Polvere plastica.26

Tanto in un modo o nell’altro al 15 del mese ci si arriva lo stesso. Su questo pare che contino l’agenzia e l’azienda. Il come non è importante, problemi privati dell’operaio.
Dopo la scena in filiale, il pomeriggio stesso, mi decido a chiedere direttamente a G., il maggiore dei due fratelli titolari, quello che sembra il più disponibile umanamente e con cui ho un rapporto migliore.
In un momento di calma mi avvicino a lui e comincio a raccontargli dell’esito della richiesta fatta all’agenzia, dell’inutile lettera con motivazioni, della difficoltà in cui mi trovo.
Rimane sorpreso, o almeno così appare.
- Quanto ti serve? – mi chiede, con aria titubante.
Provo a fare una lista delle spese che mi aspettano, per giustificarmi, e mangiandomi un po’ le parole mi faccio scappare una cifra, prima che si allontani.
- 200 euro, penso che possano bastare – mentendo, per non essere pretenzioso.
- Uhm, vediamo. Chiedo in ufficio, sento un pohino quanto c’è in cassa – mi dice smettendo di guardarmi negli occhi e allontanandosi frettolosamente – Ti fò sapere entro stasera e al massimo domattina.
Dopo di che più nulla. Nessuna notizia, nessuna risposta, come se niente fosse. Il giorno seguente tutto dimenticato, come se non ci fossimo mai parlati.
Rinuncio a chiedere qualsiasi altra cosa. Vado a cercarmi un transpallet per prendere un altro pancale di pezzi da forare e torno al lavoro.

Il transpallet (o traspalle, italianizzando) a mano è un particolare tipo di carrello con cui si possono spostare pesi fino a 2500 kg. Di norma è giallo, in varie tonalità, dal limone all’ocra, ma si trova anche arancione e rosso, colori accesi per renderlo sempre ben visibile.
Le due pale parallele lunghe circa 1,5m, nella posizione base stanno ad un’altezza di circa 1cm da terra, sostenute da un sistema di braccetti, pistoncini e piccole rotelle.
Ad una estremità le pale, larghe 15/20cm, si restringono fino a formare due punte arrotondate che servono ad inserirsi più agevolmente sotto i pancali, sotto i pianali delle “gondole” o di ogni altro oggetto voluminoso e pesante da spostare.
All’altra estremità esse si uniscono in una struttura di forma simile a una piramide, che contiene il meccanismo di carica e di snodo fondamentale per il funzionamento del mezzo.
Da qui parte il manubrio, di solito nero, un asta di metallo con in cima una specie di volante pentagonale. Collegata ad esso si può avere una leva, subito sotto l’impugnatura, vicino alle mani, o un pedale, vicino allo snodo.
Una volta inserite le pale sotto l’oggetto si spinge il manubrio verso il basso, ripetutamente, come una pompa manuale, e il sistema fa chiudere l’angolo tra i braccetti che reggono le rotelle. In tal modo le rotelle si avvicinano tra loro e le pale si alzano fino a toccare il piano inferiore dell’oggetto. Seguitando ad alzarsi sollevano il peso fino all’altezza voluta.
Si guida il transpallet, grazie allo snodo dell’asta del manubrio, tirando o spingendo, secondo le capacità, il peso, gli spazi disponibili, fino alla posizione richiesta.
A questo punto si tira la leva che, tramite un cavo d’acciaio, scarica i pistoncini e sblocca i braccetti, consentendo alle pale di tornare giù e al transpallet di essere estratto da sotto il peso.

Cerco di non pensare a chi e a come chiederò i soldi che mi servono. Mi preparo mentalmente a passare due settimane chiuso in casa, dopo il lavoro, e mi distraggo concentrandomi sugli aspetti tecnici degli strumenti meccanici che uso, sul loro funzionamento, e sulle azioni, altrettanto meccaniche, che faccio.
Nel frattempo sorrido nel guardare Abdul, Soltani e Rosa che usano i transpallet come dei monopattini, quando tornano in postazione dopo uno scarico. Attraversando velocemente il corridoio centrale del capannone paiono divertirsi.

Polvere plastica.25

L’agenzia interinale si trova in centro, sui Lungarni, all’interno della Zona a Traffico Limitato. Ci posso arrivare solo in motorino, ma il tragitto non è proprio da buttar via: Piazza Poggi, Santa Croce e poi Gli Uffizi là di fronte, Ponte alle Grazie, Ponte Vecchio, Piazza Pitti, Via Maggio, Ponte di S.Trinita, Palazzo Corsini. Abbastanza per riconciliarsi, ogni volta, con questa città che per altri aspetti riesce spesso a farsi odiare.
Quando si riscuote lo stipendio ci si ricorda di essere dipendenti di agenzia interinale, di come può essere precario il proprio stile di vita, per quanto moderato. E, nonostante tutto, di come può considerarsi fortunato.
Dal 15 in poi di ogni mese ci si mette in coda davanti al banco: quelli che hanno un conto su cui accreditare la somma passano solo per prendere la busta-paga; quelli che non ce l’hanno ritirano anche un assegno, che poi devono andare a cambiare in una banca, non lontano da Piazza Duomo.
Lavoratori di ogni nazionalità, molti extracomunitari, di ogni età, di ogni estrazione sociale. Alcuni che probabilmente attraversano un periodo difficile e non trovano di meglio, cercando di mantenere quella dignità che intorno a loro vedono assottigliarsi.
Altri che, si capisce dai discorsi e dalle lamentele verso l’impiegata, pensano di essere, e magari sono, troppo qualificati per fare quello che fanno, chiedono maggior rispetto e considerazione, mentre firmano un contratto brevissimo, magari di un solo mese, e senza garanzie di continuità.
Altri ancora che festeggiano la firma di quello stesso tipo di contratto, che “garantisce” un altro mese di sopravvivenza.
Qualcuno arriva per la prima volta e viene subito invitato a sedersi a un tavolo, per compilare un modulo di iscrizione che spesso non capisce nemmeno, mentre tra i presenti, tra quelli che già lavorano, si sparge un aria di comprensione con contorno di sguardi d’intesa che vogliono dire varie cose:
- Eccone un altro! – Vieni, vieni! Eh, poi vedi! – Poverino, non sa cosa lo aspetta… – Ma questo proprio qui doveva venire? – e via dicendo.
Gli impiegati sono molto pazienti e disponibili, e non potrebbe essere altrimenti: ogni lavoratore iscritto è evidentemente una potenziale fonte di guadagno per l’agenzia.
Ma l’agenzia, intesa come azienda privata, quindi come società con fini di lucro, non pare esserlo altrettanto.
Alla fine di marzo, per la coincidenza di spese varie (bollette accumulate, assicurazione della macchina, affitto e altro) sono rimasto senza niente.
Ho pensato di poter chiedere un anticipo sullo stipendio e ho chiesto come fare. La prima risposta, estemporanea, dall’impiegata addetta alla ricezione è stata forse la più sincera:
- Che io sappia l’agenzia non dà acconti… Mmh… Ma ti faccio parlare col ragioniere… – il quale, con aria contrita e viso paonazzo, non si sa perché, esordisce dicendo:
- Dovresti scrivere una lettera e inviarla via fax…
- Dovrei? A chi?
- A noi, chiaro…
- A voi a Firenze o a voi a Milano, alla sede centrale? -
- A Milano, certo… Motivando la richiesta dell’acconto.
- Motivando?… Non ho più soldi!… Bene, grazie.
Scrivo la lettera, motivando. Tante spese, finiti i soldi. Mi basterebbero 300 euro, per arrivare al prossimo assegno.
Dopo qualche giorno mi chiamano:
- Dovresti farti fare un resoconto, dal datore di lavoro, delle ore lavorate fino ad oggi. Perché a Milano dicono “L’acconto, sì, ma su che basi?”
- Su che basi? Sulla base di un contratto firmato e rispettato, fino a prova contraria.
- Eh, sì, va bene… e comunque devo sentire la direttrice della filiale. Ma lo sai come sono queste cose.
- No, ma va bene lo stesso.
In fabbrica mi fanno la fotocopia del cartellino timbrato fino a quel giorno, la inviano loro stessi via fax all’agenzia di Firenze che la inoltra a Milano.
- Passa qualche giorno per la risposta, ti chiamiamo noi.
- Ancora qualche giorno, bene – intanto i soldi li ho finiti già da qualche giorno.
Dopo una settimana senza notizie, telefono:
- Ah… Sì, so che è stato accreditato tutto sul tuo conto.
- … Conto? Quale conto? Io non ho un conto!
- Ah… Scusa, allora fammi controllare… Devo verificare… Ti faccio chiamare stasera…
L’indomani mattina:
- Mi dispiace, nulla da fare. Non ti è stato concesso…
- Cosa?! Come no?!… Ma come cazzo ragionate! Ieri sì, oggi no?
Infuriato vado in agenzia. Il ragioniere, dopo avermi fatto aspettare 15 minuti, forse per paura che lo prendessi a schiaffi, si presenta sempre più paonazzo:
- Mi dispiace, mi sono sbagliato, avevo scambiato il tuo caso con un altro…
- Il mio caso…
- Eppure, con la direttrice si era detto… Pareva che… La lettera era scritta bene, motivando…
- Bene. Ma la motivazione del rifiuto?
- Eh, chi lo sa… Non si può sapere…
- Non si può sapere? Per 300 euro di merda? Che fra l’altro sono soldi già miei, che dovrai darmi comunque? E ora come ci arrivo fino al 15? Chiedo un prestito agli amici?… Motivando?…

Polvere plastica.24.Profili

Una macchina profilatrice è come un grande sistema digerente al contrario: da un composto informe e indifferenziato si produce un profilato ben definito da spessori, lunghezze, consistenza e colore.
Le macchine sono disposte “a pettine”, perpendicolarmente al lato lungo del capannone, formando dei “corridoi” fra una e l’altra sufficienti al passaggio di un operaio. 
Ci sono dieci profilatrici nel reparto, ma non tutte lavorano contemporaneamente, anche perché sono sempre al massimo due gli addetti che se ne occupano. A seconda delle necessità e delle richieste, però, si possono avere in funzione anche fino a otto macchine insieme, e non è raro che, per ragioni diverse, ci sia un solo operaio a seguirle.
La temperatura del reparto profili è la più alta di tutta la fabbrica, sia per il calore sviluppato dalle macchine, sia per la scarsità di affacci sull’esterno di questa parte di capannone e a quanto pare questo caldo influisce in modi diversi sulle persone.
In realtà una macchina profilatrice è una sequenza di “organi” diversi disposti uno di seguito all’altro secondo la logica della produzione.
All’inizio c’è una specie di grosso imbuto, da dove viene immesso il materiale plastico di partenza, un granulato secco normalmente grigio (raramente avorio o bianco) i cui grandi sacconi sono disposti nel piazzale. A seconda del tipo e della qualità prende vari nomi: “il laziale”, “il francese”, ecc.
Il composto dall’imbuto finisce in una specie di forno che lo porta alla temperatura di fusione, lo rimescola per eliminare il più possibile impurità e bolle d’aria, rendendolo omogeneo e fluido.
Il “maestro” di questa fase è Pino, un anziano signore pugliese che a vederlo, e a sentirlo parlare, penseresti che è di quelli che nonostante l’età si ostinano a continuare a venire al lavoro, e non si decidono a lasciare il posto a qualcuno più giovane.
Ma lavora qui “solo” da 34 anni, gli manca ancora un po’ per mollare, e poi  conosce le profilatrici, che sembrano avere la sua stessa età, meglio della sua famiglia. Potrebbe smontarle e rimontarle, anche con pochi e scarsi attrezzi, in poco tempo, ne sente i problemi e ne conosce i limiti, forse proprio perché, a parte un paio di macchine più nuove, le profilatrici sono della “sua” generazione.
Dopo il forno, di cui si può regolare la temperatura per controllarne la consistenza, il composto viene spinto nel profilo vero e proprio. Basi, cappelli, e fianchi si ricavano dallo stesso profilo, cambiano nome e posizione nel mobile in plastica solo in base alla lunghezza.
C’è un profilo unico anche per i divisori verticali interni e i ripiani orizzontali, mentre i retri e le stecche di collegamento dei retri stessi necessitano di profili diversi, per dimensioni e forme. Colui che non cambia mai, che mantiene sempre lo stesso atteggiamento nei confronti di qualunque situazione di lavoro è Antonio, toscano, ma di origini sarde, a giudicare dal cognome. Corporatura imponente, da rugbista, ha sempre lo stesso passo, lungo e lento, in ogni momento e non si scompone per nessuna ragione al mondo. Di lui si dice che, in un momento di questioni poco chiare sul piano degli stipendi, è stato l’unico ad alzare la voce nei confronti dell’azienda e ad ottenere quello che voleva.
A vederlo non si direbbe, tanta è la flemma che dimostra, unita a un tono di voce sempre pacato e ai modi schivi. Eppure è quello più efficiente, quello che fa, pare, più volentieri il turno di notte, dalle 22 alle 6, ma anche quello più disincantato e con meno aspettative, quello con meno rivendicazioni da urlare e recriminazioni da sibilare quando i titolari non sono nei paraggi.
Il più incostante invece è Davide, “il bambino” lo chiamano gli altri, un poco più che ventenne, dai modi da sbruffone e poco incline all’applicazione, colui al quale, quasi per pregiudizio, fondato, si addossano le colpe di tutte le  disfunzioni  e degli errori imputabili alla profilatura: rotture, misure sbagliate, eccessiva rigidità o flessibilità dei profilati e varie altre cose.
I pezzi profilati, che iniziano a raffreddarsi subito, passano attraverso un cosiddetto “traino”, un doppio cingolo con cui il pezzo viene “estratto” fuori dal profilo alla velocità giusta per non rompersi o sfibrarsi e nello stesso tempo viene mantenuto orizzontale e orientato verso il pianale successivo, dove l’aspetta la sega circolare che gli dà la misura.
Che poi è l’unica misura certa, anche se col raffreddamento, ogni pezzo tende a “ritirarsi” di circa un millimetro, mediamente, per ogni metro.
Ogni altra cosa mantiene un grado di incertezza e impossibilità di controllo che mette la riuscita della produzione nelle mani delle persone che di volta in volta si occupano di essa: i dirigenti che mirano alla quantità, l’operaio che mira alla minimizzazione degli sforzi, il tecnico che mira alla funzionalità delle macchine. In questo contesto ogni decisione e strategia vengono messe continuamente in discussione e ciò che ne risente di più non può che essere la qualità del prodotto, alla fine dei conti la cosa meno rilevante del processo produttivo.

Polvere plastica.23

L’asfalto del piazzale, con l’alternarsi di pioggia e sole si sfalda sempre di più. Diventa sempre più problematico attraversarlo con le gondole piene di spazzatura, da portare ai cassonetti. Le scatole piene di segatura di plastica, teli rotti, avanzi di cibo e rotoli di estensibile finiti, cascano da ogni parte per le vibrazioni e i sobbalzi. Per percorrere i trenta metri fino al cancello ci si mette così tanto che si rischia di sentirsi accusare di essere lenti e imbranati da qualche dirigente di passaggio.
Come per uno strano destino riservato a coloro che di volta in volta si occupano di questa mansione, capita regolarmente che si alzi un po’ di vento. Così la polvere e la segatura si spargono ovunque, lungo il tragitto e davanti ai cassonetti.
Questi si trovano quasi davanti all’ingresso di una ditta di materiali elettrici, lì accanto, dalla quale spesso viene fuori il titolare a lamentarsi dell’eccessiva quantità di rifiuti nostri, che impediscono ai loro di trovare posto. Ma soprattutto a lamentarsi del fatto che i nostri residui di polvere di plastica andrebbero smaltiti in modo diverso e più sicuro, che è rischioso starci in mezzo quando c’è vento e che i vigili urbani, se passassero, gli farebbero una multa che dovremmo invece pagare noi.
Il modo più sicuro per lo smaltimento è, comprensibilmente, più costoso e fastidioso per entrambe le ditte, perché anche loro a volte riempiono i cassonetti di materiali ingombranti e poco sani, costringendo noi a lasciare i nostri per terra, cosa che non si potrebbe fare. Così si va avanti con questo balletto di responsabilità e lamentele, e qualche litigio più acceso fra i titolari, senza mai uscirne, ma anzi con la sensazione di assistere a un consolidato gioco delle parti.
La maggior parte delle volte si va in due, per aiutarsi a vicenda, oppure con due gondole, per buttare via anche la spazzatura del reparto profilatura e ottimizzare i tempi. All’inizio del turno mattutino, con le gondole lasciate piene la sera prima o la sera, dopo le pulizie di fine turno.
Preoccupandosi anche di trovare un pezzo di legno o un rotolo di cartone abbastanza rigido per tenere su il coperchio del cassonetto, che altrimenti si deve tenere con una mano, mentre con l’altra si tenta di sollevare e di rovesciare le scatole. Le quali poi vanno riportate indietro vuote e riusate il più possibile, finché reggono, prima che si disfino del tutto.
Con entrambe le mani occupate in questa operazione è facile rimanere inerti all’assalto della segatura di plastica, sollevata da una folata di vento. L’unica è chiudere bene gli occhi e la bocca e aspettare che passi.
Al ritorno, dopo aver lasciato le gondole vuote perpendicolari ai muri del piazzale come in un parcheggio, non si vede l’ora di spolverarsi i capelli, le orecchie, i vestiti e le scarpe con l’aria compressa, sopportando volentieri il freddo getto pur di liberarsi da quel fastidio, prima di tornare al proprio posto.

Polvere plastica.22

Per far fronte alle necessità di spazio, che ultimamente comincia a scarseggiare, la ditta ha preso in affitto il capannone adiacente. Delle stesse dimensioni, separato dal nostro solo dalla parete longitudinale.
L’officina meccanica, con deposito di ricambi, che c’era prima, aveva chiuso i battenti diversi mesi fa, lasciando all’interno solo un alto strato di polvere, macchie d’olio sul pavimento e nell’aria l’odore tipico di lubrificante.
Come l’altro capannone, ha l’ingresso della prima parte orientato verso la strada, sul lato corto. Da qui si possono effettuare più agevolmente i carichi e gli scarichi, basta che i tir si accostino per bene al marciapiede.
I camion più piccoli possono entrare in retromarcia attraverso il cancello scorrevole e mettere il portellone posteriore a pochi centimetri dalla porta del capannone.
I due ingressi alla parte più grande sono speculari rispetto a quelli dove lavoriamo noi, si affacciano sullo spazio di pertinenza laterale, all’opposto rispetto al piazzale principale. Lì dietro per ora ci sono solo vecchi pancali, per lo più rotti.
Anche la lunga fila di finestroni si affaccia da quella parte, ovviamente, verso Nord-Est, al contrario di quelli che guardo tutti i giorni, rivolti a Sud-Ovest, che con l’avvicinarsi della primavera restano esposti per più tempo ai raggi del sole, cominciando a riscaldarsi e a scaldare piacevolmente l’aria all’interno fino al pomeriggio inoltrato.
Comincio già, però, a pensare a come potrà essere l’aria qui dentro, quando l’estate sarà al suo apice. Già Abdul e Soltani, che sono entrati qualche mese prima di me, prima dell’estate, mi hanno assicurato che la temperatura sarà alta, nonostante le correnti d’aria, specialmente vicino alle macchine, ma sarà ancora più alta nel reparto delle profilatrici, e potremo dire che, tutto sommato, stiamo bene così.
All’estremità opposta, che a seconda del punto di vista si può considerare il retro o l’ingresso principale, si trova una palazzina di due piani da adibire ad uffici, lasciata vuota dall’azienda precedente. Ho afferrato qualche discorso in cui si profila il trasferimento di alcune mansioni amministrative in questi locali.
Per facilitare il lavoro di tutti è stato deciso di praticare un’apertura nella parete divisoria. Una squadra di muratori ha cominciato a demolire una fetta di muro larga abbastanza da farci passare agevolmente due muletti scarichi o uno ben carico di fianchi da 1,70mm con un bel margine di spazio ai lati.
In altezza la nuova “porta” arriva fino alle travi orizzontali su cui poggia il tetto, il massimo possibile. Questo permette di passare con un’alta pila di “balle” di cartoni per l’imballaggio da ripiegare.
Guarda caso, in questi pochi giorni in cui condividiamo le ore di lavoro con i muratori, il vento che dagli spazi aperti della piana si insinua fra i capannoni, è più sostenuto del solito. Perciò oltre alle ore condividiamo anche la polvere da loro prodotta nella demolizione. L’aria, in alcuni momenti è davvero irrespirabile, peggio di quando certi autotrasportatori lasciano acceso il motore del camion davanti alla porta e il vento porta dentro i gas di scarico.
- Oh! Alloraaa!? O’spegniloo! – è l’urlo che parte all’unisono.
- Eeeh! Polmoni delicati! – è la risposta.
E certo, qui si sta lavorando, mica è da tutti. Ognuno ha i polmoni che si merita.

Polvere plastica.21.Il robot

Da un mucchio di scatoloni accatastati, di tanto in tanto emerge, in tutta la sua aliena presenza, “il robot”.
Una macchina utensile a controllo numerico che in effetti non è poi così strana, e neanche tanto nuova, ma appare certamente fuori posto, nel contesto del capannone.
Viene usata di rado, per la maggior parte del tempo sta lì, ferma, senza fare neanche tanta bella mostra di sé, perché di solito viene circondata da pancali imballati, scatole di accessori, carrelli e muletti elettrici in carica. Per di più pare che non abbia mai realmente funzionato bene, dall’inizio.
Quasi ogni due settimane viene qualcuno, un tecnico specializzato o un programmatore, per provare a farla ripartire o predisporla per una qualche funzione.
E’ soprannominata “robot”, perché in confronto alle altre macchine, agli occhi di chi lavora qui, appare come una cosa che può fare cose incredibili, ma ha solo bisogno di qualcuno che la programmi a dovere.
Il suo vero problema, però, dal punto di vista della produzione, è che non si adatta molto ai ritmi e ai sistemi di lavoro adottati in questa ditta.
Non credo proprio che sia stata acquistata per fare solo quella cosa lì. Probabilmente, nelle intenzioni dei titolari, doveva essere una svolta tecnologica, un investimento per ridurre, come al solito, la presenza di personale e le spese di gestione. Di fatto non è così.
Senza contare il fatto che un tecnico viene spesso a programmarla, quando funziona, e un altro viene, molto spesso, a ripararla, c’è da dire che anche in condizioni normali non è esattamente un aiuto alla produzione.

La macchina utensile a controllo numerico è bianca. Si presenta come una cabina cubica, d’acciaio, alta circa due metri e mezzo, aperta su tre lati con grandi lastre di plexiglas rimovibili, che permettono di lavorare da varie direzioni. A circa un terzo dell’altezza, dal basso, si trova un grande pianale, ricoperto da una lastra di teflon, che riporta una maglia regolare e ravvicinata di scanalature. Queste servono ad ospitare i fermi, nelle posizioni più adatte per bloccare il pezzo da lavorare. Sul lato destro, all’altezza del pianale, si trova la consolle di gestione. Un monitor a led verdi, una tastiera di programmazione e i pulsanti di attivazione delle varie funzioni. La programmazione avviene in linguaggio DOS, immettendo le coordinate cartesiane dei movimenti, sempre su due assi, che si vogliono far compiere all’utensile. Sul lato posteriore, rispetto a chi lavora, si trova tutto il sistema di barre, bracci e testata che permette all’utensile di muoversi in tutte le direzioni utili per raggiungere i vari punti del pezzo da lavorare. Sotto, sul bordo del pianale, i diversi utensili, che la macchina cambia automaticamente, a seconda delle istruzioni di lavorazione.

Il robot, potenzialmente, farebbe anche molte cose incredibili, a sentire gli altri operai o i titolari, che non ammetterebbero mai di aver speso male i loro soldi. In realtà, a quanto ne so, serve solo a forare un certo tipo di basi e cappelli, la misura più piccola, che non si può fare con le altre foratrici, se non stravolgendone le impostazioni.
Ma la “magagna” più evidente (sempre dal punto di vista della produzione, perché da quello della macchina non è certo un difetto) è che l’utensile, in questo caso la punta foratrice, è sempre e solo uno per volta.
Le vecchie foratrici hanno un “ponte” a cui si fissano tutte le punte necessarie, che agiscono così contemporaneamente. Tutti i fori in un solo movimento, in pochi secondi.
Il “robot” usa una sola punta per volta, facendo così i fori necessari in sequenza, uno dopo l’altro, in più di un minuto. Tempo che per altro, per non far andare su tutte le furie i titolari, e per non far annoiare a morte l’operaio addetto, deve essere riempito con qualche altra mansione, tipo preparare le bustine con le viti, montare le guide per le tapparelle e così via.
Non bastasse, a tutto questo si accompagna un rumore assordante, simile alla sirena prolungata di una nave, con tanto di partenza bassa, innalzamento graduale del tono, tenuta, per tutta la durata della lavorazione, ridiscesa del tono fino allo stop, quando i bracci tornano nella posizione di partenza.
Si cambia il pezzo, o i pezzi, quando se ne possono fare due insieme, oppure si girano, se devono essere forati da entrambi i lati, si schiaccia il pulsante di Start e la sirena riattacca.
Se mi giro da un’altra parte, verso la mia foratrice o verso i quadrati di vetro dei finestroni, ricoperti di fogli traslucidi che impediscono di vedere il cielo, posso immaginare di essere affacciato su un porto o di essere su una di quelle navi che se ne stanno andando.

Polvere plastica.20

Le giornate hanno ripreso ad allungarsi visibilmente. Prima si entrava al lavoro la mattina presto che era ancora buio, e iniziava a schiarirsi dopo quasi due ore. A volte sembrava di essere rimasti chiusi lì dalla sera prima. La luce del giorno cominciava ad entrare dai finestroni e dalle porte quando si era già nel pieno delle attività. Era una strana sensazione, quella di essere sul posto di lavoro due o tre ore prima dei titolari. Per certi versi gratificante. Sembrava di godere di fiducia e rispetto. Certo, prima Maurizio, poi Martino, erano sempre presenti, o quasi, ma si aveva l’impressione di potersi prendere le proprie responsabilità, senza “custodi” troppo zelanti.
Quelle due ore di “buio”, con solo le luci artificiali del capannone, sembravano una specie di “fascia protetta”, una zona franca in cui ognuno era lì a fare il proprio dovere, senza stress e senza chiacchiere inutili.
Anche l’arrivo in fabbrica al mattino, in motorino o in macchina, aveva un sapore particolare. Uscire di casa ancora col buio, le luci della città ancora accese, e quelle delle case e dei negozi ancora spente, le strade poco frequentate, l’autostrada semi-deserta, dava l’impressione di appartenere ad una categoria in un certo senso privilegiata, ad una fascia di popolazione a cui, nonostante i disagi d’altro genere, anzi forse a parziale pagamento di quelli, sono concesse visuali particolari, agevolazioni nella fruizione della città, “spazi” di decompressione dalla frenesia quotidiana. Paradossalmente, con l’arrivo dell’alba, entrava nel capannone la sensazione di freddo intenso che fino a quel momento pareva dimenticata. Più di una volta, entrando alle 6, mi sono tolto il giaccone, per rimettermelo poi alle 8.
D’altro canto, in certi frangenti, quando né Maurizio, né Martino, né nessun altro, si presentavano a dare indicazioni, si viveva anche la sensazione opposta, quella cioè di essere abbandonati a noi stessi, in attesa che la luce del giorno portasse anche notizie e disposizioni sul da farsi.
Ora che gradualmente l’alba è arrivata ad essere quasi contemporanea all’ingresso degli operai al lavoro, le cose appaiono già da subito per quello che sono.
Lo scambio di saluti tra i turnisti del mattino che entrano e quelli della notte che se ne vanno ne è un segno. Le facce sono stanche, gli sguardi irritati e sfuggenti, il tono delle voci è alterato dalla notte insonne o dalla sveglia inopportuna. Chiacchiere concitate, lamentele di ogni tipo, al posto di poche parole di saluto dette quasi sottovoce, nevrosi diurna al posto di pacatezza notturna.
Si entra al lavoro con la sensazione di arrivare a “festa iniziata”, dove le cose sono cominciate da un pezzo e si fa fatica ad ambientarsi.
Martino scorrazza già da un po’ col muletto, bestemmiando in piemontese, per i pancali legati male, per i pezzi che cadono nel tragitto, distribuendo ovunque ordini e rimproveri, cosa che non lo salva da “distrazioni” grossolane, come buttar giù il muro del casottino dove sta il quadro elettrico principale, accanto al grande compressore, facendo bruscamente marcia indietro col muletto carico.
Certo, le giornate si allungano, la temperatura si alza, la luce del giorno in generale fa bene allo spirito e all’umore, ma non sempre è così, e non dovunque.

Polvere plastica.19

Era abbastanza evidente che il ritmo delle ultime settimane non poteva reggere per molto. Ma soprattutto non c’era poi tutto questo bisogno di correre, ragionando a medio termine. Era solo una sfuriata di breve periodo per far fronte a commesse accumulate, niente di duraturo. Ma tutto sommato questa è un’azienda a cui il lavoro non manca, nonostante la situazione economica generale, anche di questa zona, non sia rosea.

La “gondola” è un carrello, ma è più simile ad un letto di ospedale. Di metallo tinto di verde, con le due testate più alte del normale, ma senza  le sponde laterali. Il pianale, costituito da un foglio di compensato multistrato fissato sulla struttura di metallo, invece, è molto più in basso, rispetto all’altezza della rete del letto. Sotto al pianale, in corrispondenza del suo asse trasversale, si trovano due ruote fisse di circa 20 cm di diametro, ravvicinate tra loro. Sull’asse longitudinale, il più lontano possibile tra loro, si trovano due ruote più piccole, circa 15 cm di diametro, girevoli, che non toccano mai terra contemporaneamente. Questo sistema permette al carrello di girare facilmente su se stesso e di superare  piccoli ostacoli e determina, durante l’uso, il tipico movimento oscillatorio che fa sì che alcuni la chiamino anche “dondola”.

Un segno del cambiamento nella gestione del lavoro è l’aumento dell’uso delle gondole.
Il capannone si riempie ciclicamente di gondole piene e vuote, perché Martino preferisce far caricare queste, in segheria e nel reparto profilatura, anche se su una gondola ci sta un numero inferiore di pezzi, rispetto al pancale. Infatti il pancale, pur avendo un pianale più piccolo, si può riempire in altezza, fermando i pezzi con angolari, cellophane e nastro adesivo. La gondola, invece, non si può caricare oltre il bordo della testata. Questo, secondo lui, velocizza il ritmo, perché gli addetti mandano fuori un carico di pezzi da forare in meno tempo e chi fora, sempre secondo lui, ha sempre la scorta pronta e non deve aspettare il carico seguente.
La questione è controversa. Le gondole sono comode, ma, oltre a contenere meno pezzi, occupano anche molto più spazio. Inoltre sono più difficoltose da trasportare col muletto, attraverso il piazzale, perché l’asfalto vecchio, sgranato e pieno di buche fa ballare i pezzi, che non avendo protezioni laterali rischiano di essere seminati ovunque. Così il muletto deve essere guidato molto piano e con attenzione.
In certi momenti le gondole ostruiscono tutti i passaggi ed è un continuo spostarle avanti e indietro per fare posto ad altro. Allora si è deciso che ogni gondola vuota deve essere portata fuori dall’operaio stesso che l’ha svuotata (se riesce a passare!). Martino ha l’abitudine di riempire ogni spazio libero che trova, a prescindere dal tipo di pezzi che porta, e non è raro dover cercare, per esempio, le stesse basi da 70,6 cm in due o tre punti diversi del capannone.
E’ vero, però, per forza di cose, che l’aspetto e la sistemazione del capannone cambia di continuo, visto che ogni spazio, man mano che viene liberato da un certo tipo di pezzi forati e imballati, viene occupato da pezzi di altro tipo che non trovano posto altrove e così via. Ma a volte si esagera.
In generale non c’è verso di mantenere una regola organizzativa, senza vederla subito contraddetta, a cominciare da coloro, dirigenti e capireparto, che l’hanno imposta. Sempre, naturalmente, per il miglior funzionamento della fabbrica e il maggior profitto dei proprietari. Per la cui soddisfazione altalenante pare di lavorare in piedi su una di quelle gondole che dovrebbero invece aiutarci a stabilizzare la produzione.

Polvere plastica.18

Da quando Martino è diventato l’unico caporeparto Maurizio ha perso progressivamente le sue prerogative di organizzatore e controllore del lavoro. I suoi rapporti con Martino sono sempre tesi e a vederli da fuori sembrano due ragazzini che si fanno i dispetti a vicenda. Non perdono occasione per lamentarsi l’uno dell’altro in presenza dei titolari. Mentre in loro assenza, quando non litigano, non si rivolgono la parola.
Maurizio si lamenta, con noi operai, della presunta rozzezza dei modi di Martino, della sua presunta inesperienza a dirigere quelle specifiche mansioni che si svolgono nel nostro capannone, della sua presunta stronzaggine nei rapporti con gli operai e della sua presunta smania di apparire efficiente.
Martino rimprovera a Maurizio l’indolenza, la poca voglia di lavorare, il suo “imboscarsi”, le perdite di tempo a cincischiare con gli attrezzi e con il muletto o l’allungare all’inverosimile il tempo necessario a montare un mobile da mandare a una fiera.
Di sicuro Martino è abituato all’organizzazione dell’altra ditta in cui lavora, ma soprattutto è abituato a “tirar via”, a guardare alla quantità, a far uscire, a fine giornata, il maggior numero di pezzi finiti.
Maurizio, fino ad ora, era abituato a fare un po’ di testa sua. Con un modo oscillante fra l’ossequioso e lo sfacciato era sempre riuscito a cavarsela, contando comunque sul fatto che i titolari, a prescindere da tutto, ne apprezzavano la capacità tecnica e quella di non risparmiarsi, al momento opportuno.
Ha sempre avuto un rapporto ambiguo con gli operai, con i quali condivide le sue lamentele su “questa ditta di merda, gli idioti che la dirigono, i materiali scadenti, la mancanza di sicurezza e attrezzature adeguate… ”. Così come con i titolari, con cui è sempre pronto a rimangiarsi tutto e distribuire a destra e a sinistra responsabilità sue.
Da questo punto di vista Martino sembra più coerente: i suoi modi sono rozzi e sbrigativi sempre e con chiunque. E a qualsiasi ora. Infatti scende dal suo alloggio, sopra alle profilatrici, la mattina alle 6 e resta in giro fino alla sera alle 10. Si dà un gran da fare, e a quanto pare c’è un motivo: si dice che prenda una percentuale sulla produzione e questo spiega molte cose.
In questo clima l’aumento di produzione si è accompagnato all’affollamento di operai nel capannone, alle confusioni di competenze, al “chi dirige cosa”, al rincorrersi di colpe e accuse per una scatola rotta o un attrezzo fuori posto, mentre io con fatica cerco di non prendere le parti di nessuno e di dare retta a tutti, con l’unica preoccupazione di arrivare a fine turno senza dover dire troppe volte di sì.

Polvere plastica.17

Al mio ritorno dopo i giorni di malattia dovuti alla tendinite, avevo trovato delle novità.
All’imballaggio insieme a Pino c’era stata Liza, una delle due sorelle albanesi, che col suo modo di fare irruente e ostinato, aveva scombussolato i soliti ritmi di lavoro. Fino ad allora si andava sulla media di 5 pancali imballati per ogni turno di 8 ore, circa 100/120 scatole. Gli imballatori dovevano occuparsi di tutto: “montare” la linea, rimpiazzare i pancali vuoti andando a prendersi quelli pieni in giro per il capannone, preparare le parti premontate, portare i pancali finiti  vicino alla porta o in qualunque altro spazio dove si stabiliva di metterli, pulire gli spazi di lavoro a fine turno.
Quando rientrai al lavoro le facce erano molto meno serene del solito. Abdul e Soltani avevano capito quello che stava per accadere e raccomandavano agli altri stare calmi e tenere i soliti ritmi, ma Liza non aveva voluto saperne: lei è così, si comporta come un po’ come un cinese, nel senso che è come se lavorasse a cottimo (più ne fai e più guadagni) e un po’ come se fosse la proprietaria dell’azienda, con tanto di scatti d’ira se tutto non procede come lei vorrebbe.
Fatto sta che era riuscita a tenere una media di 8 pancali per turno, uno ogni ora, 160 scatole.
La reazione della dirigenza non si era fatta attendere:
- Ah, ma allora ce la fate ad aumentare la produzione!… Ma allora qui si batte la fiacca!… Ma allora qui ci si vuole prendere in giro!…
- Sì, però questi ritmi non si possono tenere in modo continuativo, e comunque non in due…
- Poche chiacchiere! D’ora in poi si vuole 8 pancali a turno!…
I primi tempi con Pino era stato un litigio continuo, un continuo scaricare addosso all’altro tensioni e responsabilità per presunte inefficienze. Dalla mia postazione alle foratrici facevo fatica anche a girarmi dalla loro parte, per non vederli lavorare col muso lungo o, peggio, urlandosi contro qualcosa di sgradevole.
Abdul  l’aveva detto: ora sono cazzi per tutti! Pino, almeno, col suo modo di lamentarsi tipicamente napoletano riusciva a strappare qualche sorriso, ma l’aria s’era fatta pesante.
Per riuscire a tenere quel ritmo era evidente che servisse un appoggio. Niente di più facile che costringere l’addetto di turno alle foratrici a dare una mano, interrompendo il proprio lavoro per rimpiazzare, aiutare, spostare, pulire e tornare a forare.
Neanche così poteva reggere. Infatti nel giro di poche settimane c’erano stati nuovi arrivi, dall’agenzia interinale.
Alessio, figlio di Andrea, che si vedeva lontano un miglio che sarebbe scappato via presto, ed Eva, una signora albanese, che già appena arrivata si era distinta per essersi presentata come una che sa fare tutto e non sbaglia mai, beata lei.
Ma tutta questa “corsa” alla produzione non poteva non avere ripercussioni sulla qualità.
Maurizio aveva modificato l’assetto della foratrice lineare, e me ne aveva messo al corrente, con la raccomandazione che i fianchi lunghi così forati si potevano usare per un solo tipo di mobile, quello coi ripiani interi. Io me lo ero ricordato, tanto che avevo appositamente contrassegnato i pancali così fatti, ma a scordarlo era stato lui stesso.
Risultato: due interi bilici, circa 15 pancali, più o meno 300 scatole, tornati indietro dalla Grecia, a spese del titolare, con dentro i pezzi sbagliati.
Conseguenza: Liza, Pino ed io, per quasi tre giorni, ad aprire le scatole, sostituire i pezzi, richiudere e imballare di nuovo. Maurizio sempre meno nelle grazie dei titolari. Quello che si aspettava perché Martino, l’altro caporeparto, prendesse finalmente il sopravvento sulla gestione della produzione.