L’invenzione

C’era sempre stata una sottile linea rossa tra i due lembi di carne che si ostinava a chiamare labbra. Non aveva smesso di contrarre la bocca da quando era nata, ma non ci riusciva del tutto. Per ridere si limitava a sollevare gli zigomi strizzando gli occhi. Non aveva le rughe ai lati degli occhi perchè non rideva mai.
Il giorno che la vidi cambiare volto fu uno shock. Il cagnolino nero era spuntato all’improvviso da dietro uno scatolone vuoto, buttato a caso di fianco a un cassonetto.
Passeggiavamo freddolosamente sul cavalcavia, di ritorno da un pic-nic nel parco-carrozze della stazione ferroviaria, finito male per la pioggia, tra binari morti e vagoni in attesa di rianimazione.
Scendendo dalla parte opposta mi aveva parlato di figli, di desideri e di calore umano.
Avevamo scelto quel posto perchè, diceva, era il più sub-urbano della città, una zona franca dove la voglia di libertà e i percorsi obbligati si mescolano. Una soglia, trasandata e rugginosa, tra la frenesia cittadina e il desiderio di altrove. Un vuoto urbano pieno del transito di innumerevoli vite in viaggio.
I panini non erano mai stati importanti, ma li aveva preparati con cura, come se volesse fare bella figura, sapendo che non ce n’era bisogno.
Volevo solo starla a sentire mentre mi parlava della nuova vita che stava per iniziare, altrove, delle valigie fatte e disfatte, del freddo che era diventato insopportabile e di quelle labbra serrate all’infinito.
Aveva appena iniziato a piovere, l’odore della pioggia sul quel miscuglio di erba, polvere e ruggine si era fatto pungente e quasi piacevole.
Scendendo dal cavalcavia mi aveva parlato di desideri, di figli, di calore umano, ma tremava di freddo.
Il cucciolo si era quasi fatto schiacciare pur di attirare l’attenzione e fu lì che accadde.
– E quello? Da dove l’hai tirato fuori?- le chiesi indicando il sorprendente sorriso che si era aperto sul suo volto improvvisamente rilassato.
E lei, asciugandosi con calma una lacrima, rispose:
– Me lo sono inventato -.

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Gesti nuovi

si avvicina quel momento
in cui l’aria si fa dolce
di parole tonde e fresche,
di sapore di rivincite
per il tempo andato in fumo

non è più importante il bere
liquida malinconia dalla notte,
niente di più inutile e apparente
della consapevolezza ingenua
in faccia all’affollarsi di aggettivi

cosa leggere in fondo alle colonne
di vocaboli impilati a regger nulla
se non l’insostenibile egoismo?
tristi ed ingannevoli passaggi
attraverso l’ombra della vita

niente storia, niente insegne,
solo frammenti d’universo
precipitanti all’infinito
in un bicchiere vuoto,
sei tu dal vuoto accanto?

niente versi, niente lacrime
(e contraddizioni all’apice),
solo occhi, mani e spalle,
solo gesti pieni d’alba
e semplici parole… d’amore





























Parole mancanti

una brezza umida e setosa
porta con sè messaggi distorti
apparentemente chiari e intatti
incondizionati passi indietro
a scoprire un’origine mancante

un’aria insolita e distante
dalla vera e gelida presenza
della mia inconsistenza mascherata
di riserbo e sudori freddi
umidità rivelatrice dalla pelle e dagli occhi

comunicazione muta e impaziente
dalla bocca solo incongruenze
messaggi sparsi e ricomposti
tra le mani vuote di mani
e di parole semplici

















Ancora su Villa Adriana

Tra i (pochi) posti al mondo che ho visitato è certamente quello che più mi ha segnato, forse perchè la sua visita è figlia di uno dei periodi decisivi della mia crescita come persona, nel bene e nel male.
I due mesi passati dentro la Facoltà di Architettura occupata, nel 1990, sono stati importantissimi: per le persone conosciute, per le esperienze fatte, per le "lezioni di vita" ricevute.
Paradossalmente, nell’isolamento dall’esterno, nel blocco delle attività istituzionali, si è creato un corto circuito tra i partecipanti, e tra questi e la società, che ha stimolato altri tipi "contatti", che ha fatto sì che i modelli di socializzazione "normale" che si rifiutavano, si riproponessero in piccolo all’interno delle attività "alternative": nelle assemblee, nelle commissioni, nei laboratori, nelle relazioni interpersonali…
Stavamo riproducendo ciò che nelle intenzioni si rifiutava come obsoleto, inadatto a esprimere la complessità della società, sia quella esterna che quella interna all’Università.
E in questo non c’è nulla di negativo: credendo di sperimentare nuovi approcci alla condivisione e alla conoscenza del mondo circostante, imparavamo, secondo me, ad accettarlo e ad affrontarlo per quello che è, senza subirlo, ma sviluppando i mezzi, intellettuali e umani, per giudicarlo, per poi scegliere da che parte andare.
Fra questi esperimenti c’erano i laboratori, nulla di nuovo in realtà, ma da noi visti come vitali per ridare un senso all’insegnamento e all’apprendimento dell’Architettura, come di altre discipline.
Uno di questi laboratori, dall’idea di alcuni di noi, con l’appoggio di un docente di Arredamento, era su Villa Adriana.
Dopo una certa preparazione, insolita perchè fatta più di letteratura che di saggistica storica, si trattava di passare dieci giorni "dentro" la villa.
Dormivamo in un convento-albergo a pochi chilometri, entravamo tutte le mattine all’apertura e ci restavamo fino al tramonto, fino al punto che alla fine è stata la villa a entrarci "dentro".
Ognuno faceva ciò che più lo interessava: foto, video, misurazioni, schizzi, relazioni, commenti, poesie…
Il mio esame di Arredamento, fatto in coppia con un altro studente, è consistito in un video di 45 minuti, la cui sceneggiatura è stata liberamente elaborata a partire dalle mie poesie, intrise degli echi delle "Memorie di Adriano" (M. Yourcenar) e delle teorie fotografiche e scenografiche morsicate qua e là, e dalle letture e dai voli pindarici del mio compagno di gruppo, il tutto condito da una relazione che tentava di spiegarne il senso…
Che dire di più? Un’esperienza unica e irripetibile (forse), un viaggio infinito dentro un unico luogo, uno di quelli che io chiamo itinerari immobili, dove a viaggiare non è il corpo, o dove il corpo ha spazi di movimento limitati, e la mente, o se vuoi l’anima, percorre in un unico lasso di tempo la storia e la leggenda, il passato e il futuro, l’universale e il particolare, noi stessi e gli altri…
E quando torna non può più essere come era prima…

Sogno mai fatto

si riavvicina lentamente e torna
a guardarmi come la prima volta
sfiorandosi con le dita leggere
le labbra e i bottoni della camicia
frenando sul cuore le parole incerte
e i respiri affannosi della verità

posando a terra uno sguardo
prima di rispondermi sorride
aspetta che il mondo attorno
si fermi un secondo ad ascoltare
in quell’attimo d’attesa scorgerò
riflessa nei suoi occhi la verità


un sogno mai fatto e ricorrente
liberamente visto e non vissuto
se non nello schermo del soffitto
un’altra volta ancora e lo saprai
il mondo attorno si dovrà fermare
e dalle tue mani avrò la verità