nessun autobus. Le luci dei veicoli che vengono incontro si spalmano sulla nebbia e si dilatano nell’aria scura con ampi aloni traslucidi che costringono ad allungare il collo oltre il parabrezza.
Se piove le luci si moltiplicano, riflesse in ogni direzione dalle gocce d’acqua, che sembra di guardare la strada attraverso le luminarie fitte di qualche santo patrono del Sud.
Il bar sulla via Pratese è già aperto dalle 4 ed è una sosta quasi obbligata, anche solo per rimettere in moto la circolazione delle dita. Caffè macchiato e una pasta da portare via, per lo spuntino di metà mattina, sono sufficienti a riprendersi e ad affrontare la seconda parte del tragitto, verso Campi, dove il vento approfitta degli spazi aperti per ricordarti che il tuo è solo un misero motorino senza importanza.
Il freddo, o la sua sensazione, resta costante durante il lavoro, dato che in verità non ci si muove tantissimo davanti alle macchine, al massimo due passi in avanti o indietro, a destra o a sinistra, almeno finché non si è finito un pancale e bisogna spostarlo, per poi prenderne un altro da lavorare.
Le micropause per andare a prendere una cioccolata o un tè o un caffè aumentano ed è ormai diventata un abitudine che chi va al distributore automatico nel capannone adiacente torni con qualcosa di caldo per tutti e si arrivi facilmente a bere quattro caffè per turno.
Ci si copre il più possibile, con maglioni e cappelli di lana, ma le mani devono restare scoperte, perché come si può intuire non è agevole lavorare coi guanti, che potrebbero restare impigliati nelle punte della foratrice in un momento di disattenzione.
Il turno serale, fino alle 22, è quello meno stressante, perché dopo le 17,30 gli uffici chiudono e nel giro di un’ora titolari e caporeparto vanno via. Si rimane in pochi a portare a termine i compiti affidati e nessuno ti sta più addosso. C’è la possibilità di fermarsi a mangiare un panino o un po’ di frutta e fumare in pace una sigaretta senza l’assillo dell’efficienza.
Durante il Ramadan poi approfittavo della pausa che facevano Abdelouab, detto Abdul, marocchino e Soltani, tunisino, che si organizzavano per cenare dopo il tramonto, per mangiare anch’io con loro.
Loro "fanno coppia" all’imballaggio, che di solito, coi ritmi normali, si fa in due. Spesso la colonna sonora di queste ore, nei momenti in cui le macchine sono spente e non coprono tutto con il loro rumore, è araba, con la radio sintonizzata su stazioni maghrebine, ma a loro piace ascoltare anche le radio che trasmettono solo musica italiana e devo dire che a volte non so cosa è meglio.

Ci sono due postazioni per l’imballaggio, in prossimità dei due ingressi del capannone, organizzate nello stesso modo. I due addetti si muovono in un corridoio ideale delimitato dietro di loro dai pezzi degli armadietti ordinati in modo da essere presi nella giusta sequenza e davanti da un banco dove si trovano gli accessori (maniglie, piedini, poggiapiani, viti, fogli con le istruzioni di montaggio, etc.) e da due macchine imballatrici sistemate una di seguito all’altra in modo da chiudere le scatole in senso prima longitudinale e poi trasversale. Alla fine si impilano i pacchi in numero congruo (da 18 a 24, a seconda delle dimensioni) su un pancale posto di fianco. Si avvolge il tutto con una fasciatura  di cellophane  e si applica un giro di nastro da pacchi di un colore diverso a seconda della destinazione o della qualità media dei pezzi imballati. Si sposta il pancale davanti all’ingresso, pronto per essere portato in magazzino o caricato su un camion e si ricomincia.

All’altra postazione per l’imballaggio sta di solito Rosa, una ragazza albanese che da sola fa il lavoro di due. Fisico da culturista, piccola di statura, mani enormi, mascella squadrata, pantaloni e maglie attillate, catena d’oro con crocifisso in bella vista. A lei è concesso l’orario "a giornata", dalle 8,30 alle 16,30, perché pare faccia altri due o tre lavori oltre a questo, come la sorella Liza, anche lei ben messa fisicamente, ma meno mascolina, che a volte l’aiuta, ma più spesso sta alle foratrici. Sono loro due che hanno inaugurato l’uso di offrire il caffè agli altri e questo contribuisce a "scaldare" un po’ l’ambiente, nonostante i pochi momenti in cui è possibile soffiar via la polvere di plastica da un tentativo di comunicazione o da un sorriso riluttante.

Polvere plastica.5

La quarta foratrice è completamente diversa dalle altre. Ha quattro motori posizionati in basso a cui sono collegati gli alloggi per le punte. Questi attacchi sono disposti su un unico asse longitudinale, cosa per la quale si possono praticare solo fori che stanno sulla stessa linea. Per realizzare serie di fori parallele bisogna azionare la macchina in due fasi successive. Si appoggia il pannello con la parte da forare rivolta in basso su delle guide metalliche, dotate di rotelle di plastica, regolabili a seconda della lunghezza del pezzo. Si aziona la macchina con un pedale appoggiato a terra. Al contrario delle altre macchine, sono le punte a muoversi, dal basso verso l’alto, spinte dai pistoni. Ogni motore aziona un gruppo limitato di punte, anche indipendentemente, per cui, volendo, si può lavorare in due nello stesso tempo forando pezzi diversi. Eseguita la prima foratura i fermi frontali si alzano automaticamente, si fa scorrere il pezzo in avanti, si pigia di nuovo il pedale e si pratica la seconda serie di fori.

La quarta macchina, quella che ho imparato ad usare per prima, sta sul lato opposto del capannone rispetto alle altre, defilata e quasi nascosta fra i pancali di pannelli e scatoloni di accessori ammassati su quella parete lunga e senza finestre che invano tenta di mantenere un aspetto ordinato e pratico. Ammassi che in certi momenti lasciano intravedere anfratti e interstizi come burroni e crepacci in cui ragnetti operosi trovano rifugio o in cui zanzare distratte precipitano. Lavorarci dà l’impressione di essere emarginati: dal lavoro degli altri, dal ciclo produttivo, dallo scorrere delle attività utili alla azienda. Sembra quasi di essere in punizione, a scontare qualche penitenza per chissà quali mancanze. Ma d’altro canto ci si può concentrare meglio sul lavoro e sulla sua fenomenologia: ascoltare con attenzione il rumore stridulo e stizzoso della macchina, probabilmente sviluppatosi così per distinguersi  dal frastuono grosso e becero delle altre foratrici; sistemare con precisione non dovuta, ma necessaria a non far crollare tutto, i pannelli sui pancali, cercando i movimenti più fluidi e coordinati per economizzare gli sforzi; spolverare con cura i pezzi, la macchina, il pavimento, i vestiti, i capelli, i pensieri, i nervi, con la pistola dell’aria compressa, immaginando di far fuori ogni singolo truciolo di plastica vedendolo sbattuto contro il muro, e trovarlo divertente.
Perchè volendo si scovano anche momenti ludici, scavando tra un’attività e l’altra. Far volteggiare i pannelli nell’aria per metterli nella posizione giusta, come un samurai con la sua spada o scegliere la direzione in cui soffiare via la segatura di plastica, per ottenere uno strato il più possibile uniforme sugli oggetti intorno, per non parlare dei vari modi in cui si possono lanciare i rimasugli del taglio delle seghe nel cassone degli scarti posto di fianco, per lo più modi da cestista. In sottomano, con una mano sola dal basso in alto, o a due mani, sia dal basso che dall’alto, o con un gancio, col braccio che parte da dietro, o facendo rimbalzare i ritagli sul pianale come sul tabellone del canestro, o…

– O’ ppiantala di giohare e vieni ‘hi co’ i’ traspalle! –
Il transpallet è quella specie di doppio monopattino con manubrio snodato con cui si possono spostare pancali (pallets, appunto) di materiale pesanti e voluminosi e manovrarli in spazi ristretti, che si trova in ogni magazzino e aiuta a togliere, e sollevare da, molti pesi…

Intervallo

un intervallo di parole usate
raccolte nelle ore sparse
lungo nastri di strade bagnate
tra le andate sdrucciole e vaghe 
e i ritorni inquieti e ricurvi
di noie e mancanze e paletti

grosse perle di luce fusa
nella fitta nebbia dell’alba
vengono incontro abbaglianti
sipario traslucido e spesso
che fa timorosa la scena
dopo aver incantato l’aurora

riflessi in eccesso sul cuore
condensano in rivoli e gocce
come le lacrime della notte
che non vuol lasciare il palco
alla scena nuova del giorno
e trattiene un respiro a mezz’aria

un intervallo di pensieri sparsi
raccolti in parole nebbiose
fino all’ora che sorge da dentro
in cui luce diretta e impaziente
ridefinisce i contorni e le tavole
la parte e la scena e il sipario