Big fish. (Tim Burton, USA, 2003)

L’effetto che un film può fare su chi lo guarda dipende sempre da chi lo guarda. Da come si sente in quel momento o in quel periodo, dalla propria storia personale, dai vuoti, inconsci, che ognuno cerca inconsapevolmente di riempire, o che si riempiono in modo inaspettato.


Ad una domanda precisa sugli evidenti riferimenti alla psicoanalisi che nel film si trovano, Tim Burton ha detto chiaramente che girarlo è stato più utile, ed economicamente più favorevole, di una terapia.


Credo che ciò si possa estendere, con le cautele del caso, anche agli spettatori, di questo film come di molto cinema cosiddetto “visionario”.


Trovarsi di fronte ai fantasiosi vaneggiamenti di un uomo che sembra, agli occhi del figlio, non aver mai avuto contatti saldi con la realtà, che ha sempre dato della propria vita un’immaginifica versione, con la quale affascinare gli ascoltatori e costringerli ad un vorticoso susseguirsi di fantasia e realtà in cui la sua forte personalità lo traveste da pifferaio magico, porta chi guarda a identificarsi, confrontando il proprio rapporto con i genitori e con l’immagine che di loro ognuno si crea ( o con l’immagine che essi vogliono creare, che forse è la stessa cosa).


In particolare questo padre che si comporta come un predestinato a cui tutto è consentito, in virtù del fatto che la sua fine è già scritta, ricorda molto quei padri che raccontano “balle” sulla loro vera capacità di essere guida ed esempio per i propri figli, per nascondere le proprie debolezze e miserie, ma non per questo sono da biasimare, perché si sforzano di dare di loro stessi un’immagine di cui i figli possano essere fieri, a costo di perdere di vista ciò che veramente i figli si aspettano.


Per tornare all’inizio del discorso, questo film, naturalmente, farà su ognuno l’effetto che farà, ma rimane attraente l’idea che il cinema faccia bene, in senso terapeutico, a coloro che con la realtà hanno un rapporto complicato, sia coloro che la perseguono a tutti i costi in un modo che è talmente incanalato nella razionalità che strada facendo si tramuta nel suo opposto irrazionale, sia coloro che la rifuggono nascondendosi dietro la sua presunta incomprensibilità e dando così sfogo alle proprie fantasie, che vengono spinte fino a farle sembrare forzatamente innaturali e false.


Ma per restare al film, alla fine lo sforzo del padre di farsi accettare così com’è dal figlio, a costo di perderlo, accende nel figlio la scintilla della fantasia che aveva covato in lui da sempre, facendogli raccontare forse la parte più poetica e più commovente di tutta la vita del padre, la sua fantastica dipartita, come neanche lui stesso avrebbe saputo fare.


La parte che in fondo appare più verosimile, viste le premesse, perché scaturita finalmente dalla sincerità dei sentimenti e dei legami riequilibrati.


Anche perché non si può mai essere certi che tutto quello che è stato raccontato non sia la verità…



 


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