Buon viaggio

“… ogni accenno, ogni sorriso
ogni piccolo fremito d’ansia
come una pioggia d’istanti
scorrono via sui miei occhi
come l’acqua di marzo
sui questi vetri freddi
e vorrei poter toccare
ogni piccola goccia di vita
che cade scivolando
sul tuo viso
e bagnarmi le dita
per sapere che vivo…”

Succede

Succede che alcuni incontri che si fanno nella blogosfera sono più importanti di altri. Succede che grazie a questi incontri altre cose succedano al di fuori di essa. Succede che si fanno altri incontri, e con l’affettuosa spinta di questi, si incontrino persone e parole che senza questo aiuto non si sarebbero mai incontrati. E’ successo così che parole mie si sono incontrate con la musica di Fabio Turchetti, cantautore cremonese, che con il supporto del chitarrista Aldo Pini, ha voluto farmi questo regalo.

A memoria

E’ ancora una bozza, dice lui, una prima stesura, fatta in amicizia e senza troppi fronzoli, ma l’emozione della prima volta, per me, non ha bisogno di affinamenti per esprimersi. Ancora una volta non so far altro che finire un mio post con un Grazie!

Gole

Cominciò un pomeriggio d’agosto. La compagnia di amici che frequentava il Lido di Naxos di mattina, aveva deciso di iniziare nuove attività per riempire quei giorni di vacanza che si allungavano noiosi verso settembre senza scossoni da ricordare.
Da quella volta si ripetè ogni anno e per almeno tre volte all’anno. Imparammo subito che era meglio andarci di mattina, alle Gole. C’era meno folla, e alla risalita si poteva sempre scegliere se restare a pranzo lì o tornare, ognuno a casa sua. E poi il sole caldo del mezzogiorno diventava piacevole dopo il bagno gelato.
Eravamo una trentina, quell’estate, forse di più. Due fratelli di Bergamo, juniores di pallacanestro, tre ragazze giapponesi, studentesse d’italiano a Firenze, quattro amiche fiorentine, due fratelli romani, un egiziano con la fidanzata danese, conosciuti in spiaggia, altri conoscenti e amici da Palermo e Catania. E poi noi, del posto.
Appuntamento alle dieci al Bar S. Pancrazio, non tanto per il bar, ma perché c’era abbastanza posto per le macchine. Non si poteva certo partire senza aver fatto colazione. E poi, prima che fossero arrivati tutti e tutti fossero pronti ci sarebbe voluta un’ora, almeno. Granita al caffè con panna e brioscia calda d’ordinanza, tranne che per le giapponesi: per loro cappuccino caldo bollente.
Sulla Ritmo azzurra di mio padre non c’era la radio, ma qualcuno pensava sempre alla musica. La Uaz 4×4 scoperta di Francesco era scomodissima, ma ci si stava in otto, quelli dietro gli uni di fronte agli altri, come soldati, ed era più divertente. Uno dei romani aveva una gamba ingessata, ma non volle rinunciare a venir su in moto.
Non era mai stata una meta molto considerata, ma erano i primi tempi con la patente e con un mezzo per sfruttarla e quindici chilometri erano già un viaggio.
Un viaggio, sì, attraverso quei pochi paesini dell’interno, lungo la parte bassa della valle d’Alcantara. Un viaggio da riempire di risate e canzoni urlate, coi finestrini aperti e il vento caldo che entrava con violenza, come per aumentare il contrasto col freddo che avremmo sentito dopo.
Al cancello un parcheggiatore indirizzava le auto e i pullman di turisti per evitare ingorghi all’uscita, ma già sapevamo che ci serviva solo per non lasciare i mezzi sulla strada. Non volevamo pagare il biglietto per l’ascensore che porta giù, al livello del fiume. Meglio la scalinata pubblica, al di fuori dell’area recintata e gestita da privati.
Arrivare in fondo era un altro viaggio. Poche centinaia di gradini di cemento e gente trafelata e scotta dal sole che cercava di risalire. Ma l’arrivo, laggiù sulla spiaggetta affollata davanti all’ingresso delle Gole, era il momento più emozionante. Lo stupore, ogni volta, per quello spettacolo di pietra levigata, misto all’agitazione per il dover mettere anche solo i piedi in quell’acqua gelida. Il cuore già correva forte mentre ancora si stava scegliendo un posto, una zona libera da asciugamani e stuoie, dove sistemarci e spogliarci.
Il primo impatto era stato traumatico. Bisognava tenersi addosso le scarpette da ginnastica, per non scivolare più avanti. Bastarono pochi secondi perché i piedi cominciassero a indolenzirsi per il troppo freddo. A pagamento venivano forniti grandi stivaloni di gomma verde con le bretelle. Completamente inutili, perché dopo pochi metri si riempivano d’acqua.
La prima sorpresa era stata, lungo il primo tratto, una specie di doccia naturale sotto cui poi ci divertivamo a passare e ripassare. L’acqua, calda di sole, scendeva direttamente nella gola da qualche canaletta d’irrigazione che scorreva decine di metri più su.
Subito dopo il livello dell’acqua iniziava a salire. Prima alle caviglie, poi agli stinchi, alle ginocchia e poi subito alla pancia. A quel punto la meglio era tuffarsi e smettere di soffrire. La gente intorno inorridiva a vederci addirittura nuotare e tremava ancora di più.
Ma il meglio venne dopo. Ormai assuefatti al freddo risalivamo le gole quasi scavalcando i turisti intruppati nei punti difficili: gente immobilizzata dalla paura di cadere in acqua, bambini tremanti coi vestiti bagnati, macchine fotografiche salvate a stento, telecamere gocciolanti.
Si andava su lesti, arrampicandosi sulle rocce lisce e striate per arrivare alla prima cascatella, davanti alla quale la gola si allarga in un laghetto. Qualche minuto di riposo, perché la fatica era stata notevole ed eravamo pronti per il viaggio di ritorno.
Direttamente in acqua, coi piedi in avanti, lasciandosi portare dalla corrente, usando saltelli e piccoli gorghi come un toboga naturale, passando tra le gambe intirizzite di coloro che arrancavano in senso opposto. Uno spettacolino per quelli che ridevano increduli, e uno spasso per noi.
Ma… Sto facendo confusione… Ora che ci penso, non fu quella volta lì.
Eravamo in pochi, un po’ di tempo prima. Ti lasciai guidare il mio motorino, mentre io, seduto dietro, ti tenevo i fianchi e ti cantavo all’orecchio una canzone di De Gregori. L’ascoltasti tutta.
Alle Gole non fu granché, non avevo portato le scarpette, non avevo avuto il coraggio di oltrepassare un punto critico, lasciandomi frenare dal freddo e dalla paura di cadere. Rimasi a metà del tragitto, ad aspettarti. Nel viaggio di ritorno mi passasti vicino, sorridendo divertita.
La sensazione di fresco sulla pelle sarebbe rimasta fino a casa, malgrado il sole forte. In motorino, abbracciandomi da dietro, mi dicesti che la cosa più bella di quel viaggio era stata la canzone. Un grazie mi si fermò nella gola e lì rimase.

la Martinella

Io e G. siamo usciti da Spazio Uno, in Via del Sole, un circolo con sala cinema e bar annessi,  dove si organizzano rassegne cinematografiche di ogni tipo. Stasera abbiamo visto… non mi ricordo, forse qualcosa di Tarkowskji o di Bunuel.
Ci siamo fermati un momento al bar, ma abbiamo deciso di non prendere nulla.
Fuori sembra faccia un po’ fresco, ma dev’essere lo sbalzo di temperatura rispetto alla sala. G. si sfrega le spalle con le mani e sembra inquieta. Anch’io lo sono, in verità, raramente siamo usciti da soli, io e lei, forse mai.
Giù dal marciapiede troppo stretto, in mezzo alla strada come gli altri, tanto passano poche macchine, mentre cerchiamo di decidere cosa fare, se andare, un gelato o a casa subito… Beh, allora…

Adesso: 1:04.

Cos’è stato?… Un tuono?… Ma se il cielo è pulito! Possibile che si metta a piovere?… Ma quale tuono, qui c’è qualcosa che non va…
Ci voltiamo  tutti in direzione del botto. Guardando in alto da Via del Sole si vede la parte superiore della chiesa di Orsanmichele. E’ da li che viene… No, da dietro.
Trenta secondi dopo "il tuono", una nube bianca si alza da quella parte. E’ fumo… No, è gas… Macchè, è polvere. Andiamo?
Quasi come automi, senza averlo deciso, ci incamminiamo per Via del Sole, poi Via della Spada, e da alcune traverse già affluiscono altre persone, e la tensione comincia a farsi evidente. G. mi tiene per mano e comincia a stringere la presa.
Quindi via Strozzi, la gente per strada si fa numerosa e già si sentono in lontananza le prime sirene.
G. comincia a tremare. Non so se voglio andare avanti… Ormai ci siamo, su, tranquilla.
In Piazza della Repubblica ci sono già centinaia di persone che avanzano nella stessa direzione, alcune corrono, mentre arrivano le ambulanze. Meno di cinque minuti.
Attraversiamo la piazza verso Via Calimala, per terra detriti, vetri rotti, calcinacci. Ma da dove arrivano, se tutto appare sano e a posto? Andiamo via… Aspetta, fammi capire…
Un’agente vicino all’auto della Polizia ferma davanti all’Upim, a chi le chiede spiegazioni risponde che è una fuga di gas. Dicono sempre così, quando ancora non sanno.
Proseguiamo ancora un po’ in Por S.Maria. Facciamo appena in tempo a dare uno sguardo veloce su Via Lambertesca, ma senza potervi accedere, perché la Polizia chiude davanti a noi l’accesso alla zona con la fettuccia bianca e rossa e piantona gli angoli. Via de’ Georgofili è off limits.
Qualcuno dice di aver visto una donna coi vestiti strappati fuggire in preda al panico, un immigrato che si dice iracheno giura che l’odore che sente non è di gas, e che lui lo sa bene.
Poi è un caos, di voci, di sirene, di ipotesi catastrofiche e rassicurazioni di circostanza.
Ed è abbastanza per stanotte. La versione della fuga di gas reggerà ancora per poco, ma si saprà domani, con la colazione. Andiamo via, sì, adesso sì.

La Martinella, la campana della torre di Palazzo Vecchio, che per secoli era rimasta muta, suona ogni anno, la notte tra il 26 e il 27 maggio, all’1:04.
Per ricordare.

E’ una notte… (1)

… E’ una notte che non capisco più. Non trovo parole per dire quanto sia diventata opaca e insensibile alle mie domande, ai miei ormai inutili ripensamenti. Ha smesso di suggerirmi direzioni possibili, di coccolarmi nel suo grembo, di nascondermi alla realtà. Forse ha capito che è inutile continuare a darmi credito,  rinunciare allo spazio dei sogni che gli compete per cercare di tenermi sveglio, concentrato sulla mia strada, sulla mia ricerca. Forse ha trovato di meglio da fare, che perdere tempo con me. E’ una notte che mi tradisce con qualcun altro, per noia o per stanchezza. E a ragione: non sono certo stato un compagno di viaggio stimolante o un allievo diligente. Mi ha sempre difeso, fino ad ora, da ogni brusco scarto che la vita mi ha proposto. Mi ha concesso lo spazio dell’attesa, per riprendere fiato, anche se non ero stanco. Mi ha sospinto verso l’alba di ogni giorno senza riserve e senza aspettare conferme. Forse ha creduto di capirmi…

(Questo è il mio 100° post, e forse non è un caso che sia incompleto, forse così vuole dirmi che quelle che crediamo mete sono solo tappe, che l’attraversamento di una soglia non è una demarcazione netta tra due realtà distinte, ma è esso stesso un percorso, un divenire di visuali, un viaggio nel viaggio…)

…Ciao…


Io e mio padre, forse è il ’68 o il ’69, la pineta intorno al Teatro Greco di Siracusa, una di quelle dove all’epoca si andava spesso, con tutti gli zii e i cugini, per passare una domenica serena e tranquilla in “comitiva” (come si diceva una volta)…
Così, per dare a modo mio un’interpretazione diversa del 2 novembre… Un piccolo saluto informale a una persona, a un periodo, a un’epoca, a una visione delle cose, a una serie di sensazioni e moti del cuore, che, per forza o per caso, per un motivo o per un altro, non ci sono più…


Cuore sommerso (3)

In un modo o nell’altro ho imparato a nuotare… Ma ancora permangono incertezze e fatiche inutili. Dopo poche bracciate già le gambe non spingono più e per fare pochi metri l’impiego di energie raddoppia…
Dove sono nato delle basse colline s’alzano subito alle spalle della baia e dietro la schiena di chi vive davanti al mare… Per questo perdo spesso l’orientamento in luoghi piani e aperti all’infinito… E come un killer in un saloon che predilige stare con le spalle al muro per avere il controllo visivo della sala, così mi porto addosso l’abitudine allo sguardo sì aperto davanti a me, ma con le spalle coperte da pareti-colline-abbracci…
Nuotare nella vita di ogni giorno mi procura la stessa fatica della mancanza di allenamento, di scopi precisi, di stimoli… Ciò che mi spingeva al mare da piccolo, tutto il resto oltre al mare in sè, è svanito lentamente, il contorno di giochi e avventura e scoperta si è affievolito… Adesso rimane solo il mare, solo la vita, non più da osservare, da studiare, da imparare… Rimane da scendere in spiaggia per il solo gusto di farlo, da rituffarsi nella vita solo per ricominciare a viverla, nuotarci dentro per sentire i muscoli tendersi, l’acqua scorrere sulla pelle, l’appagamento di una fatica vivificante far vibrare l’anima… Rimane il mare…

acqua pulita o torbida
nelle vene salata e dolce
boccheggiando sorrisi
e rigurgiti d’anima salmastra

occhi-coltelli che fendono
il reale e il consueto vissuto
salvo trovare che sottili corazze
occultano più che cinte murarie

giocare a esser vivi e seduti
sulla sponda di un cuore sommerso
finisce all’orizzonte col tramonto
dei sogni mai rincorsi

riemergere all’alba di un gioco nuovo
sarà da quel punto la vera avventura

Stile libero

sguardi vivi di sogni e ricordi
che galleggiano dolci e ignari
della fatica degli arti sommersi
che senza guida spingono incerti

mantenersi a galla è dolore
e cauta libertà di affondare
con il petto gonfio di parole
inconsistenti e necessarie

energie insufficienti a nuotare
e a contemplare dalla battigia
la meta irraggiungibile
oltre l’orizzonte sfumato

paura o coscienza di un limite
indesiderato lacerante fastidio
voglia di andare e restare
ritornando ad istanze insolute

nell’attesa un breve bagno
nell’acqua bassa dei rimpianti
con la risacca risposta e riflesso
del mio primo tuffo nella vita

Cuore sommerso (2)

Ho imparato a nuotare un po’ più tardi, e nel frattempo, come per compensare una mancanza, guardavo gli altri mentre lo facevano, immagazzinavo dati e riferimenti, studiavo, a modo mio, il modo per ripetere ciò che vedevo nel modo migliore.
Ogni movimento era già elaborato e codificato, era mio.
E’ stato così anche quando ho preso la patente, sapevo già grossomodo quello che mi serviva sapere, a quel punto mancava solo la pratica, che avevo immaginato (a volte addirittura sognato) migliaia di volte.
E’ stato quasi così anche con la prima bicicletta, ma la bicicletta è un passaggio cruciale più della macchina, le ginocchia e le nocche sbucciate sui muri della strada di casa sono quasi inevitabili…
Ho imparato a nuotare un po’ più tardi e nel frattempo imparavo a tenere “sott’acqua” i miei sentimenti e miei affanni, il fiatone e i lucciconi, i rossori e la rabbia…
Non che ci riuscissi sempre, ma quella era la strada che percorrevo, con discreti sforzi e non pochi successi.
Ma prima o poi avrei imparato che su certi aspetti della vita non è come con gli oggetti e le attività motorie, qualunque tecnica o allenamento mentale per tenere a bada il cuore è destinato ad esaurirsi, a logorarsi, a perdere di efficacia.


(2-continua)







Cuore sommerso (1)

Ho imparato a nuotare un po’ più tardi rispetto agli altri bambini della mia età.
Non mi andava di partecipare ai corsi per i più piccoli organizzati dal Circolo Nautico, non mi fidavo tanto delle mie capacità di galleggiamento, non sopportavo volentieri le “calate”, quando gli zii a turno mi affondavano contro la mia volontà per costringermi a prendere confidenza con l’acqua.
Ho imparato dopo, da solo, gradualmente, prima con pinne e braccioli, poi senza braccioli, poi senza pinne, ma lo stesso non riuscivo ad andare “a’ mmare” senza uno scopo o un motivo preciso, solo per il gusto di andarci.
Scendere in spiaggia per me significava trovare i compagni di giochi e di “pesca subacquea”, di spedizioni esplorative lungo l’arenile, di lotte e schieramenti, di spade di legno e palloni sgonfi, di zattere troppo pesanti e canotti troppo leggeri, di fiocina e di lenza…
Oppure l’impegno della compagnia degli zii e dei cugini (quest’ultima sì, graditissima!).
Eppure non sono mai passato per uno di quei bambini discoli e casinisti, disperazione dei loro genitori.
L’immagine che di me è più passata agli occhi degli altri è quella di un tranquillo, pacato, riflessivo, introverso bambino biondo, che tutti scambiavano per tedesco…
“Prendere il sole”, a parte l’impossibilità oggettiva di questa affermazione (!), non mi ha mai attratto più di tanto.
Era, ed è, una sofferenza fisica, oltre che una palla micidiale. L’arrossamento al limite dell’ustione un passaggio obbligato, un fastidio necessario per il prosieguo dell’estate…

(1-Continua)