C’era una volta un re

 

 

C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva:

“Raccontami una storia!”.

E la serva stava per cominciare, ma il re la fermò:

“Portami una penna e un foglio di carta”.

E quella stava per andare, ma il re la fermò di nuovo, ci pensò un momento e poi ci ripensò e alla fine disse:

”Portami anche un abate con le formule di incipit e un ostensorio per la benedizione, due scrivani con ciascuno dieci boccette di inchiostro e una risma di carta, tre rilegatori con ciascuno mille metri di filo da rilegatura, quattro intagliatori per le decorazioni con ciascuno una sporta di borchie di argento brunito, cinque pellai esperti con ciascuno una pelle pregiata per la copertina, sei miniaturisti con i colori più belli e i soggetti più fantasiosi, sette mercanti di pietre preziose per le incastonature sulla costola, otto cantastorie di strada per farti venire l’ispirazione e nove danzatrici arabe per distrarmi ogni tanto dai tuoi racconti senza fine.”

La serva porse al re la carta e la penna e incominciò:

“C’erano una volta nove danzatrici arabe su un carro trainato da muli, sulla strada per il palazzo reale.

Incontrarono una serva del re che offrì loro abiti nuovi se avessero accettato di danzare per il re.

“Andate a palazzo e distraete il re con le vostre danze, finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse con tono complice la serva e proseguì per la sua strada.

Il carro delle danzatrici proveniva dalla città dove, poco prima, otto cantastorie fuori dalle mura intrattenevano grandi e bambini con fiabe e novelle tra le più intriganti.

Si avvicinò a loro la serva del re che offrì loro cibo e coperte e con tono curioso li convinse a raccontare le loro storie più belle.

“Il re vuole sentire storie sempre nuove, andate a palazzo e continuate ad inventarle finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse lei e si diresse verso il quartiere dei mercanti.

La via delle pietre era pulita e silenziosa e sette mercanti stavano alla porta con i loro gioielli che non avevano bisogno di urla e parlantina da venditore per attirare l’attenzione.

Passò di lì la serva del re che offrì loro titoli nobiliari purché le mostrassero le pietre più preziose e con tono deferente li invitò a corte.

“Andate a palazzo e scegliete insieme al re le migliori pietre da incastonare finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse gentile e proseguì.

La canonica dei benedettini era semplice e austera e nella biblioteca c’erano sei miniaturisti intenti a decorare grandi volumi di pergamena nel più sereno silenzio.

Entrò la serva del re e con tono pio offrì loro un terreno fertile per costruirci un nuovo convento in cambio della loro pazienza e maestria.

“Andate a palazzo e realizzate per il re le vostre più fantasmagoriche miniature finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse ai monaci meravigliati che le indicarono la via per le concerie.

L’opprimente odore delle pelli lavorate si diffondeva per tutta la strada dove i cinque pellai più esperti avevano i loro depositi.

All’arrivo della serva del re si fermarono i mantici che alimentavano i fuochi sopra cui bollivano le pelli in enormi pentoloni di ferro, poiché nessuna donna aveva osato passare di là fino a quel momento.

I pellai sorpresi non riuscirono a dire nulla quando ella con tono sguaiato e triviale quasi li costrinse ad accettare il lavoro offrendo loro un’intera mandria di bovini vivi.

“Andate a palazzo e mostrate al re le vostre pelli più pregiate e vedete di convincerlo che sono le migliori finché non torno con ciò che mi ha chiesto” disse sprezzante e li lasciò inebetiti.

C’erano molti artigiani in un villaggio al di là del fiume, a un giorno e mezzo di cammino.

La serva del re arrivò di sera e si recò in una locanda per passarci la notte, non prima di aver sparso la voce che il re offriva fama e laboratori in città in cambio di un lavoro importante.

La mattina seguente quattro intagliatori conosciuti per la loro precisione si presentarono alla locanda.

“Andate a palazzo e portate con voi borchie di argento brunito, le più regali che avete e aspettatemi finché non torno con ciò che il re mi ha chiesto” disse la serva del re con tono deciso e si diresse di nuovo al palazzo.

I tre rilegatori della biblioteca reale stavano seduti su pile di volumi già finiti, annoiati dalla mancanza di lavoro che durava ormai dall’ inverno precedente.

Quando la serva del re propose loro di rilegare un nuovo libro furono felici di acconsentire senza chiedere nulla in cambio se non la promessa di avere sempre nuovi libri da poter rilegare.

“Andate dal re con mille metri di filo, poiché ci vorrà molto tempo e tutta la vostra pazienza per finire questo libro prima che io torni con ciò che il re mi ha chiesto” disse con tono misterioso e chiese loro dove fossero i due scrivani personali del re.

Nella taverna le poche candele rimaste accese diffondevano una luce insufficiente a mettere a fuoco le facce degli avventori, così la serva del re dovette chiedere all’oste di indicarle il tavolo degli scrivani.

Dopo un difficile dialogo tra una serva zelante e autoritaria e due scrivani svogliati e ubriachi si giunse ad un accordo.

Loro avrebbero scritto la biografia del re da lui stesso raccontata, ma a condizione di poterci ricamare sopra un po’ per renderla più interessante e pubblicarla poi dopo la sua morte per guadagnarci qualcosa.

“Andate a palazzo e iniziate subito a scrivere e continuate finché non torno, poiché non ho ancora trovato ciò che il re mi ha chiesto, un buon inizio per il mio racconto” disse con tono sfiduciato.

All’alba la serva del re partì per il convento dei domenicani che era distante tre giorni di cavallo.

Ad accoglierla al portone l’abate in persona che si scurì in volto quando sentì il motivo per cui il re lo voleva vedere, trovare un buon inizio per il suo libro.

Non ci fu bisogno di convincerlo con offerte e doni, tanto che il giorno stesso partirono insieme per tornare al palazzo.

Attraversarono con passo svelto le sale del castello fino alle stanze private del re.

Fuori dalla porta dello studio le danzatrici erano esauste, i cantastorie erano senza voce, i mercanti con le mani piene, i miniaturisti senza idee, i pellai con le mani gonfie, gli intagliatori con le mani nere, i rilegatori senza più filo, gli scrivani senza più inchiostro.

Entrarono nello studio e videro il re riverso sul sofà, con in mano il foglio di carta e la penna e sul suo tavolo un libro meraviglioso come nessuno aveva visto mai prima di allora.

La serva gli si avvicinò e disse: “Sire, svegliatevi, ho condotto qui l’abate, ora avrete il vostro incipit, il miglior inizio per vostro libro”.

E l’abate che aveva capito disse: “C’era una volta un re, seduto sul sofà, ma ora non c’è più, né mai più ci sarà” e lo benedisse.

La serva prese il libro opera di così tanti talenti, che in dieci giorni avevano prodotto una tale meraviglia e vi pose dentro, in fondo, il foglio che il re teneva in mano e su cui aveva vergato di suo pugno la parola: FINE.

 

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4 pensieri su “C’era una volta un re

  1. Arrivo dopo un breve viaggio partendo da Orasesta, che mi ha permesso un salto di più di quattro anni e di scoprire questo racconto incantato.
    Ha ragione Elis!

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