Polvere plastica.2

Quando mi avevano chiamato dall’agenzia di lavoro temporaneo avevo avuto un momento di impasse: missione (così si chiama) urgente, Campi Bisenzio, zona industriale di Capalle, fabbrica di profilati e stampati plastici, mansioni principalmente di imballaggio, fino a Natale. Colloquio l’indomani:
– Che lavori hai fatto?
– Il cameriere, il barista, l’aiuto cuoco, l’allestitore di stands e mostre, il venditore porta a porta di opuscoli inform…
– Va bene, va bene, quello che devi fare qui è abbastanza facile, noi non abbiamo mai mandato via nessuno, se ti dai da fare, etc. etc…
– Sarei anche un progettista CAD-CAM…
– Ah, però… Vedremo, intanto…
Il lavoro dopo due giorni. In tre settimane di imballaggio ne ho fatto sì e no tre ore. Subito a forare pannelli, sportelli, basi e coperchi di varie dimensioni, pezzi di armadietti di tutti i tipi. Per otto ore.
Dopo la prima ora il tutto diventa automatico e lo sguardo vaga dentro e fuori i finestroni del capannone, fra le nuvole che si scuriscono e il sole che torna, gli sbuffi bianchi di trucioli e polvere di plastica che si sparano fuori dalle intercapedini, depositandosi lievemente ovunque e creando dune soffici alla vista, ma ruvide, quasi abrasive, al tatto.

La seconda foratrice ha tre motori. In tutto e per tutto simile alla prima, è solo un po’ più piccola, ci si forano pezzi di media grandezza. Stesso ciclo, stessi movimenti.

– Oh, mi raccomando, occhio alle mani… – 
Maurizio, il capo-reparto, è quello che dà, letteralmente, da lavorare a tutti gli altri, quasi tutti interinali. Distribuisce i compiti spiegandoti esattamente come eseguirli, mentre continua a fare come una trottola tutto quello che serve a tenerti occupato: porta i pancali di pezzi da forare provenienti dalla segheria, sposta i pancali di pezzi già forati per fare spazio, nel frattempo tiene a bada il principale che rompe, carica e scarica i camion che si fermano davanti al cancello della ditta, cambia le punte alle macchine, a seconda del tipo di pezzo da forare, si assicura che tutto proceda con un certo ritmo.
Ogni armadietto ha il suo, di ritmo: in base agli ordini, ogni giorno cambia l’impostazione della linea: il mobiletto basso e largo, quello alto e stretto, quello con gli sportelli, quello con le serrandine…
– Oggi c’è dda ffare il portascope: te ‘ttu ‘ffori i laterali, te le basi, te imbusti le viti e i poggiapiani, te le maniglie, quarcuno bisogna seghi un po’ di ripiani, un ce nè abbastanza –
E "quarcuno", per un po’, passa in segheria.

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25 pensieri su “Polvere plastica.2

  1. wow, stai riuscendo a rendermi affascinante in tipo di lavoro che avevo sempre considerato “senz’anima”: e ‘sto capo reparto che non sta fermo un attimo, soffice e ruvido come le dune di plastica… !
    🙂
    splash!

  2. Spero che il nuovo lavoro nn ti rubi troppo tempo per scrivere quei bellissimi versi che condividi con noi.
    Comunque, lavorare è importante e chissà che conoscendoti bene non riesca a migliorare la qualifica.
    Un abbraccio ed un augurio di tutto cuore.

  3. L’ho fatto anche io nei periodi estivi per mantenermi gli studi e ho avuto occasione di farlo per qualche mese anche in una fabbrica di lavorazioni plastiche. In fabbrica è dura, quando i ritmi sono dettati dalle macchine e dai capo-reparti che questi ritmi assecondano.
    Ciao Max*

  4. Quando un lavoro è così ripetitivo e automatico, capita spesso che la testa vada per conto suo da qualche altra parte…forse è proprio li che poi comincia la parte bella…

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