Pernel,…

…non credo di aver afferrato pienamente il senso di quello volevi dirmi, ma non credi che sia questo un modo possibile per tentare di riappropriarsi di se stessi, provare a dirsi la verità, anche solo attraverso la verità di domande che affiorano da sole e che per questo non si possono, mi pare, definire retoriche.
Comunque condivido nelle premesse l’atteggiamento dell’agire e del viverne i momenti in quanto tali, senza falsi ripensamenti che non sono se non parafrasi mentali attraverso cui crediamo di tenere cristallina la nostra coscienza, ma non posso fare a meno, mio malgrado, almeno in questo momento che direi di transitorio bilancio, di ricadere nel bisogno di quella chiarezza che mi sembra non arrivi mai.
Ma ora che ci penso e mi ricordo, ciò che si cerca con tanta insistenza è più facile che appaia quando si smette di cercare, quando si mollano i freni e si vive ogni momento come se fosse l’ultimo, quando si accetta come certo solo ciò che si sente attimo per attimo, senza farlo filtrare dagli schemi mentali acquisiti e dai sensi di colpa.
Infine credo che il vero saggio non è colui che smette di farsi domande, ma colui che non cerca una risposta purchessìa, solo per mettersi l’anima in pace.
Sono contento che ti sia decisa a intervenire sul mio blog e non sarebbe una brutta idea continuare questa chiacchierata sul tuo, quando l’avrai…Un abbraccio.

Domande

Ho provato a rileggere le poesie(?) scritte fino a 6/7 anni fa per vedere se ce n’è qualcuna che potrei proporre sul blog e mi ha assalito una duplice sensazione: da una parte ilarità per quelli che credevo interessanti esercizi di intima espressione personale, dall’altra malinconia, o forse nostalgia per un tempo in cui mi prendevo più sul serio, pur riconoscendomi limiti oggettivi che comunque non mi impedivano di credere, e di far credere, di essere un po’ speciale per chi mi stava intorno.
La necessità di dare un senso a tutto quello che è stato, ma ancora di più a quello che sarà, mi porta inesorabilmente a ripensare i termini della mia presenza in questo mondo con una visuale più concreta: quanto sono disposto a fare, a soffrire, a sacrificare per trovare una dimensione esistenziale congrua, corrispondente alle aspettative, alle promesse, ai sogni di un periodo che a viverlo sembrava infinito, ma che si è rivelato fin troppo breve per chi non ha saputo o voluto farne strumento, arma, corazza, chiave d’accesso al mondo del dopo, quel dopo che è già adesso e che ancora mi nasconde le sue porte.
Le poesie di allora sono una testimonianza di come io abbia passato quel tempo a cercare di conoscermi e di farmi conoscere, a cercare da dentro di scalfire la corazza ereditata da un’adolescenza di intimo rifiuto verso l’ordine, la consuetudine e la finta comunicazione, rifiuto che però nei fatti si manifestava quasi sempre con atteggiamenti di conciliazione e chiusura piuttosto che di sfogo e conflittualità.
Il tentativo di liberarsi dalle sovrastrutture autoprodotte del controllo e della stasi per darsi al flusso scoordinato, ma quanto più vitale, delle emozioni e dei gesti, ha portato via quel tempo che invece si sarebbe dovuto dedicare alla conoscenza del mondo e degli altri, ha sostituito le vecchie scaglie dure e goffe con altre più nuove, “interessanti”, più sottili e aderenti come una seconda pelle, ma più difficili da perforare.
Il doppio del tempo passato a cercare di capire la vita per non sbagliarla, senza riuscirci, e la metà a viverla davvero imparandola dagli sbagli. Fuori tempo. Troppo presto o troppo tardi. Troppa testa o troppo cuore. Troppe domande o troppo poche. E quasi mai quelle giuste…
Per esempio: Al funerale di mio padre sono riuscito a non piangere oppure non sono riuscito a piangere?

ogni accenno

ogni sorriso

ogni piccolo fremito d’ansia

come una pioggia d’istanti

scorrono via sui miei occhi

come l’acqua di marzo

sui questi vetri freddi

e vorrei poter toccare

ogni piccola goccia di vita

che cade scivolando

sul tuo viso

e bagnarmi le dita

per sapere che vivo

L’ho scritta sei anni prima, solo ora so il perché…

Disimpegni

Tutto sommato, forse è meglio così. E’ abbastanza velleitario voler a tutti i costi essere “all’altezza”. Ci sono livelli di comunicazione che probabilmente incidono di più e meglio di altri, che soddisfano meglio le esigenze di interazione tra le persone, livelli di immediatezza del messaggio che, però, secondo me, rischiano di ridurre il tutto ad un rumore di fondo, un indistinto chiacchiericcio senza sbocchi.
Ma tutto sommato, dicevo, è meglio così. E’ un bene che ognuno si metta in gioco nel modo che crede, senza filtri e senza paletti, cercando, possibilmente trovando, il proprio posto con i mezzi che vuole, arrivando in alcuni casi ad essere addirittura utili agli altri, oltre che a se stessi.
Ma anche senza cercare nulla se non quel leggero, quasi impercettibile brivido che dà il cliccare su “Pubblica post” e vedersi proiettati in un secondo verso una platea potenzialmente sconfinata. Perciò: Liberi tutti!



Notturno

passi di danza tra l’erba


traspare la luna



ogni volta più forte


ritorna la luce


dai rami intrecciati



un sorriso rimasto


sull’orlo del lago


rimanda l’incontro


più avanti nel tempo



riflessi


come pioggia sui vetri


tra il fuoco e le mani


cadenti sul corpo



un fiume tranquillo la vita



la danza è finita


la notte su tutto


nasconde i suoi passi



l’alba è un ricordo






Impegni

Il solo fatto di pensare tutto il giorno che devo scrivere qualcosa, "altrimenti che blogger sei", mi mette a disagio. La voglia non manca certo, ma non è che ho sempre l’argomento a portata di mano. Certo, certo, lo so! Nessuno mi obbliga. Ma che c’entra, io l’ho fatto per questo e vorrei mantenere l’impegno, è il non sapere se riuscirò a farlo che mi frega. Dovrei forse, come fanno tanti, lasciarmi andare a raccontare anche le più insulse banalità che si susseguono durante la giornata, arricchendole di sfoghi pseudo-intimistici e di considerazioni poetico-filosofiche sulla vacuità di questa quotidiana ricerca di gratificazione? Bla, Bla, Bla…Proviamo così:

Sospensione

davanti agli occhi

l’aria più scura

tranquillamente

mi siedo sul muro

cercando

di ricordare

trascorse spiagge assolate

lei era vicina

potevo

quasi toccare

l’onda chiara dei suoi capelli

(1986)

Non ha niente a che vedere con la giornata di oggi, risale a più di 15 anni fa e se anche non significasse nulla mi sembra che capiti a fagiolo…

Cara Disel,…(2)

No, No, No! Non ho interpretato in senso negativo il tuo commento, anzi! L’ho preso come un invito amichevole e spassionato ad andare di persona in quei luoghi che, per ora, immagino soltanto. Come vedi è difficile trasporre in parole scritte ciò che veramente si vuole dire e questo mi fa ancora di più persuaso che la scrittura è un impegno non proprio agevole se si vuole andare un po’ oltre la semplice messa in piazza dei propri sfoghi personali e tentare di dare una veste leggibile e chiarificatrice (soprattutto per se stessi) di ciò che affiora e di ciò resta sul fondo della propria personalità.
Banali chiacchiere? Psicoterapia del tasto RESET? Che importa! Volevo solo comunicarti che non sono nè offeso, nè dispiaciuto, ma al contrario il tuo commento mi ha dato un ulteriore spunto per procedere nel “viaggio”, con qualche riferimento in più per non perdere la strada, o comunque per ritrovarla in caso di temporanee divagazioni.