Sognare

Sognare, qualcuno
che corre incontro
a un pensiero diverso
guardare, qualcosa
che prende colore
in un altro universo
segnare, una qualche
risposta non scritta
in un cielo più terso
cercare, quell’alba
che porta la luce
di un altro, diverso
sognare.














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Cartolina da Monaco

I tedeschi la definiscono la città più a nord dell’ Italia. E molto lascia pensare che sia vero, se si considerano il numero di italiani che ci vivono, il numero di segni che della cultura italiana vi si sono accumulati nel tempo, il numero di monacensi che hanno fatto dell’ Italia l’oggetto delle loro benevole attenzioni, turistiche e culturali.
Ma non è propriamente una questione di numeri: si tratta piuttosto di atteggiamenti, atmosfere e sensazioni contrastanti con l’ immagine che tradizionalmente si ha delle città tedesche.
Ci sono pur sempre le rigidezze e le squadrature tipicamente germaniche, ma sorprendentemente miscelate con sfumature e arrotondamenti che solitamente definiamo mediterranei.
Al contrario nell’ aspetto architettonico e urbanistico le irregolarità e le sinuosità degli edifici e delle strade di impianto nordeuropeo si integrano con l’ordine e la regolarità degli inserimenti che si rifanno al Rinascimento italiano.
Un equilibrio tra curve e linee rette, tra spiritualismo gotico e umanesimo rinascimentale, tra antico e moderno, che stranamente in Italia non ha avuto luogo, per un’atteggiamento ciecamente conservativo che ha portato a conservare cose vecchie e inutili e a rifiutare il confronto con il nuovo.
Equilibrio che sembra essersi stabilito anche tra le follie di regnanti megalomani e il pragmatismo di una cittadinanza che quelle follie ha metabolizzato riducendole a proprio vantaggio.
Equilibrio infine tra i più triti tradizionalismi comportamentali e le sperimentazioni sociali più ardite, dentro cui trovano posto una tolleranza molto civile e una ferma richiesta di moralità altrettanto civile verso gli ospiti, gli stranieri, gli immigrati e i diversi in genere.
Non mi sono innamorato di Monaco, nè dei tedeschi, ma è una di quelle città con cui mi pare di poter instaurare un rapporto di una qualche qualità, con cui poter approfondire qualche affinità e, non ultimo, con cui riassestare un precario equilibrio e costruire un futuro di una qualche dignità.








Un altro sogno

Forse sto passeggiando, sul lungomare, verso il porto, ma non è il porto del mio paese, è diverso, più oscuro, un grande muro di contenimento in pietra lavica lo costeggia su un fianco, al di là la collina degrada verso la punta estrema della baia, deve esserci un faro laggiù.
Forse ho uno scopo, non so perchè, ma mi ritrovo su vecchio peschereccio, con un amico, che mi insegna ad usare la lenza per i polpi, quella alla cui estremità sta attaccata un’acciuga di plastica lucida con una corona di ami che le spuntano dalla bocca, ma nel frattempo il peschereccio si è tramutato in una specie di rimorchiatore, con a bordo una sorta di struttura con un verricello con cui, mi dico, si recuperano i rifiuti sul fondale del porto, porto che non è più quello di una piccola isola, ma un grande porto commerciale di qualche città di mare.
Adesso le due imbarcazioni, lo spazzino del mare e il peschereccio, sono quasi affiancate, collegate tra loro in un amichevole arrembaggio da una scala metallica da pompieri, ma più stretta, e io vi salgo titubante per lasciar scivolare giù la lenza.
Sospeso sullo specchio d’acqua tra le due barche mi chiedo come farò a non tagliarmi le mani con un filo così sottile, non porto guanti di alcun tipo, ma dopo una prova mi accorgo che non fa male, i miei timori sono svaniti e riesco a stare in piedi.
Il mio amico, che segue le mie mosse dal ponte del rimorchiatore, è diventato mio padre, che mi esorta a lanciare giù l’esca appesa alla lenza e io penso a cosa potrà mai essere la preda se l’esca è addirittura un piccolo tonno.
Immergo ripetutamente il tonno sotto il pelo dell’acqua e alcuni pesci lo azzannano, staccondone dei pezzi, ma quando provo a tirare nessuno di loro abbocca.
Mio padre mi dice di insistere e di mandare l’esca più a fondo.
All’improvviso sotto il pelo dell’acqua appare qualcosa di grosso, ha una forma nera indefinita con macchie o riflessi bianchi, non la vedo bene, ma so che è un’orca, che azzanna l’esca senza rimanervi attaccata, tiro su e tutto ciò che rimane è la pelle del tonno lacerata e vuota, appesa come uno straccio.
Mio padre, come se nulla fosse, mi aiuta a risistemare il ponte del rimorchiatore, che adesso è così basso da essere quasi a livello dell’acqua, e per fare questo sale e scende dalla barca camminando sull’acqua.
Forse, penso, perchè l’olio e le schifezze accumulate rendono l’acqua così densa da poterci camminare sopra…O forse no…

Big fish. (Tim Burton, USA, 2003)

L’effetto che un film può fare su chi lo guarda dipende sempre da chi lo guarda. Da come si sente in quel momento o in quel periodo, dalla propria storia personale, dai vuoti, inconsci, che ognuno cerca inconsapevolmente di riempire, o che si riempiono in modo inaspettato.


Ad una domanda precisa sugli evidenti riferimenti alla psicoanalisi che nel film si trovano, Tim Burton ha detto chiaramente che girarlo è stato più utile, ed economicamente più favorevole, di una terapia.


Credo che ciò si possa estendere, con le cautele del caso, anche agli spettatori, di questo film come di molto cinema cosiddetto “visionario”.


Trovarsi di fronte ai fantasiosi vaneggiamenti di un uomo che sembra, agli occhi del figlio, non aver mai avuto contatti saldi con la realtà, che ha sempre dato della propria vita un’immaginifica versione, con la quale affascinare gli ascoltatori e costringerli ad un vorticoso susseguirsi di fantasia e realtà in cui la sua forte personalità lo traveste da pifferaio magico, porta chi guarda a identificarsi, confrontando il proprio rapporto con i genitori e con l’immagine che di loro ognuno si crea ( o con l’immagine che essi vogliono creare, che forse è la stessa cosa).


In particolare questo padre che si comporta come un predestinato a cui tutto è consentito, in virtù del fatto che la sua fine è già scritta, ricorda molto quei padri che raccontano “balle” sulla loro vera capacità di essere guida ed esempio per i propri figli, per nascondere le proprie debolezze e miserie, ma non per questo sono da biasimare, perché si sforzano di dare di loro stessi un’immagine di cui i figli possano essere fieri, a costo di perdere di vista ciò che veramente i figli si aspettano.


Per tornare all’inizio del discorso, questo film, naturalmente, farà su ognuno l’effetto che farà, ma rimane attraente l’idea che il cinema faccia bene, in senso terapeutico, a coloro che con la realtà hanno un rapporto complicato, sia coloro che la perseguono a tutti i costi in un modo che è talmente incanalato nella razionalità che strada facendo si tramuta nel suo opposto irrazionale, sia coloro che la rifuggono nascondendosi dietro la sua presunta incomprensibilità e dando così sfogo alle proprie fantasie, che vengono spinte fino a farle sembrare forzatamente innaturali e false.


Ma per restare al film, alla fine lo sforzo del padre di farsi accettare così com’è dal figlio, a costo di perderlo, accende nel figlio la scintilla della fantasia che aveva covato in lui da sempre, facendogli raccontare forse la parte più poetica e più commovente di tutta la vita del padre, la sua fantastica dipartita, come neanche lui stesso avrebbe saputo fare.


La parte che in fondo appare più verosimile, viste le premesse, perché scaturita finalmente dalla sincerità dei sentimenti e dei legami riequilibrati.


Anche perché non si può mai essere certi che tutto quello che è stato raccontato non sia la verità…



 


Silenzi

Mah! Non mi viene più niente! Da una settimana mi metto davanti al mio bel Pannello di Controllo e non mi riesce di farmi venire in mente qualcosa da scrivere. Perciò ho pensato di parlare proprio di questo.
In realtà gli argomenti ci sarebbero, ma nessuno mi sembra adatto a descrivere il periodo che sto attraversando e soprattutto nessuno mi ispira un modo di scrivere adeguato.
Tutto mi pare finto, forzato, senza reale coinvolgimento.
Non che quello che ho scritto fino ad ora sia meglio, ma adesso proprio non mi viene bene neanche la cosa più stupida, più semplice da dire.
Anzi, sono proprio le cose più semplici e dirette quelle più difficili da rendere con il giusto tono, il giusto linguaggio che le restituisca nel modo più consono alla loro semplicità.
Probabilmente è solo che non ho ancora digerito completamente il rapporto che ho con certi aspetti della mia vita per riuscire a parlarne chiaramente o ancora più semplicemente è un periodo che il mio rapporto con le cose e le vicende che mi circondano è particolarmente asettico, senza mordente, poco stimolante.
In altre parole si tratta forse di una forma di apatia verso il mondo esterno (e anche quello interno) che blocca il vivere i fatti e gli oggetti in modo dialettico, se non addirittura drammatico, nel senso di interagire con la vita (la propria e quella degli altri) in modo da dover prendere decisioni, fare scelte, imboccare strade, provare svolte, lasciandosi stimolare al racconto di cose di cui valga la pena occuparsi, alla descrizione degli stati d’animo conseguenti alle scelte e alle rinunce che queste comportano, allla convivenza con sentimenti forti ed emozioni vere da cui scaturiscano il bisogno e la voglia di esprimersi.

solitamente avvolti in veli traslucidi
distolti dal vivere contrasti decisi
dormienti abulici disillusi amori
ritornano sempre incessanti


delusi dalla fredda e distratta aura
che li contorna
ciechi della luce netta e violenta
del desiderio vero
incrollabilmente fiduciosi nella parola
estranei all’anima

se il silenzio fosse percorribile
quanta poca strada avremmo fatto