Ancora su Villa Adriana

Tra i (pochi) posti al mondo che ho visitato è certamente quello che più mi ha segnato, forse perchè la sua visita è figlia di uno dei periodi decisivi della mia crescita come persona, nel bene e nel male.
I due mesi passati dentro la Facoltà di Architettura occupata, nel 1990, sono stati importantissimi: per le persone conosciute, per le esperienze fatte, per le "lezioni di vita" ricevute.
Paradossalmente, nell’isolamento dall’esterno, nel blocco delle attività istituzionali, si è creato un corto circuito tra i partecipanti, e tra questi e la società, che ha stimolato altri tipi "contatti", che ha fatto sì che i modelli di socializzazione "normale" che si rifiutavano, si riproponessero in piccolo all’interno delle attività "alternative": nelle assemblee, nelle commissioni, nei laboratori, nelle relazioni interpersonali…
Stavamo riproducendo ciò che nelle intenzioni si rifiutava come obsoleto, inadatto a esprimere la complessità della società, sia quella esterna che quella interna all’Università.
E in questo non c’è nulla di negativo: credendo di sperimentare nuovi approcci alla condivisione e alla conoscenza del mondo circostante, imparavamo, secondo me, ad accettarlo e ad affrontarlo per quello che è, senza subirlo, ma sviluppando i mezzi, intellettuali e umani, per giudicarlo, per poi scegliere da che parte andare.
Fra questi esperimenti c’erano i laboratori, nulla di nuovo in realtà, ma da noi visti come vitali per ridare un senso all’insegnamento e all’apprendimento dell’Architettura, come di altre discipline.
Uno di questi laboratori, dall’idea di alcuni di noi, con l’appoggio di un docente di Arredamento, era su Villa Adriana.
Dopo una certa preparazione, insolita perchè fatta più di letteratura che di saggistica storica, si trattava di passare dieci giorni "dentro" la villa.
Dormivamo in un convento-albergo a pochi chilometri, entravamo tutte le mattine all’apertura e ci restavamo fino al tramonto, fino al punto che alla fine è stata la villa a entrarci "dentro".
Ognuno faceva ciò che più lo interessava: foto, video, misurazioni, schizzi, relazioni, commenti, poesie…
Il mio esame di Arredamento, fatto in coppia con un altro studente, è consistito in un video di 45 minuti, la cui sceneggiatura è stata liberamente elaborata a partire dalle mie poesie, intrise degli echi delle "Memorie di Adriano" (M. Yourcenar) e delle teorie fotografiche e scenografiche morsicate qua e là, e dalle letture e dai voli pindarici del mio compagno di gruppo, il tutto condito da una relazione che tentava di spiegarne il senso…
Che dire di più? Un’esperienza unica e irripetibile (forse), un viaggio infinito dentro un unico luogo, uno di quelli che io chiamo itinerari immobili, dove a viaggiare non è il corpo, o dove il corpo ha spazi di movimento limitati, e la mente, o se vuoi l’anima, percorre in un unico lasso di tempo la storia e la leggenda, il passato e il futuro, l’universale e il particolare, noi stessi e gli altri…
E quando torna non può più essere come era prima…

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