Ritornare dove

ritornando ho visto l’aria
farsi densa e impenetrabile
muri di parole taciute
mostrarsi e rimanere
a oscurare sguardi e sogni
dove il sole non ha luogo

ho visto torridi vapori
sollevarsi dalla pelle
fumi di ricordi sopiti
emergere e tradire
raccontando false gioie
dove il sole non ha tempo

ho visto lacrime sottili
disegnare volti assenti
tracce di occhi imploranti
lottare e conquistare
uno spazio tra le nubi
dove il sole non ha volto

ritornare dove e perchè
per il ritorno in sè
per l’amore e per il sole

per scoprire se il dolore
può sfuggire alle parole
ed evaporare al sole




























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Lezioni

sto ancora imparando a cercare
conforto negli occhi severi
di chi apre le braccia impaziente
di accogliermi e dare
parvenza
di pace a uno spirito muto…

io che a casa non torno
se non col cuore racchiuso

sto ancora imparando ad andare
all’incrocio dei venti austeri
dell’ultima spiaggia incostanti
a sfogliare le pagine secche
di vite inventate in frammenti…

io che male ricordo
se non ciò che non ho vissuto

sto ancora imparando ad amare
l’immane fatica e i misteri
dell’eco di cuori incoscienti
senz’altri progetti che un mare
di sogni lucenti e gabbiani…

io che solo pretendo
di dare lezione a me stesso


sto ancora imparando a sentire…


























L’inseguimento



– Scendiii! – urlava dalla strada, mentre la voce le si faceva sempre più roca.


– Arrivooo! – rispondevo dalla finestra, ma volevo dire: Arrivo, cazzo!


Mi aveva svegliato dieci minuti prima e pretendeva che fossi già pronto, sempre la solita fretta irritante.


Non si placava mai, doveva sempre correre, correre, correre, come se qualche misterioso inseguitore non le desse mai pace.


Arrivato in strada mi aggrediva con la sua parlantina veloce e continua come un telegiornale.


– Vuoi una caramella per la gola? – le chiedevo per farla incazzare, ma a quel punto si bloccava, mi guardava interrogativa e dopo aver capito che la prendevo in giro si girava dall’altra parte a mugugnare tra sé, poi sfoderava un sorriso acido e mi diceva: – Sali! – E il giro cominciava.
Neanche la domenica dava segni di cedimento, solo da un piccolo rigonfiamento sotto gli occhi si poteva notare che anche lei si stancava.
La macchina di servizio era la sua seconda casa, anche se a volte mi veniva da pensare che la considerasse la prima.
– Hai fatto colazione? – mi chiedeva convinta.
– Sì, certo! Ho anche dato l’aspirapolvere, steso il bucato, lucidato il forno, portato fuori il cane e visto che c’ero ho fatto anche i biscotti, quelli al thè verde che ti piacciono tanto, e tutto nei cinque minuti in cui sei stata con la mano attaccata al clacson! – rispondevo tutto d’un fiato.
– Uhm! Svegliato male?-
– Ma vaff…! – “anculo” lo dicevo tra me.
La giornata iniziava con la sosta-cappuccino. Bar Amigos. Gli stessi tre clienti delle sette e mezza, da due anni. Gli stessi movimenti, i miei, i suoi, del barista, della cassiera che si rifiutava di farci pagare e del figlio che usciva dal bagno dei clienti con la cartella e il grembiule già addosso e andava a sedersi al primo tavolo in attesa dello scuola-bus.
Sigaretta, veloce. Appoggiati alla macchina, con le fondine delle pistole aperte. Così, perchè non si sa mai.
Direzione circonvallazione. Semafori a raffica come i pali dei lampioni. Si facevano più scoperte e conoscenze nei minuti di sosta davanti al rosso, che in ore di ronda. Scene di quotidiana straniazione ad ogni finestrino.
A volte ci guardavamo e non potevo fare a meno di pensare che lei vedesse in me le stesse cose che vedevamo intorno a noi. Ma poi si girava e ricominciava a correre.
Nei pressi della stazione iniziava ad agitarsi: da quelle parti, sei anni prima, suo padre, guardia giurata in pensione, era stato colpito da un rapinatore, una corsa sfrenata fino all’ospedale non era stata sufficiente…
Ogni volta mi chiedeva di scendere a dare un’occhiata al piazzale e alla galleria in testa ai binari. Due parole con gli agenti della Ferroviaria e poi di corsa, di nuovo in macchina. Verso la Panoramica…
Ci volevano dieci minuti, durante i quali prendeva un’aria come di attesa: in silenzio, si girava spesso a guardarmi, come se aspettasse da me un qualunque cenno o una parola. Attesa vana.
La strada costeggiava una serie di ville che negli ultimi mesi erano state svaligiate, i proprietari avevano rafforzato “le difese” con sistemi sempre più raffinati.
– Certo, se lo possono permettere! – commentava a voce alta. E aggiungeva: – Però da quando ci passiamo noi non succede più nulla… – e lo diceva con un tono ambiguo e io non capivo se si riferisse alle ville o a qualcos’altro.
Accellerava per allontanarsi da quella mancanza di azione. Senza darmi il tempo di riflettere. E rispondere.
Pausa-pranzo: si alternavano i panini imbottiti all’ingresso del mercato centrale e la pizza a taglio da Sergione, in piazza Vittoria.
Sporadicamente un primo in trattoria, una a scelta mia. Naturalmente si ingozzava in cinque minuti e mi costringeva a lasciare sempre qualcosa nel piatto. Caffè al banco ed era già fuori a fumare, appoggiata alla macchina.
– Beh? Non devi dirmi nulla? –
– Di che parli? –
– Di mia nonna! Andiamo! – diceva sbuffando.
Il resto del pomeriggio si stiracchiava noioso e assonnato, tra i viali della zona nuova a Sud e lo stadio del baseball, dove sembrava si radunassero i peggiori, a giudicare dalle facce. Anche lì, niente azione, niente sorprese, niente di niente.
Fino a quella volta, tre mesi fa.
– Ok. Fine turno. Ti riporto a casa – e lo disse con una inflessione diversa dal solito. Era calma, quasi serena, irriconoscibile.
– Basta! Non c’è la faccio più! Sono due anni che corro! – ma non aveva l’aria stanca, anzi…
L’impulso a farle la domanda fatidica non riuscii più a trattenerlo.
– Perchè? – le chiesi quasi tremando per l’immane sforzo di controllare la voce – Da cosa fuggi? -.
Mi guardò con il sorriso di chi intende il contrario e quasi con filo di compassione, come si usa con chi si ostina a non capire, rispose:
– Da te! -.