Polvere plastica.4

Dalla terza settimana niente più pausa-pranzo. La giornata di lavoro “normale”, 4 ore di mattina e 4 di pomeriggio con un’ora libera in mezzo, pare sia un privilegio degli ultimi arrivati dall’agenzia. Dopo un po’ bisogna adeguarsi ai turni, alternando una settimana con il turno dalle 6 alle 14 ad una con quello dalle 14 alle 22, senza pause.
C’è anche chi fa il turno dalle 22 alle 6, ma questo riguarda solo il reparto delle macchine profilatrici, che non si fermano mai e, di conseguenza, la segheria, perchè i pannelli vanno comunque rifilati e sistemati sui pancali, altrimenti sarebbe il caos.
Le profilatrici e le seghe stanno in un capannone diverso da quello dove lavoro di solito, essendo stato asegnato a quello che viene definito magazzino, e che in realtà comprende foratura e imballaggio. Il magazzino vero e proprio è separato dal resto e vi regna una pulizia e un ordine che, a parte gli uffici, stonano un po’ col resto dell’azienda.
Ma tutto sommato quasi nessuno degli interinali ha dei compiti ben definiti e fissi. Si fa quello che c’è da fare. Anche, perchè no, pulire. Il pavimento, di solito, è percorso da uno strato sottilissimo di trucioli di plastica con qualche cicca sparsa, dato che è tollerato fumare, e gli spazi dietro le macchine sono invasi da coltri di quella che fino ad ora ho chiamato polvere, collinette e dune grigio-bianche soffici e scabrose, che non riuscivo a definire segatura, perchè per me la segatura è quella del legno. Ho cambiato idea dopo aver lavorato per qualche giorno in segheria.
Lì, dietro le seghe circolari, ciò che intendo per dune raggiunge l’apoteosi. Ha un che di attraente, quasi evocativo, l’immagine della segatura di plastica che supera l’altezza dei pianali d’appoggio, e stando al di qua delle lame dentate che girano parallele si possono immaginare vette innevate e silenzio ovattato,  che per frazioni di secondo distraggono dal rumore continuo e dal continuo vorticare di segatura davanti agli occhi. Per questo sarebbe meglio che la ditta fornisse occhiali protettivi e tappi per le orecchie, che invece gli operai devono procurarsi per proprio conto.

Ci sono tre seghe nel reparto segheria. La prima, la più datata, è a lama singola. Si posizionano i pezzi, da uno a sette, a seconda dello spessore, sul pianale, facendoli scorrere fino a un paio di centimetri oltre la linea d’azione della lama. Si opera il primo taglio di rifilatura muovendo la lama dentata manualmente, tirandola verso di sè, e quando il taglio è completo e si rimanda indietro alla posizione di partenza. Si spostano i pannelli  fino alla battuta laterale, posta alla distanza richiesta per la misura necessaria, e si opera il secondo taglio. Se i pannelli che servono sono abbastanza piccoli  se ne  possono ricavare anche tre da un unico ciclo di taglio. Si “soffiano” con l’aria compressa e si sistemano sul pancale apposito. Quando i pannelli sul pancale hanno raggiunto un’altezza congrua, si fermano con angolari di cartone pressato e una passata di nastro di cellophane e si spostano tra quelli pronti alla foratura.

– Stasera, tu ‘tti fermi un po’ prima e dai una pulita qui sotto, che un ci si sta più… –
Maurizio va via verso le 5 e mezza di pomeriggio e assegna il lavoro a quelli che restano fino alle 10 di sera. In mezz’ora ho riempito quattro scatoloni di segatura e quando sono andato via non ero arrivato neanche a  metà dell’impresa. Volevo finire, ma quelli del turno di notte mi hanno dissuaso:
– Ma che te ne frega, ma chi te lo fa fare, tanto domattina ci pensa qualcun altro, vai a casa che è tardi… –
Negli stessi giorni non ho potuto usare il motorino e per andare e tornare dal lavoro mi sono affidato agli autobus. Partire due ore prima e arrivare a casa tre ore dopo è come aggiungere 5 ore di lavoro non pagate a quelle ordinarie.
Coincidenze saltate, attese interminabili sotto la pioggia, tre autobus da cambiare, incontri con altri lavoratori serali, più che altro extracomunitari, senegalesi, albanesi, magrebini, che dopo un po’ ci si riconosce, barboni che sfruttano il “tepore” dell’autobus per qualche minuto di sonno, qualche famiglia di cinesi, che sono ormai tantissimi qui, di ritorno da qualche cena o, più probabilmente da qualche fabbrica dei dintorni, fortunati ad avere una casa dove tornare, tanti, me compreso, con gli occhi che si chiudono e la testa reclina sul vetro.
Uscire di casa alle 11 di mattina e tornarci all’una di notte. Un po’ troppo, per me, che mi sono chiesto se ne valesse davvero la pena. Ma poi ho risolto col motorino e anche se l’inverno incombe e al vento della piana, che si fa più “fresco”, si è aggiunta una pioggia fine e frequente, per ora resisto.

Polvere plastica.3

La prima settimana è passata come in trance, la seconda con qualche consapevolezza in più. Fare l’operaio non è esattamente quello che fa per me, ma almeno una volta nella vita bisognerebbe averne la possibilità. Imparo velocemente tutto, mi pare di capire in fretta quello che serve e quello che non conviene, ma quello che mi fa resistere è il sapere che durerà poco, che ci sarà spazio e tempo per altro.

Con l’addensarsi dell’autunno i viaggi di andata e ritorno dal lavoro si fanno meno piacevoli, se mai lo sono stati. La mattina si fa più fredda e il vento della piana di Firenze, che non è mai uniforme, sballotta e frena il motorino, costretto, come le braccia, a uno sforzo aggiuntivo per andare dritti. In certi momenti sembra quasi che qualcuno da dietro ti poggi una mano pesante sulla spalla e ti trattenga quando tu vuoi andare via, e la cosa si fa seria quando, per il nervoso, ti verrebbe da voltarti con uno scatto del braccio e mandare a quel paese quel qualcuno con l’odio negli occhi. Nel pomeriggio il traffico aumenta, se possibile, e nel 90 per cento dei casi si tratta di macchine con una sola persona a bordo. In pochi giorni nel traffico si diventa cattivi e prepotenti, si farebbe qualsiasi cosa pur di guadagnare un metro in più verso casa. E’ il momento in cui si accumulano e, nello stesso tempo, si sfogano contro il resto del genere umano la rabbia repressa e le nevrosi quotidiane. Non parliamo poi di cosa diventa la città se cadono due gocce d’acqua dal cielo.
La pioggia ha un certo effetto anche sul lavoro che si svolge nel capannone. Spesso capita di dover forare pannelli che sono stati lasciati fuori a bagnarsi. Una volta portati dentro, bisogna fare attenzione a non rovesciarsi addosso l’acqua accumulatasi in cima ai pancali, cosa praticamente impossibile. Nel movimento da giocoliere necessario, ma non sufficiente, oltre alle mani e le maniche, si bagnano le scarpe e il pavimento, lì dove l’acqua,  mischiandosi con la polvere e i trucioli di plastica, forma una specie di sottile fanghiglia grigiastra, che per fortuna si asciuga in fretta. Grigiastra perchè grigio chiaro è il colore dominante nel capannone, il colore della maggior parte dei pezzi che vengono trattati lì, anche se ho visto montare armadietti di vari colori per uno stand di una fiera. Un grigio abbastanza neutro, che dà ai pezzi un aspetto non proprio accattivante, direi quasi dozzinale.

La terza foratrice è la più piccola, ha solo due motori, un pianale abbastanza piccolo per piccoli pezzi e si aziona con un pedale. Rispetto alle altre due ha la particolarità di un involucro di plexiglas che ricopre completamente i nastri di trasmissione e le pulegge cui sono fissate le punte.

A volte, mentre i pensieri vagano e nella testa risuonano ripetitivamente ritornelli di vecchie canzoni, mi capita di immaginare l’apparecchiatura che ho davanti come una quadriga, anzi una serie di quadrighe, dove i motori sono Ben Hur e Messala, i nastri di trasmissione  le loro redini e le pulegge con le punte i cavalli al galoppo, il frastuno della macchina il fragore del Circo Massimo, e loro lì, sempre appaiati, sempre fianco a fianco, fino alla fine, fino all’ultimo momento, fino al momento… della pausa-pranzo.

 

Polvere plastica.2

Quando mi avevano chiamato dall’agenzia di lavoro temporaneo avevo avuto un momento di impasse: missione (così si chiama) urgente, Campi Bisenzio, zona industriale di Capalle, fabbrica di profilati e stampati plastici, mansioni principalmente di imballaggio, fino a Natale. Colloquio l’indomani:
– Che lavori hai fatto?
– Il cameriere, il barista, l’aiuto cuoco, l’allestitore di stands e mostre, il venditore porta a porta di opuscoli inform…
– Va bene, va bene, quello che devi fare qui è abbastanza facile, noi non abbiamo mai mandato via nessuno, se ti dai da fare, etc. etc…
– Sarei anche un progettista CAD-CAM…
– Ah, però… Vedremo, intanto…
Il lavoro dopo due giorni. In tre settimane di imballaggio ne ho fatto sì e no tre ore. Subito a forare pannelli, sportelli, basi e coperchi di varie dimensioni, pezzi di armadietti di tutti i tipi. Per otto ore.
Dopo la prima ora il tutto diventa automatico e lo sguardo vaga dentro e fuori i finestroni del capannone, fra le nuvole che si scuriscono e il sole che torna, gli sbuffi bianchi di trucioli e polvere di plastica che si sparano fuori dalle intercapedini, depositandosi lievemente ovunque e creando dune soffici alla vista, ma ruvide, quasi abrasive, al tatto.

La seconda foratrice ha tre motori. In tutto e per tutto simile alla prima, è solo un po’ più piccola, ci si forano pezzi di media grandezza. Stesso ciclo, stessi movimenti.

– Oh, mi raccomando, occhio alle mani… – 
Maurizio, il capo-reparto, è quello che dà, letteralmente, da lavorare a tutti gli altri, quasi tutti interinali. Distribuisce i compiti spiegandoti esattamente come eseguirli, mentre continua a fare come una trottola tutto quello che serve a tenerti occupato: porta i pancali di pezzi da forare provenienti dalla segheria, sposta i pancali di pezzi già forati per fare spazio, nel frattempo tiene a bada il principale che rompe, carica e scarica i camion che si fermano davanti al cancello della ditta, cambia le punte alle macchine, a seconda del tipo di pezzo da forare, si assicura che tutto proceda con un certo ritmo.
Ogni armadietto ha il suo, di ritmo: in base agli ordini, ogni giorno cambia l’impostazione della linea: il mobiletto basso e largo, quello alto e stretto, quello con gli sportelli, quello con le serrandine…
– Oggi c’è dda ffare il portascope: te ‘ttu ‘ffori i laterali, te le basi, te imbusti le viti e i poggiapiani, te le maniglie, quarcuno bisogna seghi un po’ di ripiani, un ce nè abbastanza –
E "quarcuno", per un po’, passa in segheria.

Polvere plastica.1

La prima settimana è passata quasi come in trance: la sveglia alle 6, troppo presto per i ritmi a cui mi ero abituato ultimamente, che mi riporta a quando facevo i panini in quel bar del centro, prima dell’apertura; lo shock dell’acqua fredda sul viso, dopo l’immane fatica di districarsi dalle lenzuola; il colore del cielo ancora ombroso dalla finestra del bagno, che preannuncia un tragitto di nervi tesi fino al lavoro; l’intera caffettiera da tre di caffè allungato con l’acqua calda, sorseggiato di corsa, senza neanche un biscotto, quasi per assicurarsi che lo stomaco si irrigidisca al punto giusto.

Ci sono quattro macchine perforatrici nel capannone. La prima, la più grande, ha sei motori, collegati tramite nastri a numerose pulegge, a cui si collegano le punte necessarie a praticare i fori. Il pannello di plastica, preso dal pancale di sinistra, si piazza sul pianale facendolo scorrere prima in avanti fino alla battuta frontale, poi a sinistra fino alla battuta laterale, facendo attenzione a tenere le mani in posizione sicura. Per forare bisogna schiacciare due pulsanti, distanti una quarantina di centimetri, usando entrambi i pollici. Il pianale si alza verso le punte, che  fanno il loro lavoro e poi torna giù con uno sbuffo del pistone sottostante. Si finisce il ciclo spolverando con l’aria compressa e riponendo ordinatamente il pezzo sul pancale di destra, tra quelli pronti per l’imballaggio. 

Il giorno del colloquio ci avevo messo un’ora e un quarto ad arrivare alla ditta, non sapendo ancora la strada, ma anche dopo averla imparata quarantacinque minuti ci vogliono tutti. Il traffico che soffoca Firenze a certe ore, specialmente in direzione della zona industriale, e gli acciacchi del motorino, non permettono di meglio. Attraversare la città passando per il centro è la via più breve, se avessi la macchina potrei tentare il raccordo autostradale, ma a quell’ora non cambiarebbe un granchè.