Domande

Ho provato a rileggere le poesie(?) scritte fino a 6/7 anni fa per vedere se ce n’è qualcuna che potrei proporre sul blog e mi ha assalito una duplice sensazione: da una parte ilarità per quelli che credevo interessanti esercizi di intima espressione personale, dall’altra malinconia, o forse nostalgia per un tempo in cui mi prendevo più sul serio, pur riconoscendomi limiti oggettivi che comunque non mi impedivano di credere, e di far credere, di essere un po’ speciale per chi mi stava intorno.
La necessità di dare un senso a tutto quello che è stato, ma ancora di più a quello che sarà, mi porta inesorabilmente a ripensare i termini della mia presenza in questo mondo con una visuale più concreta: quanto sono disposto a fare, a soffrire, a sacrificare per trovare una dimensione esistenziale congrua, corrispondente alle aspettative, alle promesse, ai sogni di un periodo che a viverlo sembrava infinito, ma che si è rivelato fin troppo breve per chi non ha saputo o voluto farne strumento, arma, corazza, chiave d’accesso al mondo del dopo, quel dopo che è già adesso e che ancora mi nasconde le sue porte.
Le poesie di allora sono una testimonianza di come io abbia passato quel tempo a cercare di conoscermi e di farmi conoscere, a cercare da dentro di scalfire la corazza ereditata da un’adolescenza di intimo rifiuto verso l’ordine, la consuetudine e la finta comunicazione, rifiuto che però nei fatti si manifestava quasi sempre con atteggiamenti di conciliazione e chiusura piuttosto che di sfogo e conflittualità.
Il tentativo di liberarsi dalle sovrastrutture autoprodotte del controllo e della stasi per darsi al flusso scoordinato, ma quanto più vitale, delle emozioni e dei gesti, ha portato via quel tempo che invece si sarebbe dovuto dedicare alla conoscenza del mondo e degli altri, ha sostituito le vecchie scaglie dure e goffe con altre più nuove, “interessanti”, più sottili e aderenti come una seconda pelle, ma più difficili da perforare.
Il doppio del tempo passato a cercare di capire la vita per non sbagliarla, senza riuscirci, e la metà a viverla davvero imparandola dagli sbagli. Fuori tempo. Troppo presto o troppo tardi. Troppa testa o troppo cuore. Troppe domande o troppo poche. E quasi mai quelle giuste…
Per esempio: Al funerale di mio padre sono riuscito a non piangere oppure non sono riuscito a piangere?

ogni accenno

ogni sorriso

ogni piccolo fremito d’ansia

come una pioggia d’istanti

scorrono via sui miei occhi

come l’acqua di marzo

sui questi vetri freddi

e vorrei poter toccare

ogni piccola goccia di vita

che cade scivolando

sul tuo viso

e bagnarmi le dita

per sapere che vivo

L’ho scritta sei anni prima, solo ora so il perché…

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4 pensieri su “Domande

  1. Quando, quisquilie da arringatori come una congiunzione o un avverbio hanno mai fatto la differenza? Come si riconosce un saggio che gioisce? Quale comportamento lo contraddistingue? “Io c’ero e non ho pianto”. Questo conta, questo è vero. Lasciamo alla psicanalisi lo studio dei perchè. Ricominciamo ad occuparci di noi stessi e a riacquistare le certezze che stanno cercando di portarci via a suon di dibattiti e talk show. “Io c’ero”: risorgimentale, ma non romantico. FATTI, NON PUGNETTE!! O no?!?

  2. ciao…..
    sono andata a conoscerti come eri all’inizio..
    perchè io inizio ora..
    e..miracolo!
    ho trovato qualcuno che ha descritto perfettamente tutti i miei pensieri.. tutte le mie difficoltà
    stessi modi.. la ricerca nei vecchi scritti..
    il “disagio” di riempire una spazio che non sai da chi sarà letto
    la voglia di mostrarmi e di trovarmi dentro…
    insomma basta l’hai scritto molto meglio tu
    ti prendo come personal trainer se non ti dispiace
    e se potessi…
    mi piacerebbe anche citare qualche tua frase
    grazie cmq
    mi sento meno sola ed inetta adesso

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