Nel 1990 mi sono autocoinvolto nella occupazione della Facoltà di Architettura di Firenze, la famigerata Pantera mi aveva attratto con i suoi guizzi felini e le sue moine da gatta, costringendomi quasi a passare i due mesi forse più importanti della mia vita da studente, se non addirittura decisivi per la persona che sono diventato dopo (nel bene e nel male).
Tra le molteplici attività che le varie "commissioni" si erano incaricate di elaborare c’era anche quella di definire nuovi metodi di approccio ai seminari didattici, sugli argomenti più disparati e con la collaborazione di alcuni docenti simpatizzanti (e quindi simpatici).
Uno di questi seminari, tra i pochi partiti effettivamente dopo la fine dell’occupazione, c’era quello sulla Villa Adriana di Tivoli, promosso da alcuni di noi insieme a un docente di Arredamento che non prendeva il nome del suo corso alla lettera.
L’idea era quella di andare sul posto e viverci, letteralmente, dentro per dieci giorni, dalla mattina alla sera, non prima di essersi riempiti la testa di testi letterari e non sull’argomento, per tirare fuori da ognuno il proprio personale approccio al sito e per elaborare dei lavori presentabili all’esame.
Il pezzo forte della preparazione, manco a dirlo, Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar.
In quei dieci giorni di ubriacatura totale da rilievi metrici, rilievi empirici (passi, palmi, braccia), fotografie da ogni possibile punto di vista, riprese video, schizzi a penna, colazioni a sacco, pallavolo per riprendersi, discorsi interminabili sul perchè di un angolo, di un materiale o di un nome e sul perchè del seminario stesso, la villa mi è come entrata dentro e da dentro mi suggeriva cose che non avrei osato pensare in condizioni didattiche normali.
Ovviamente la suggestione del posto in sè ha avuto la sua parte, ma unita ai freschi studi di tecnica fotografica, agli effetti della luce e dei materiali sul corpo e sulla mente, al confronto col passato, alla libertà di espressione concessa, ma soprattutto all’eco del libro della Yourcenar nel cervello, hanno prodotto fra le altre cose anche gli otto "componimenti"(?) che seguono riguardanti alcune parti della villa.
Con tutte le incongruenze e le ingenuità del caso rimangono passaggi importanti, segni forti per me di un’esperienza irripetibile e decisiva.
Villa Adriana. Pecile
contro un muro di luce
la mia scena
dalle volte immaginate
si stacca imponente
un velo pietrificato
lama di pietra
a squarciare il teatro
attore immobile
eterno personaggio
fisso regolatore
di anime inquiete
un teatro della storia
fatta di pietre alberi e acqua
teatro della luce
eterna spettatrice
del suo stesso dramma
direttrice instancabile
per le umane commedie
un teatro che inscena se stesso
attore e spettatore
per la mia scena vuota
Villa Adriana. Grandi terme
senza più il proprio cielo
lo spazio si confonde
in un disordine quieto
il tempo di un’immersione
nel fluido ideale
della storia dell’uomo
ed ecco che la natura
riprende il suo trono
tentativo di purificazione
gesto di sacra verità
segno d’incontro
tra luce e ombra
il tempo dà ragione al tempo
acqua e cielo si ritrovano
come nel più lontano degli oceani
Villa Adriana. Pretorio
colonne d’ombra
celano il mistero della luce
schermo splendente corazza
per i segreti oscuri del potere
potente pietra tra le pietre
pilastro di precaria esistenza
attraverso scansioni di vuoto
la magia dell’ordine naturale
è così che la terra
impone il suo incedere
tra le sperdute esistenze umane
immobili passi
nello scorrere incessante
itinerari immobili
nel continuo fluire
grazie al buio la luce prende corpo
il mistero disvela il mistero
ciò che il tempo costruisce
si costruisce col tempo
Villa Adriana. Biblioteca greca
una finestra aperta nel cielo
tra tutte le possibili forme
la sola che racconta la storia
di uno spazio passato
spazio di luce antica
cielo racchiuso
a visione umana
i libri sono muri
sapienza stratificata
a sostegno di volte immaginarie
spirito e terra
si fondono
in luoghi di sapere
esserci o guardare
è come studiare se stessi
Villa Adriana. Hospitalia
quando il calore del corpo
si perde nel colore dello spazio
torrido come il sole del deserto
bianco come metallo incandescente
la pietra riarsa impone la sua legge
un segno che unisce
la storia dell’uomo
all’immobilità del cielo
il cenacolo degli dei
intorno alla solitudine dell’anima
la pace dello spirito
cercata nelle stelle
trova risposta nel tempo
trascorso sulla terra
la legge degli uomini
compromette solo gli uomini
"com-promettersi è un modo per conoscersi"
Villa Adriana. Sala dei pilastri dorici
un angolo di memoria
nel divenire continuo
della luce del giorno
un giorno lungo
quanto il viaggio dell’uomo
un angolo di cielo
sorretto dai ricordi
l’impero dei sogni
non ha più confine
pur racchiuso
in un rettangolo di storia
la schiavitù del rimpianto
conduce per un cunicolo buio
verso luce nuova
desiderio di purezza
e coscienza della non-eternità
Villa Adriana. Piazza d’oro
il deserto dell’anima
dove la luce del sogno
canta sibilando
un suono angosciante che guida
verso una solare leggerezza
quanto è pesante il sole?
il vuoto del mondo
e la pienezza della luce
tanto pesante
quanto impalpabile
indifferentemente
materia ed energia
la luce ora è più viva
tra le mani un soffio di vento
a confortare una solitudine antica
sullo sfondo un’isola
città e confine
isolamento e soglia
prolungamento e vita
Villa Adriana. Peschiera
due ali di pietra
delimitano il volo del tempo
nello specchio del re
un mondo parallelo
di quotidiana umanità
il coro degli eventi
intorno all’immagine della resa
di fronte al corso della vita
un canto di commiato
da un mondo senza echi
un orizzonte rassegnato
che danza su un riflesso di speranza