L’articolo








I due cuscini azzurri sulla poltrona di pelle rossa portavano ancora l’impronta di chi vi aveva appoggiato la schiena per alcune ore, ma nella stanza non c’era traccia di alcunché potesse far pensare ad una presenza recente. Dal giorno del delitto, dopo i rilievi della scientifica, più nessuno era entrato nella stanza.
Sulla scrivania un bicchiere di vetro giallastro di pessima fattura odorava vagamente di succo di frutta, probabilmente pesca. Sulla tastiera del computer portatile erano evidenti gli aloni scuri segno di una certa usura. Il telecomando vicino al mouse faceva pensare che la vittima tenesse accesa la televisione, pur non vedendola essendo alle sue spalle, regolandone di tanto in tanto il volume o cambiando canale.
Questo suggeriva che la donna poteva aver sentito la notizia del rilascio del marito dal telegiornale, mentre lavorava alla stesura dell’articolo. Perché altrimenti ne avrebbe cambiato il contenuto, lasciando incompleta la versione precedente?
Gli inquirenti avevano chiuso il caso inserendolo tra i delitti irrisolti, ma quando ebbi l’incarico di riaprire le indagini mi feci cogliere dall’ansia: cos’altro volevano scoprire? Non ne avevano abbastanza di ricerche andate a vuoto?
Mi decisi a ripartire dalla stanza d’albergo dove l’avevano trovata senza vita. Accanto alla sedia, per terra, c’era ancora la cornice di legno chiaro con la foto della coppia dell’anno: si erano sposati tre mesi prima in segreto, ma la notizia aveva fatto il giro del paese in brevissimo tempo. Il famoso line backer dei Giants e la bella reporter della ESPN. In pochi avrebbero scommesso sulla tenuta di quel matrimonio. I sospetti di doping su di lui e l’intraprendenza investigativa di lei presto o tardi avrebbero scatenato conflitti irrisolvibili. In ogni caso tutto ciò non era bastato a stabilire né un movente né una dinamica certa per l’omicidio.
Le tende della finestra più lontana dalla scrivania erano strappate, ma non c’erano segni di colluttazione, come non si era trovata alcuna traccia di farmaci o veleni. La notizia della scarcerazione del marito, dopo due settimane di fermo con l’accusa, peraltro mai provata, di uso e spaccio di sostanze anabolizzanti, era passata sul notiziario del pomeriggio, circa due ore prima dell’ora presunta in cui la polizia aveva fissato la morte della giornalista.
Due ore: cosa aveva fatto l’uomo prima di svanire nel nulla?
Secondo le testimonianze del personale dell’albergo non era tornato a trovare la moglie, che nel frattempo scriveva il suo articolo al computer in cui parlava delle losche amicizie del marito che stavano portando alla rovina la carriera di lui e il loro rapporto.
Feci un respiro profondo e accesi il portatile: il file con l’articolo interrotto c’era ancora! Non erano riusciti a decrittare il codice d’accesso o non avevano semplicemente guardato a fondo nella memoria dell’hard disk. Tirai un sospiro di sollievo, avevo ancora un po’ di tempo!
Copiai facilmente su un dischetto il pezzo che avevo iniziato a scrivere quel pomeriggio, mentre aspettavo che lei tornasse. Il marito seduto pesantemente sulla poltrona rossa mi guardava mentre giocherellava con un’enorme mazzetta di pezzi da mille, ne sarebbero serviti molti per corrompere l’impiegato della reception. Non gli chiesi neppure che cosa fosse il liquido nella boccetta che mi diede prima di uscire dalla stanza. Sapevo che la mia carriera nella polizia stava per finire e anche come occultatore di prove in fondo non ero un granché.
Uscendo dall’albergo mi diressi verso il bar dall’altro lato della strada e da solo brindai alla mia nuova carriera di reporter e al mio primo articolo di nera. Raccontai la storia in modo da farla sembrare un’indagine impossibile, ma l’importante era il tono, più da poliziotto che da cronista, come piace oggi. Com’era il titolo? Ah, sì! “Morte di una giornalista sportiva”. Geniale, no?!












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