Un sogno

Non ricordo come è iniziato, ammesso che abbia avuto un inizio, ma c’era mia nonna dietro al tavolo della sua vecchia cucina. Dal corridoio del terzo piano di quella casa su tre livelli di fronte al mare, dove ho trascorso parte della mia infanzia, si vedeva lei dapprima occupata a pulire la verdura selvatica appena comprata dall’ ambulante che ogni due giorni fermava l’Ape sul marciapiede sotto casa. Subito dopo stava rimproverando mia madre e mia zia che, già adulte e con famiglia, si rincorrevano come facevo io con i miei cugini. Le riprende con il tono autoritario che aveva sempre avuto, ma con in più lo sguardo scostante e lo scarto secco della testa da un lato, di chi non ne può più di vedere inascoltati i suoi ordini, che crede di non essere abbastanza forte per resistere ancora e si lascia scappare un gesto di sconforto. A questo punto percorro il corridoio verso di lei, ma a metà del tragitto mi volto a destra, la piccola porta è aperta, “u stanzinu”, come lo chiama lei, lo sgabuzzino trasformato in dispensa, è diventato il bancone di un bar dietro al quale lei stessa serve da bere. Da dietro il banco sembra altissima, com’era da giovane. Mi vede, si commuove e quasi urla che “non mi putiti cridiri!”. Non possiamo, nessuno di noi può credere a quello che lei sta provando, a quello che ha passato. Ma ora la sua figura si confonde con quella di mia sorella che è triste, esce dal banco lasciando il lavoro e mi abbraccia cercando conforto. Io le sorrido e lei torna ad essere la nonna, come la conosco, piccola, perchè curvata dalla vita, ma con l’ ossatura di una donna più alta della media. Piange e mi parla, mi dice: “me figghiu!”, per l’ultima volta e comincia a scarnificarsi, la sua pelle si disintegra progressivamente scoprendo lo scheletro imponente, la sua bocca contratta in una smorfia di pianto lascia il posto al sorriso del suo teschio e fra le mie braccia si lascia finalmente andare. Mi sveglio con una sensazione di benessere assoluto, sono rilassato e felice e in uno stato di grazia che durerà per diverse ore, mi ricordo che è morta un paio di mesi prima e mi convinco che abbia voluto salutarmi e farmi sapere che sta bene.

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Lifting

Approfitto di una e-mail mandata ad un conoscente su un argomento attuale e la riporto quasi totalmente.

A proposito di lifting e prospettive generali: non so più cosa pensare, a parte le solite cose che tutti sanno e fanno finta di non capire, perchè chi ha voluto questa situazione, votando, ha creduto di poterci ricavare qualcosa per sè, a scapito del vicino di casa. In altre parole ce la siamo cercata, legittimando democraticamente un uso illeggittimo del potere e del consenso per fini personalistici. Non solo nell’interesse di una sola persona, ma in quello di ciascuno di noi, intendendo noi italiani, anche quelli che non hanno votato per Lui, perchè comunque dobbiamo assumerci la responsabilità della scelta del paese di seguire questa strada, se accettiamo le regole democratiche che hanno portato a questo. L’avevo pensato e detto (soprattutto a me stesso) a maggio 2001: ci sta bene! L’abbiamo voluto e ce ne accorgeremo. Dovremo per forza accorgerci, dopo i 5 (sicuri) anni di questo strazio, di cosa voleva dire. La tenue speranza è quella che una volta visti i risultati riusciamo ad imparare la lezione, non solo quelli che si sono opposti troppo tardi e male, ma anche e soprattutto coloro che ci hanno creduto o hanno fatto finta di crederci per raccattare le briciole dietro al capobranco. E non c’è niente di sociologico o di pedagogico in questa idea e nemmeno una visione apocalittica di una realtà di per sè ben più terrena, ma una semplice e razionale analisi dei costi e dei benefici di una scelta imprudente e miope.

Niente di nuovo, a parte le dimensioni di alcune borse, e non solo quelle sotto gli occhi (di tutti!).

Errori

Quelli che per me sono comportamenti normali, per altri sono errori. Ciò che sembra innocuo nel contesto delle mie conoscenze e relazioni interpersonali, in altri contesti è offensivo. Mi sembra di capire che le differenze di cultura si possono riassumere in questo concetto, che abbiano in questa mancanza di conoscenza delle priorità e delle posizioni dell’ altro la loro espressione conflittuale.
In altre parole ci scazziamo perchè diamo importanza a cose diverse e ciascuno non sa cosa ha veramente importanza per l’altro, così quando mi si fa notare che non sono ciò dovrei, che non sono capace di cambiare, che il mio cambiamento è la condizione indispensabile perchè il resto stia finalmente al suo posto, mi rispondo che forse è così, ma non può dipendere tutto solo da me, che per quanto sia alto il mio senso del dovere e del sacrificio, non tutto il peso della costruzione di un futuro migliore deve stare sulle mie spalle.
Mi dico che se proprio ci crediamo dovremmo dividerci i compiti e i pesi, fare in modo che ciascuno si faccia carico un po’ anche dei difetti e delle mancanze dell’altro, per non restare troppo delusi dalle difficoltà altrui, per non caricarsi di aspettative eccessive verso chi ha in fondo gli stessi nostri dubbi, ma soprattutto le stesse nostre finte certezze.
Tutto ciò che si fa, anche i gesti più insignificanti e spontanei, possono diventare allora errori irrimediabili, se chi ci sta di fronte ha di quei gesti una visione diversa.
Il peggio viene quando si incolpa l’altro delle proprie delusioni, quando si accusa l’altro di essere l’artefice dei propri fallimenti e per quanto questi possa essere autocritico fino all’autoflagellazione, non riesce ad accettare il verdetto inoppugnabile di condanna definitiva e l’incomprensione monta in modo esponenziale.
Se poi portiamo questo genere di rapporto irrisolto anche nella sfera dei rapporti personali si capisce come certe differenze condizionino e certe posizioni precostituite rendano, diciamo così, problematiche molte realtà apparentemente tranquille.
A questo punto la risposta, provocata dalla situazione, potrebbe essere quella che culture, o persone, così lontane è meglio non si incontrino mai, anzi è meglio che si combattano, anzi è meglio rivoltarcisi contro e così via.
Ma anche questo sarebbe un errore.
Il più grande.

 

Vulcano (Baia di Levante)

fumi di zolfo
nauseanti
e purificatori

ragnatele di fumo
che sospingono
i miei occhi al cielo

terra lontana
deserta e familiare

la sabbia nera
calda ed eterna
ostenta vigore
e tradisce la vita

baia di sole nascente
deserta e luminosa

ideale appuntamento
io e te
la mia barca in secco
ansia attesa liberazione
finalmente calma

fumo di zolfo purificatore
dei miei occhi ormai lontani



























Il succo

E’ come se non fosse mai andata via, nel senso che le cose sembra siano rimaste allo stesso punto in cui erano tre mesi fa. Stessi discorsi, stesse paranoie (mie e sue). Sembra arrabbiata, ma anche distante, tranquilla, ma con i nervi in agguato, interessata, ma scostante, insistente, ma poco convinta.
Ad essere più attenti non è proprio come prima, sembra più determinata a tirare fuori da me quello che si aspetta in tempi brevi o rinunciare completamente senza ripensamenti.
Altre cose sono rimaste purtroppo uguali, proprio quelle che mi tengono in bilico e che a volte me la fanno odiare, soprattutto quel disprezzo nei suoi occhi quando si affrontano questioni riguardanti la mia vita prima di conoscerla, le mie amicizie che lei non sopporta, alcuni membri della mia famiglia che dovrei eliminare dal mio mondo.
D’altro canto su alcuni argomenti non ha torto, ma il tono drastico con cui si pone mi fa pensare che forse non è tutta colpa mia se le cose non sono andate fino ad ora come avrebbe voluto, che ci sia dell’altro che dovrò indagare, se proprio voglio che continui, se ancora riesco a resistere, se ancora lei riesce a mantenere qualcosa di attraente in questa storia.
E’ vero che alla mia età dovrei essere in una situazione ben diversa, con altre finalità e altri mezzi per ottenerli, ma la realtà è quella che è, non si cambiano il passato e gli errori fatti, anche perchè in mezzo a quegli errori ci anche cose giuste e ben fatte, non si può sempre pretendere di cambiare le persone facendole diventare ciò si vuole che siano, perchè a un certo punto uno dice basta.
Bisogna imparare ad accettare chi vogliamo accanto, lo dico anche a me stesso, provando a migliorarsi a vicenda, a crescere insieme, a trovare l’equilibrio reciproco, ma se questo diventa unilaterale allora c’è qualcosa che non va, certamente nell’equilibrio interno di ciascuno, ma anche nell’armonia difettosa che si crea.
E ancora chiacchiere su chiacchiere, mi sembra di sfuggire ancora una volta al succo del discorso, ma non so di quale frutto sia il succo di cui si parla, di quale problema sia il cuore.
Il cuore, appunto.