Cuore sommerso (2)

Ho imparato a nuotare un po’ più tardi, e nel frattempo, come per compensare una mancanza, guardavo gli altri mentre lo facevano, immagazzinavo dati e riferimenti, studiavo, a modo mio, il modo per ripetere ciò che vedevo nel modo migliore.
Ogni movimento era già elaborato e codificato, era mio.
E’ stato così anche quando ho preso la patente, sapevo già grossomodo quello che mi serviva sapere, a quel punto mancava solo la pratica, che avevo immaginato (a volte addirittura sognato) migliaia di volte.
E’ stato quasi così anche con la prima bicicletta, ma la bicicletta è un passaggio cruciale più della macchina, le ginocchia e le nocche sbucciate sui muri della strada di casa sono quasi inevitabili…
Ho imparato a nuotare un po’ più tardi e nel frattempo imparavo a tenere “sott’acqua” i miei sentimenti e miei affanni, il fiatone e i lucciconi, i rossori e la rabbia…
Non che ci riuscissi sempre, ma quella era la strada che percorrevo, con discreti sforzi e non pochi successi.
Ma prima o poi avrei imparato che su certi aspetti della vita non è come con gli oggetti e le attività motorie, qualunque tecnica o allenamento mentale per tenere a bada il cuore è destinato ad esaurirsi, a logorarsi, a perdere di efficacia.


(2-continua)







Cuore sommerso (1)

Ho imparato a nuotare un po’ più tardi rispetto agli altri bambini della mia età.
Non mi andava di partecipare ai corsi per i più piccoli organizzati dal Circolo Nautico, non mi fidavo tanto delle mie capacità di galleggiamento, non sopportavo volentieri le “calate”, quando gli zii a turno mi affondavano contro la mia volontà per costringermi a prendere confidenza con l’acqua.
Ho imparato dopo, da solo, gradualmente, prima con pinne e braccioli, poi senza braccioli, poi senza pinne, ma lo stesso non riuscivo ad andare “a’ mmare” senza uno scopo o un motivo preciso, solo per il gusto di andarci.
Scendere in spiaggia per me significava trovare i compagni di giochi e di “pesca subacquea”, di spedizioni esplorative lungo l’arenile, di lotte e schieramenti, di spade di legno e palloni sgonfi, di zattere troppo pesanti e canotti troppo leggeri, di fiocina e di lenza…
Oppure l’impegno della compagnia degli zii e dei cugini (quest’ultima sì, graditissima!).
Eppure non sono mai passato per uno di quei bambini discoli e casinisti, disperazione dei loro genitori.
L’immagine che di me è più passata agli occhi degli altri è quella di un tranquillo, pacato, riflessivo, introverso bambino biondo, che tutti scambiavano per tedesco…
“Prendere il sole”, a parte l’impossibilità oggettiva di questa affermazione (!), non mi ha mai attratto più di tanto.
Era, ed è, una sofferenza fisica, oltre che una palla micidiale. L’arrossamento al limite dell’ustione un passaggio obbligato, un fastidio necessario per il prosieguo dell’estate…

(1-Continua)











Silenzioso abbraccio


ha un che di sfumato azzurro
anche il mio piccolo inferno
trascurabile e mesto
che come il burro è cedevole
ad uno sguardo attento
brucia a volte più del fuoco
se una lava di mare riflettente
riporta alla luce quel cuore
sommerso di ricordi prestati
e si placa di giochi e accenti
con la nebbia durevole dono
di un abbraccio senza confini













L’ultima poesia

l’ultima poesia
è quella che scorre ancora
nelle dita del tempo
impiastricciata nell’aria umida
di un sogno privo di finale
in attesa che la pressione
di un cuore pronto a tutto
la condensi in gocce d’anima nuova
ancora vapore
ancora fumosa ombra di sè
nelle vene livide di un ennesimo giorno
non ancora colore da scegliere
non ancora dolore da dipingere
l’ultima poesia già vive
in fondo al cammino
ma non è ancora questa